spaesamenti .:. sguardi critici in movimento
  marzo 2010
 

A volte i progetti, come le persone, vanno lasciati andare. Palloncini che si librano alti nel cielo, messaggi infilati in bottiglie poi gettate in mare. È qualcosa che ha a che fare con la libertà. E con il rispetto. Per quel che è stato, e per quel che sarà. Lasciar andare non significa rinunciare né tantomeno ricominciare; significa andare avanti. Senza guardarsi indietro. Voltare pagina facendo memoria di quelle precedenti e non rimpiangendo il passato, piuttosto imparando da esso.

Il big bang - dicono le ultime teorie scientifiche - non è stato il principio dell’universo. Il mondo, l’esistente, già c’era. Ancor prima del grande “boom”. La creazione - sempre secondo queste ipotesi recenti - non sarebbe mai avvenuta.
Certo, per chi crede in una qualsiasi forza superiore, una mente alta, da cui tutto è scaturito, un inizio deve pur esserci stato. Il dover ricondurre ogni cosa a un principio e a una fine - un prima e un dopo - è infatti caratteristica finitamente umana. Tanto è vero che le stesse religioni, che sono anche l’espressione della necessità degli uomini di andare oltre a se stessi, teorizzano un infinito: la cosiddetta eternità.

Forse la vita, umanamente intesa, un giorno si estinguerà. Ma la sua “conclusione” non sarà che un semplice tassello di ciò che, in mancanza di una spiegazione, può essere definito come l’infinitamente grande. Ciò che prosegue anche senza di noi.

Allo stesso modo, il pensiero e la parola scritta non muoiono. Rimangono ad imperitura memoria. A maggior ragione in un’epoca in cui, complice l’amato odiato Internet, è pressoché impossibile non lasciare traccia. Sparire.

Per chi si sente “di passaggio”, perché non ha abbastanza forza o fede, lo spaesamento resta. Forse perché, da meri puntini quali siamo, non possiamo che essere spaventanti dal fattore “caso”, quell’elemento incontrollabile che fa sì che, nonostante gli sforzi, ci sia sempre qualcosa che sfugge. Quell’imprescindibilità che accomuna credenti, atei e agnostici e che, in fondo, può essere accettato come un “aiuto” esterno per credere nel continuo divenire. L’indimenticato e auspicato panta rei eracliteo.

Tutti d’accordo, allora, morire (quantomeno in senso lato) non è possibile poiché nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

(Alessandra Testa)

Settembre è per molti il mese del giro di boa, il mese in cui si ricomincia, in cui si riprendono i ritmi quotidiani momentaneamente interrotti dalla pausa estiva. Sentimenti contraddittori spesso si mescolano: da un lato, la malinconia che accompagna lo scemare della bella stagione; dall’altro lato, le aspettative per il nuovo anno (perché se l’anno solare re-inizia a gennaio, l’anno sociale e lavorativo inizia innegabilmente a settembre), la voglia di lottare o di rimettersi in gioco.

Questo settembre 2010 si è aperto con l’esplosione di una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico, un’esplosione che segue di pochi mesi l’enorme disastro ambientale provocato dalla BP, che segue a sua volta di qualche mese l’eruzione del disastro islandese che ha paralizzato i cieli di messo mondo.
Di disastri e cattivi presagi pullulano ogni giorno le pagine dei giornali nazionali: il governo è allo sfascio, la scuola pubblica sta subendo un’inaccettabile opera di smantellamento, le stragi sul lavoro non si arrestano, la disoccupazione non accenna a diminuire… E ancora, esaurimento delle risorse energetiche del pianeta, riscaldamento globale, guerre, carestie, alluvioni: il mondo intero sembra costantemente sull’orlo di una grossa esplosione.

A voler essere pessimisti, possiamo interpretare tutti questi presagi come una conferma della profezia Maya che annuncia la fine del mondo sul finire del 2012. Se invece preferiamo mantenere l’ottimismo, possiamo considerare che è proprio da una grossa esplosione che ha preso l’avvio dell’espansione dell’universo. Possiamo dunque sperare che la data del 21 dicembre 2012 coincida con una nuova grande “esplosione” foriera di un nuovo inizio e di nuovi equilibri.

Ma, si sa, il futuro è altamente imprevedibile. E allora, piuttosto che lanciarci in azzardate previsioni, prendiamoci una pausa, rilassiamoci, magari davanti ai nuovi episodi di The Big Bang Theory, geniale serie americana incentrata sulle vicende di quattro nerd dal quoziente intellettivo invidiabile ma dai comportamenti quotidiani al limite del sociopatico.

Una risata ci seppellirà? Chissà. Quel che è certo è che nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

(Eva Lorenzoni)

BIG BANG, quel grande botto da cui tutto sempre inizia. Un’esplosione atomica, uno starnuto, una risata, uno shock emotivo. Una perturbazione, violenta e affascinante.
Nell’arte si potrebbero trovare tantissimi paralleli, opere che funzionano da spartiacque da un prima, compatto e calmo nucleo, ad un dopo, una frantumazione di immagini, immaginari o correnti in continua espansione. E un po’ si potrebbe anche dire che è la stessa disciplina ad essere governata dal principio cosmico, che forse pervade tutto l’esistente, come principio di evoluzione di ogni cosa. Ma senza perderci in difficili concezioni fisico-filosofico-estetiche è il caso di prendere in considerazione almeno tre artisti che, tra serietà ed ironia, ci colpiscono con un “botto”: Cai Guo-Qiang, Elisa Sighicelli e Loredana Longo.

Se si parla di esplosioni, nell’ambito dell’arte contemporanea non può non venire in mente Cai Guo-Qiang, artista cinese che parte dalla pittura per sperimentare ogni altro possibile mezzo espressivo, arrivando alla polvere da sparo con cui compone fuochi d’artificio e figure di luce. In questo modo, usando una tecnica tradizionale cinese per esprimere gli intenti politico-sociali dei suoi messaggi poetici, di pace o di denuncia, risolve un conflitto tutto personale tra cultura orientale e occidentale. A testimoniare le sue performance rimangono i video e le forme simboliche disegnate dalle tracce lasciate dal fuoco. A questa immagine ne vogliamo contrapporre un’altra, quella che Elisa Sighicelli ha portato alla biennale di Venezia del 2009, “Untitled (The Party is Over)”, un video con fuochi d’artificio che, anziché esplodere, implodono. L’effetto ottenuto è quello di un risucchiamento, un buco nero potremmo dire, e di un’inversione temporale spaesante, non immediatamente percepibile. L’artista gioca sui  ribaltamenti cromatici e di montaggio per arrivare ad un risultato di vera e propria astrazione che rende omaggio, nell’anno del suo centenario, all’avanguardia italiana che più di ogni altra ha decantato il potere seducente, e devastante, dell’incendio e dello scoppio: il Futurismo. Passiamo ora ad un altro spettacolo pirotecnico, quello proposto da Loredana Longo con un intento introspettivo. Il suo progetto “explosion”  presenta dei video e delle installazioni in cui gli ambienti, che suggeriscono precise atmosfere familiari, esplodono improvvisamente. Tutti i frammenti vengono poi meticolosamente raccolti e sottoposti ad un’operazione di ricostruzione. Alla fine del processo l’artista ci mostra nuovamente  la stessa situazione in stato di quiete, in cui tutto, pur presentando i segni dell’incidente, è risistemato al proprio posto. Loredana Longo mette così in scena la vita, raccontando metaforicamente il susseguirsi di avvenimenti sconvolgenti e rotture drammatiche, che spingono a reagire e a crescere.
Big bang cosmici, sociali, estetici o psicologici, tutti traumatizzanti ma anche potenzialmente carichi di nuove possibilità. Perché, se è vero, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

(Elisa Schiavina)

 

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