spaesamenti .:. sguardi critici in movimento
 

a cArte scoperte ... opinioni sull'arte

 

Come tradurre l’arte contemporanea in… gelato
Due uomini, seduti davanti a un computer portatile, guardano ripetutamente lo schermo e discutono. O meglio, uno dei due parla, spiega; l’altro annuisce, cerca di prendere appunti. Sebbene l’ambiente sia informale, un retro giardino casalingo in un pomeriggio mite e assolato, appare subito evidente che si stia conducendo una lezione. L’argomento: l’arte contemporanea e alcuni concetti centrali ad essa correlati. I soggetti sono un famoso curatore e accademico italiano, Roberto Pinto, e Osvaldo Castellari, maestro gelataio di Rovereto. L’ideatore di questo surreale incontro è Tim Etchelles, artista britannico chiamato a partecipare a Manifesta 7, svoltasi a Trento nel 2008. L’intento è gustosamente semplice: far tradurre quattro concetti chiave nel dibattito artistico contemporaneo in gusti di gelato, assaggiabili dal pubblico durante l’evento artistico. Il video che testimonia le diverse fasi del progetto è tanto esilarante quanto educativo. Ha l’importante merito di dimostrare come l’arte contemporanea possa essere “digeribile” da chiunque sia messo nella condizione di farlo. È gratificante sentire Pinto parlare in maniera comprensibile e appassionata di temi come quelli di corpo e di memoria, citando artisti alla stregua di Marina Abramovi e Christian Boltanski senza crogiolarsi in frasi criptiche e paroloni senza senso. Allo stesso tempo non si può non sorridere allo sconforto di Castellani che, pronto con carta e penna a prendere appunti, non riesce ad annotare altro che quattro parole: corpo, memoria, archivio e spettacolo. Il climax si raggiunge quando, conclusa la spiegazione, il critico interpella il gelataio chiedendo se è tutto chiaro e al disperato “non ce la faccio”, “non ce la posso fare”, rassicurante ribatte Pinto: “Quando parlo d’arte, non devi pensare all’arte ma devi pensare al gelato!”. Come non sentirsi meglio dopo una tale involontaria e disarmante perla di saggezza? E infatti Castellani, ora nel suo ambiente naturale, la gelateria, si trasforma in artista-filosofo.

Tim Etchells, Art Flavours (2008), Installation Photograph. Photo credit Matthew BoothDecide di produrre il gusto di vaniglia, unione di valori nutrizionali fondamentali per la sopravvivenza, perché corrispettivo ideale al concetto di corpo. Usa i lamponi come riferimento alla memoria individuale ricordando il giardino della sua infanzia, ricco di frutti. Mescola invece pesca, arancia e fragola per testare la capacità di archiviare e classificare del nostro cervello. Infine inventa un miscuglio coreografico e colorato di biscotti, pezzi di cioccolata e spray dorato per rendere “spettacolare” una vaschetta di gelato.
L’arte si è quindi fatta gelato, a riprova di come spesso la semplicità sia la carta vincente.

“Art Flavours” di Tim Etchells, è stato presentato da Gasworks, Londra, nel marzo del 2010.

 

Elena Zardini (luglio-agosto 2010)

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Cinèmi -  Giovanni Bellavia
Roland Barthes spiega la differenza tra fotografia e cinema con il riferimento ai tempi di posa e di esposizione. Nella fotografia qualcosa ha posato davanti all’obbiettivo, qualcosa si è fermato a lungo per essere catturato, nel cinema invece qualcosa passa e fugge davanti a noi: anche se all’origine c’è un oggetto o un corpo reale, noi dobbiamo poi inseguirlo per fare in modo che il nostro occhio possa, fotogramma per fotogramma, ricostruire il senso del movimento.
Ma cosa succede se il cinema si ferma? Se la pellicola cioè si blocca e mette a nudo il singolo fotogramma? L’ipotesi che sta alla base del lavoro ideato con Giovanni Bellavia è questa: far regredire il film allo statuto di singola immagine, e poi dare alla singola immagine una nuova vita attraverso montaggi modulari e virate di colore.
L’operazione di Bellavia, nei lavori precedenti, è sempre strettamente legata allo spirito e alle tecniche del suo tempo: il fumetto giapponese, la linea astratta, la macchia di colore “pop”, il digitale, il mouse usato come pennello per dipingere. Le sue opere nascono da un substrato dove il gioco ironico con gli stereotipi della società consumistica si scontra con la tensione lirica dell’immagine surreale e fantastica.
In questo progetto di volta in volta gli ho chiesto di cogliere lo spirito dei singoli film analizzati insieme e di estrarne un “cinèma” su cui poi lavorare nella direzione che più gli interessava. In un certo senso, io gli ponevo un problema contenutistico e lui lo doveva risolvere formalmente, spostando il valore dei fotogrammi originari verso significati congeniali alla sua poetica. Ne è nato il progetto “cinèmi”, per il quale abbiamo usato il termine con cui Pasolini voleva definire l’unità minima di significato tipica del film: non il singolo fotogramma, ma una stringa di immagini da considerare la base della grammatica cinematografica.
Dopo una serie di tentativi, la direzione scelta da Bellavia è stata molto chiara e decisa: innanzitutto il cinema in b/n degli anni sessanta, e poi le figure femminili che all’interno dei singoli film di volta in volta assumevano un ruolo centrale in rapporto alla costruzione dell’immagine (senza puntare troppo sull’importanza scenica dei volti delle singole attrici, che avrebbe spinto in una direzione esplicitamente e inutilmente “pop”).
Ogni cinèma di questa esposizione dunque corrisponde a un volto capitale della storia del cinema: l’Annie Girardot di Rocco e i suoi fratelli, la Sandra Milo di 8 e1/2, la Bergman di Europa 51, la Sandrelli di Io la conoscevo bene, la Loren della Ciociara ecc. ecc. Bellavia ne ha ricavato delle stringhe di significato spesso fondate sulla ripetizione, la simmetria, la modularità, il rispecchiamento (si veda l’effetto magico della benda sugli occhi di Maria Schell nel fotogramma ricavato da Le notti bianche di Visconti). Queste figure femminili, intrappolate per sempre nelle inquadrature di capolavori che le rendono eterne, sembrano poter vivere ora, indipendentemente dalla storia per la quale hanno recitato, come figure fuori dal tempo e dal racconto: il volto gelido della Bergman che si volta da una finestra ha la fissità della paura e della follia, la Sandrelli che pulisce un vetro incarna la concentrazione umile nel lavoro domestico, la Milo che si specchia è la vanità, la Loren rapita via da una macchina di ferro fantascientifica concentra in sé la spavalderia e il coraggio della femminilità, la Girardot abbandonata sulla sedia a sdraio i turbamenti e le ansie dell’attesa materna.

Giovanni Bellavia, Cinèmi

Il progetto è dunque questo: un’operazione finemente intellettuale che riattiva valori visivi in pezzetti minimi di pellicola, attraverso un gioco di simmetrie e di equilibri formali che fanno di ogni cinèma un’opera a sé. Bellavia ha ridato vita a frammenti di cinema e di memoria. Ognuno di noi riconosce nei suoi cinèmi le scene di un album di famiglia composto negli anni centrali della cultura italiana, e oggi capaci di assumere un valore di immagini assolute.

Marco A. Bazzocchi (dal comunicato stampa)

Cinèmi di Giovanni Bellavia, a cura di Marco A. Bazzocchi, galleria L’Ariete artecontemporanea, via D’Azeglio 42, Bologna. Inaugurazione 8 giugno ore 18.00, fino al 30 giugno 2010; info: 348/9870574; info@galleriaariete.it; www.galleriaariete.it

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QUEENS - barbarauccelli

«Le Queens sono tutte donne di potere. Sono regine che hanno regnato e non - mogli di -. Hanno cambiato una generazione, sono state le promotrici di interventi strutturali nel loro Stato. Tutte e cinque mi hanno affascinata e, seppur con la distanza data da contesti storici molto diversi e particolari, mi hanno attratta. Isabella di Castiglia, invece, è stata esclusa. Non ho potuto prenderla in considerazione per la sua visione del potere troppo lontana dalla mia concezione, per il suo impero basato sull’inquisizione e sulla morte. Una regina così non potevo né celebrarla né ricordarla».
Ce le presenta così, barbarauccelli, le Queens proposte alla galleria OltreDimore con un progetto site-specific curato da Simona Pinelli e dedicato a Eleonora d’Aragona, Alienore (1122-1204), Caterina de’ Medici (1519-1589), Blanca di Castiglia (1198-1252), Giovanna la Pazza (1479-1555) ed Elizabeth (1533-1603). Ritratti simbolici, interpretati dalla stessa artista-performer che si immortala nelle vesti di cinque storiche regine, in cui si immerge emotivamente ricreando lo spirito di una vita e di un’epoca, attraverso oggetti rappresentativi che le fanno diventare icone.

barbarauccelli è una performer che utilizza fotografia, video, scrittura e scultura per bloccare ed immortalare le sue azioni. Si cala nelle persone che interpreta dopo averle studiate e scandagliate psicologicamente, facendone uscire un ritratto, un riassunto simbolico incarnato dalla sua stessa figura. Regine o poetesse non fa differenza, è l’essenza della personalità che le interessa, l’anima di chi, un tempo, ha dovuto fare scelte estetiche e personali in grado di cambiare il corso della storia politica e culturale di una società.

(maggio-giugno 2010)

barbarauccelli, Eleonora, 2010Il progetto nasce da uno studio sulla ritrattistica antica, dove il quadro era contenuto e contenitore e dove, oltre alla figura umana, le altre componenti dell’opera - gioielli, animali, fiori, paesaggio, vestiti - erano tutti simboli spesso più importanti nella comprensione della personalità delle stesse caratteristiche fisiche della persona ritratta.
Le Queens non sono presentate in paludati abiti rinascimentali, ma sono vestite e atteggiate in chiave fortemente contemporanea: i simboli, però quelli del loro potere, quelli della loro vita personale, sono anche gli “occhi” delle antiche donne di potere, un potere che rimane, fino ad oggi, mutato nelle forme ma non nelle sostanze; la contemporaneità dell’opera sta proprio qui: nel riportare tali simboli all’oggi, al tempo in cui viviamo, per vedere che il potere non ha epoche, che il dominio, che le caratteristiche del potere non cambiano nel corso dei secoli. forse cambiano i nomi, ma non i significati.
Guardando la sequenza dei cinque ritratti ci si accorge quindi che ogni oggetto è un simbolo e ogni simbolo è un evento delle loro vite. Il ritratto ritorna ad essere una tavola degli elementi, una pagina per insegnare, istruire lo spettatore, una carta degli appunti da cui partire per capire l’opera. L’opera così si spiega da sola. Completano la mostra un video con i quali si “attiva” un gioco simbolico tra il tutto e il particolare, che trova le sue radici nell’antica arte fiamminga e la sua ispirazione nella tecnica performativa, e un abito scultura realizzato lavorando all’uncinetto il fil di ferro zincato.

(dal comunicato stampa)


QUEENS di barabarauccelli, a cura di Simona Pinelli, galleria OltreDimore, via D’Azeglio 35/a, Bologna, fino al 2 luglio 2010, info: 051/331217, 347/3470477, info@oltredimore.it; www.oltredimore.it

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Feticci - Luca Lanzi

 Luca lanzi, feticcio, 2010È stata inaugurata il 23 aprile scorso la mostra personale di Luca Lanzi, Feticci. Chi segue il giovane artista bolognese dai suoi esordi non può non essersi accorto che qualcosa è cambiato. Le forme si sono allungate, i suoi soggetti sono un poco cresciuti e, come se si fosse accesa una luce, sono apparsi i colori.
La scultura ha lasciato spazio al disegno e alla pittura, sbilanciando l’iniziale predominanza ma aprendo ad un dialogo che promette ulteriori evoluzioni.

 

Feticci di Luca Lanzi, a cura di Alessandra Redaelli, galleria L’Ariete artecontemporanea, via D’Azeglio 42, Bologna fino al 31 maggio 2010; info: 348/9870574; info@galleriaariete.it; www.galleriaariete.it

(maggio-giugno 2010)

 

 

 

 

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Un’opera di Matej Krén per il Musée dell’OHM di Chiara Pergola

Lo scorso autunno l’artista Chiara Pergola ha inaugurato alla galleria Neon Campobase di Bologna il Musée dell’OHM, un personale “museo pubblico mobile” curato da Massimo Marchetti, in cui vengono raccolte, oltre alle proprie, anche opere donate da altri artisti, come Alessandra Andrini, Mili Romano, Dragoni Russo, Daniela Comani e Cesare Pietroiusti.

Chiara Pergola, Musée dell’OHM, 2009L’ultima acquisizione è The book of scanner, opera di Matej Krén, la cui inaugurazione è fissata per il 27 maggio. L’artista slovacco, per riuscire a donare un’opera in grado di entrare in questo piccolo museo (un comò antico), ha dovuto ridurre le dimensioni delle sue monumentali architetture, ottenendo una sorta di traccia rappresentativa della sua poetica. The book of scanner, infatti, dialoga proprio con la più grande Scanner, installazione temporanea formata da libri-mattone appositamente ideata per il MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna. E, come ci spiega Chiara Pergola, «l’opera donata rappresenta la quintessenza di questa installazione, una specie di distillato fatto con le pagine che cadevano dalla grande costruzione nel momento della sua realizzazione». 
All’inaugurazione saranno presenti i due artisti.

Chiara Pergola, Musèe dell’OHM, 2010

Matej Krén al Musée dell’OHM di Chiara Pergola inaugura il 27 maggio dalle ore 17.00 alle 18.30 nella sede temporanea all’interno del Museo Civico Medievale di Bologna, Via Manzoni 4, 40121 Bologna, tel. 051.2193916 museiarteantica@comune.bologna.it; www.comune.bologna.it/iperbole/museicivici

(maggio-giugno 2010)

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Scanner - Matej Krén

Matej Krén, Scanner, 2010  (MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna / visione dell’esterno  Photo: Matteo Monti) Una torre massiccia di 11 metri che lascia impietriti e in cui è inevitabile non trattenersi dall’entrare, chiamati dalla luce che dal fondo della sua bocca-tunnel sembra volerci mostrare il cuore segreto di questa fortezza.
Si entra soli, l’ingresso è consentito uno per volta, e camminando lentamente si arriva nel mezzo della costruzione eretta con circa 90.000 volumi, scoprendo di essere al centro di una tangibile torre di Babele. Da lì si guarda l’infinito, sopra e sotto solo mattoni di libri. L’effetto percettivo stordisce e confonde. L’insieme di cultura, architettura e spaesamento ci porta alla mente il concetto di segno, al senso più profondo che ogni opera d’arte trattiene in sé e che in Scanner sembra sviluppato all’ennesima potenza. Il libro ci parla e ci costruisce un mondo, ci interroga, ci rassicura e ci confonde. La cultura si solidifica attorno a noi e noi, al suo centro, ne diventiamo parte, pur rimanendo solo una piccola tessera di quella enorme costruzione.

 

 

Scanner di Matej Krén, a cura di Ivan Jan?ár, è ospitato al MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna fino al 25 luglio 2010, www.mambo-bologna.it

(maggio-giugno 2010)

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Ma quando arrivano i ciclisti? Erika Calesini 

Ma quando arrivano i ciclisti?  è il titolo ironico e provocatorio - che parafrasa un film di Pupi Avati - della nuova mostra personale di Erika Calesini, presentata dalla galleria Oltre Dimore di Bologna dal 19 marzo al 30 aprile 2010.
In un flusso apparentemente controcorrente rispetto al consumismo a tutti i costi che oggi domina sempre più le logiche di mercato, esiste chi ancora crede che gli oggetti abbandonati o semplicemente ossidati dal tempo, quelli che solitamente vengono scartati o dimenticati, abbiano un’anima e una storia, siano custodi silenziosi di segreti e vita vissuta e, dunque, degni di essere recuperati e in qualche modo innalzati ad opera d’arte. È questo il caso dell’artista riminese Erika Calesini, le cui creazioni nascono dalla ricerca, nelle discariche, di quegli oggetti che diventano poi il fulcro delle sue opere.
Fra gli oggetti che maggiormente hanno attratto Erika Calesini vi sono, appunto, le biciclette, mezzo di locomozione prediletto da chi, come lei, è nata e cresciuta nelle province romagnole dove le due ruote non sono solamente un mezzo di trasporto ma una vera e propria filosofia di vita.
Una riflessione spontanea sulla singolarità di ciascuna bicicletta, strettamente e intimamente legata a chi la possiede, fino a diventarne una sorta di prosecuzione ideale, nata dall’osservazione dei vecchi signori che pedalavano per le strade della sua città, è ciò che ha dato vita al ciclo di opere Le Bici, dove le due ruote sono il soggetto delle sue creazioni, saldamente attaccate su resistenti tele, lavorate, rimodellate, colorate, schiacciate da presse, scomposte e ricomposte fino a farle diventare vere e proprie sculture.
Le biciclette, in un’epoca in cui tutto corre veloce, diventano il simbolo per eccellenza di un passato lontano di cui, a volte, si ha nostalgia, un periodo in cui il tempo aveva un valore differente, in cui si poteva avere la strana e rassicurante illusione che il ritmo della propria vita seguisse quello di una pedalata, lento e costante o rapido e scattante.

Calesini, Metà mattino

Inaugurazione venerdì 19 marzo 2010, ore 18 Galleria Oltre Dimore - via d’Azeglio 35/a, Bologna - info@oltredimore.it - www.oltredimore.it

(dal comunicato stampa, marzo 2010)

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The lim-it space upgrades the reality - Giacomo Lion

Strutture geometriche sospese, realizzate con filo di nylon o cotone, occupano e costruiscono gli ambienti che, per questa occasione, sono quelli del nuovo spazio espositivo bolognese Adiacenze, associazione nata con l’intento di promuovere e valorizzare la giovane arte che cresce e si sviluppa nel territorio.
L’installazione site-specific proposta è di Giacomo Lion, giovane artista concentrato sull’analisi delle anomalie comunicative dell’uomo che spingono ad una chiusura dell’individuo in se stesso. Per affrontare questo tema Lion parte dall’osservazione del contesto ambientale e della sensazione che questo provoca sulla psiche. Lo spazio viene quindi manipolato dall’artista per creare effetti percettivi di equilibrio e leggerezza, ottenuti grazie a strutture fragili, sensibili, disegnate nello spazio con fasci di fili. Dalle pareti e dai soffitti si espandono come fossero energie sprigionate dal luogo, allo scopo di inglobare l’essere umano che li attraversa. Un effetto percettivo che ha lo scopo di destabilizzare la monotonia per creare uno stato emotivo in grado di mettere in discussione, grazie all’esperienza, le proprie emozioni e stimolare, infine, le relazioni.

A cura di Angel Moya Garcia e Daniele Trincia, fino al 30 aprile 2010 -  Adiacenze - via San Procolo 7, Bologna. - tel. 333.5463796

(marzo 2010)

 

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Trofei - Quentin Garel

Come in una savana fantastica ci troviamo tra la proboscide di un elefante e il lungo collo della giraffa, accarezziamo il corno di un rinoceronte, sorridiamo allo sguardo di uno struzzo e ci avviciniamo ad una tartaruga, rimaniamo ipnotizzi dall’occhio vitreo di una rana e un poco preoccupati per la dentatura di un coccodrillo. Poi ci accorgiamo che sparse ci sono anche carcasse, resti ossei, crani di uccelli, mandibole e becchi appartenuti, forse, a preistorici animali. Il tutto estremamente elegante. Un bestiario da museo naturalistico riprodotto in sculture di legno e bronzo o in disegni a matita e carboncino.
Le sculture impressionano per l’effetto realistico, ottenuto con ricercate tecniche su bronzo, e i disegni ci rapiscono per la forza del segno, che fa uscire i volumi dal foglio come fossero immagini in 3D.

Garel, rinoceronte


Lontano dal surrealismo dei precedenti lavori, Quentin Garel presenta in questa occasione una riflessione sul mondo animale e su come l’essere umano lo percepisce. L’approccio quasi scientifico si scontra con l’ironia che emerge dalle posture e dalle espressioni. Una glorificazione dell’“animale esotico” che appare, anche, come la necessità all’identificazione con quegli esemplari in via d’estinzione che appartengono, però, all’immaginario più comune.

La mostra dedicata a Quentin Garel incuriosisce, diverte e stupisce. Immersi in uno zoo, ma senza avere la paura di disturbare gli animali con sguardi insistenti e indiscreti, ci si può permettere di desiderare un trofeo da appendere in casa, senza sentirsi cacciatori.

Fino all’8 aprile 2010 - Galleria Forni Bologna - via Farini 26, Bologna - http://www.galleriaforni.it/

(marzo 2010)

garel, giraffa

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Sovrapensiero - Ester Grossi

Pensieri che vagano, sguardi puntati nel vuoto, concentrati su altro, anche se gli occhi sembrano guardarci. Un’alternanza paratattica di un primo piano e di una tela nera. Una sorta di pellicola che scorre lungo le pareti della stanza e che ci avvolge, soffermandosi solo su alcuni frame: volti definiti, segnati da pochi ma precisi tratti.
Una pittura precisa che qualcuno scambia per pittura digitale stampata su tela e che, all’attenta osservazione, si scopre pennellata sicura. L’effetto piatto e grafico viene mosso grazie all’applicazione di tessuti come tulle, reti e pizzi (tutti rigorosamente neri) sulla tela. Il risultato ottenuto è quello del retino o dei pixel, per svelare, in un contrasto ironico, la realizzazione manuale del dipinto che, per la sua essenzialità, ci riporta al realismo magico e alla metafisica di Edward Hopper, facendoci piombare nel mezzo di un’atmosfera surreale e sospesa.
Ed è proprio il clima giusto per il vero tema di tutta l’installazione: un funerale. Ci troviamo tra uomini e donne in lutto, silenziosi e trattenuti, come fossimo anche noi parte del contesto messo in scena. Gli occhi dei loro volti sono ben delineati da palpebre profonde, nere, cariche. E chi incrocia l’artista, Ester Grossi, non si può non accorgere che gli occhi dei suoi personaggi non sono altro che i suoi occhi, rappresentati in una sorta di autoritratto parziale.
Nella stanza accanto tutto è concentrato su un piccolissimo dipinto che pone l’attenzione sul cielo con qualche nuvola,il tutto estremamente simbolico e grafico, come se il pensiero pesante della sala precedente fosse volato via, focalizzandosi sull’azzurro infinito, una finestra sulla leggerezza.
E all’ingresso, ad accoglierci, due proiezioni su muro, paesaggi dipinti e poi fotografati in bassa risoluzione e proiettati a tutta parete per mostrare, esasperando e con un pizzico di compiacimento, quella struttura pixelata dell’immagine elettronica che non può essere, invece, confusa con la “vera” pittura di Ester Grossi.

Sovrapensiero di Ester Grossi

Sovrapensiero di Ester Grossi è un progetto presentato lo scorso febbraio dalla galleria Spazio Gianni Testoni LA 2000+45 di Bologna, accompagnato da musiche di His Clancyness e da una live performance di Murder. www.giannitestoni.it; la2000+45@giannitestoni.it

(marzo 2010)

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Aspettando Arte Fiera con Ewa Bathelier

Arte Fiera 2010 sta per partire e noi non ve ne possiamo ancora raccontare nulla. Lo faremo, nel caso qualcosa ci dovesse colpire, solo nel prossimo numero. Gli eventi si concentreranno tra il 28 e il 31 gennaio, quando la città di Bologna sarà sovraffollata di iniziative e mostre e tutti si sentiranno elettrizzati, un po’ affaticati e spaesati, persi tra la marea di proposte che si centrifugherà nella mente, appannata dai brindisi delle inaugurazioni e dalle luci al neon. Vi invitiamo a consultare in anticipo il programma ufficiale per costruirvene uno personalizzato. Qualche suggerimento lo trovate, poi, nel nostro Andare vedere sentire.

Per fortuna qualcuno è partito prima e ci ha permesso di assaggiare, con più calma, un angolo di quello che sarà proposto durante il periodo fieristico e offerto al pubblico internazionale sabato 30 gennaio, quando tutte le gallerie saranno aperte fino a notte fonda e la città si illuminerà d’arte.
Tra questi parliamo della galleria Oltre Dimore e della mostra Parure et Absence di Ewa Bathelier, presentata venerdì 22 gennaio e interamente dedicata all’immagine ieratica del kimono: l’abito tradizionale giapponese che per secoli ha influenzato non solo i costumi della società orientale ma anche il gusto del mondo occidentale. Come ci fa notare il critico Alessandro Caiola, che ha curato il catalogo, questo abito in passato rifiutato dalle giovani giapponesi è, invece, rientrato nelle più importanti collezioni di alta moda e, resistendo nel tempo, si è riaffermato tra il pubblico nipponico, che ne ha riscoperto l’eleganza indossandolo, anche, nella maniera tradizionale. Ed è proprio in questo clima di rinnovato interesse per un abito-icona culturale e simbolo di un’intera società - che si inserisce il lavoro di Ewa Bathelier.
Le opere esposte, realizzate su tela canvas e su pannelli di tessuto sintetico, perlopiù di grandi dimensioni, sono l’estrazione sintetica della forma del kimono, usato dall’artista come fosse un archetipo dell’abito stesso, una traccia del corpo sottostante, che si può percepire solo come intuizione, una sorta di sindone immaginativa. Ed è proprio un’immagine sacra quella che ne risulta, un innalzamento simbolico di un oggetto quotidiano che diventa reliquia, se compresso come sotto una teca, un abito mostrato ai posteri, cangiante nei colori che ricordano le tessiture lucide della seta, esaltate dalla trasparenza del supporto e, in alcuni casi, dalla retroilluminazione delle tele. Rimangono poi zone di materia, come grumi, quasi zampilli, un dripping leggero che riporta all’informale. E come la critica ha fatto notare, l’attenzione di Ewa Bathelier si focalizza sul kimono in un contesto privo di ogni rapporto spazio-temporale.

Dobbiamo poi soffermarci sulla suggestione offerta, durante l’inaugurazione, dai danzatori Yutaka Takey e Jerry, accompagnati magistralmente dal musicista Paky Mannaro. La performance, tra il chiostro di Palazzo Rusconi e la galleria, ci ha mostrato come la sinergia delle diverse forme d’arte sia ancora vincente e come una giovane galleria possa porsi ad un livello di attenzione importante usando una ricetta semplice ed efficace, quella di unire più forze, creare legami e far interagire danza, musica e materia. Ricetta semplice dimenticata dai più. Grazie, quindi, per l’elegante essenzialità della proposta.

Parure et Absence di Ewa Bathelier - evento off di Arte Fiera 2010, visitabile fino al 06 marzo 2010
Galleria Oltre Dimore - via D’Azeglio 35/A, Bologna - info@oltredimore.it;  www.oltredimore.it

(febbraio 2010)

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Pop Life. Art in a material world

L’arte è lo specchio della società in cui nasce e a cui si rivolge. Concetto ormai scontato. Eppure non possiamo mai dimenticare che questo dato oggettivo è sempre filtrato dal volere dell’artista, dalla sua idea di estetica, di opera, di mercato e, perché no, di etica. Pop Life, alla Tate Modern di Londra, è una mostra che ci fa entrare immediatamente in un “mondo” riconoscibile e attraente.

Good business is the best art” ci insegna Andy Warhol, indicandoci un percorso che parte dalla sua operazione per arrivare all’opera di Damien Hirst e Takashi Murakami, passando per fasi fondamentali segnate da Jean Michel Basquiat e Keith Haring, soffermandosi su Jeff Koons e scivolando su Cosey Fanni Tutti, Andrea Fraser e Maurizio Cattelan. Un “tour” che avvolge sensorialmente. Le pareti sono pienissime di serigrafie, foto, stampe, installazioni, copertine di dischi e rotocalchi, i colori abbagliano e la musica assorda. Siamo catapultati tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta con una forza dirompente che non ci lascia scampo e ci accompagna fino ai giorni nostri. Impossibile non essere rapiti dai documenti che sanciscono l’accordo tra Warhol e la serie televisiva The Love Boat , dalle immagini in cui è immortalato come testimonial della TDK o dalle foto in cui posa con amici artisti, star del pop-rock, del cinema e della tv. Celebrità a tutti i costi, pubblicità, successo commerciale e cultura massmediatica appaiono come l’esigenza di riscatto dal conceptual-minimalismo che in quegli anni andava ad “ingrigire” le gallerie americane e che alcuni giovani artisti vedevano come un ostacolo all’espressione della propria poetica. Il contesto è esaltante e il mercatino di Keith Haring, che lo incarna, è frizzante. Una sala riservata ai maggiorenni è dedicata a Jeff Koons, che si immortala in una scultura con i testicoli gonfi e pesanti mentre scopa con Cicciolina, in una verosimile, anche se leggermente ingigantita, scena recuperata dall’immaginario pornografico più a buon mercato. Tutt’attorno peni in erezione, eiaculazioni, grandi labbra e clitoridi provocano risate e rossori. Lungo il corridoio emerge Cosey Fanni Tutti nelle sue famose fotografie al limite tra sexy e porno, a metà tra emancipazione femminista e pruriti da voyeur. L’atmosfera è divertita e, leggermente, ossessiva. Si osservano le rasature del pube e si commenta sul come siano cambiate le abitudini. Andrea Fraser va oltre e decide di sostituire all’opera se stessa, coinvolgendo un collezionista in un giochetto a due. Sotto l’occhio di una telecamera si incontrano e fanno sesso. All’uomo rimane “l’odore” e la prima copia delle 5 edizioni del video, alla Fraser l’orgoglio di essere riuscita a capire e a dare al collezionista quel che cercava nell’arte: l’ “anima” dell’artista. Damien Hirst arriva al $ per altre vie, “fregando” la crisi proprio mentre avviene il crollo degli American financial services di Lehman Brothers, nel settembre del 2008 a Londra, quando mette all’asta “Beautiful Inside My Head”, un suo progetto inedito. La particolarità sta proprio qui, nessuno crea opere da vendere all’asta, Hirst sì. Sbanca tutto e commenta “…auction format it's a very democratic way to sell art and it feels like a natural evolution for contemporary art…”. Arriviamo a Maurizio Cattelan che col suo cavallo impalato da un cartello con su scritto INRI appare sobrio e citazionista risultando, al confronto con gli atri, quasi ingenuo. Murakami chiude la vetrina grazie ad un’ambientazione avvolgente e un videoclip spettacolare, “Akihabara Majokko Princess”, infantile ed intrigante al tempo stesso, estremamente giocoso e, proprio per questo, inquietante. Usciamo con il ritornello nelle orecchie.

Il paese dei balocchi è qui, alla Tate Modern fino al 17 gennaio 2010. Impossibile sfuggirne. Cosa chiedere di più, in un pomeriggio piovoso, se non di entrare intellettualmente in un museo e ritrovarsi al cinema, in discoteca o al supermercato? Cultura “cheap” (solo per chi la guarda!) per palati “pop”. E dire che agli esordi la Pop Art sembrava capace di scardinare un sistema mentre ne è diventata la sua massima rappresentazione, identificandosi con il mercato e il consumismo e rimanendo vittima del proprio mito.
È così che un pensiero cinico si insinua, innescato, forse, anche dal confronto con la cerebrale, scanzonata e delicata mostra che si trova sullo stesso piano, proprio di fronte, sempre alla Tate, “John Baledessari – Pure beauty”, e ci chiediamo: che POP ART non volesse dire Prostitution Of Popular ART?
La democratizzazione dell’arte è un concetto complesso. Qualcuno ci ha creduto o, almeno, ci ha provato. La sovrapposizione con il marketing era un risultato auspicabile ma la possibilità di un rovesciamento totale, e non critico, dell’arte in marketing, è un rischio evidente. Eppure rimane la tentazione di scrivere che tutto questo non è altro che un insieme di provocazioni con lo scopo di togliere i veli a quel mercato in grado di trasformare la vita e l’arte in un oggetto di consumo. Ma Pop Life è una mostra totalmente riuscita, tanto da permettere molteplici livelli di lettura e, quindi, anche di farci vedere l’altra faccia dell’operazione, quella dipendente dalla sola necessità di fare cassa, che tiene conto unicamente del gusto diffuso, abbassando o azzerando, così, il livello di “sospensione” dell’opera, quell’aura che la separa dal quotidiano e la tramuta in arte.

Cari lettori, per questo numero non prendetevela se abbiamo scelto di risultare un poco reazionari, l’alternativa era l’autocensura. Anche perché, crediamo, sia arrivato il tempo che il manierismo legato all’arte pop, così come quello concettuale, si esaurisca, in una parabola che ha toccato il suo massimo tra gli anni Settanta e Ottanta e che sta lanciando i suoi ultimi colpi di coda. Nella convinzione che la miglior rivoluzione sia sempre il cambiamento.

(dicembre 2009-gennaio 2010)

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Tra apollineo e dionisiaco: Anish Kapoor alla Royal Academy of Arts di Londra

La retrospettiva su Anish Kapoor alla Royal Academy of Arts di Londra è una rivelazione. È una di quelle rare mostre che, pur facendo leva sulla fama dell’artista e su una certa spettacolarizzazione dei contenuti, riesce a soddisfare tanto l’occhio del neofita quanto quello del critico. L’arguta capacità di sfruttare lo spazio espositivo, cadenzandolo con preziose pause visive e vuoti ariosi, e che consente al pubblico di esperire al meglio il dialogo tra sculture e architettura merita per sé un plauso. Non è difficile immaginare che tale sensibilità spazio-visuale derivi direttamente dall’artista, da sempre impegnato nelle sue opere a sperimentare materiali e forme per raggiungere un equilibrio tra pieni e vuoti, presenze e assenze. 
La scelta delle opere alle quali affidare il compito di presentare un percorso artistico lungo trent’anni permette di riconsiderare, sotto nuova luce, le diverse sperimentazioni dell’artista. Accanto infatti al Kapoor più conosciuto e apollineo, in cui la purezza dei colori, la raffinatezza e armonia delle forme danno vita ad un equilibrio ideale, ordinato e razionale, convive un’altra parte ugualmente importante, dionisiaca, pre-razionale, tragica. E nonostante questo evidente dualismo, il fine ultimo dell’artista rimane il medesimo: la forte e chiara esigenza di mettere in discussione la nozione di spazio, e con essa di pubblico, attraverso l’interazione tra fisicità scultorea e tutto ciò che le sta attorno, tra cui l’immobilità architettonica.
Le enormi sfere d’acciaio che compongono Tall tree and the Eye nel cortile dell’Accademia, il cui equilibrio è debitore di una complessa struttura matematica; l’ipnotico quadrato giallo su una parete dove concavo e convesso appaiono interscambiabili, i “non-oggetti”, specchi concavi capaci di attivare imprevedibili percezioni sensoriali sono tutti esempi di materiali plasmati, levigati, lucidati in cui la mano dello scultore vuole rimanere invisibile per non condizionare l’esperienza del pubblico. Tale urgenza di auto-eclissarsi conduce al gruppo di opere più recenti che l’artista definisce auto-generative. In queste, però, il “classico” Kapoor sorprendentemente svanisce.  Cumuli di vermi di cemento, opachi, brulicanti, presentati su pallet da magazzino, invadono un’intera sala imponendosi al visitatore nella loro fisicità archetipica generata da una macchina computerizzata.  Cinque sale consecutive vengono attraversate da Svayambh, un’imponente massa di cera rossa in lento ed inarrestabile movimento. Penetrando le aperture ad arco tra le sale e lasciando tracce del suo passaggio, la cera si dà forma mentre il pubblico osserva inerte un processo tragico in divenire. Un cannone viene azionato manualmente ogni venti minuti e grandi proiettili di cera rossa colpiscono un angolo della sala adiacente, cadendo e accumulandosi sul pavimento. Inquietante, come da un’azione così violenta e gratuita, il risultato estetico possa essere talmente appagante da riportare alla memoria opere pittoriche di Cy Twombly e degli Espressionisti Astratti.
Non importa che lo sguardo dello storico dell’arte colga rimandi e citazioni a Matthew Barney, Richard Serra o Niki de Saint-Phalle; che lo psicologo freudiano percepisca il perturbante nella violenta simbologia maschile vs femminile o che le rotaie, il rosso sangue e il cannone rammentino allo storico vecchie e nuove ferite.  Ciò che conta è che l’arte di Anish Kapoor alimenti queste e altre letture, visioni, mondi paralleli in cui, come lui stesso aspira, l’artista funge solo da catalizzatore.

Elena Zardini (novembre 2009)

Anish Kapoor, Royal Academy of Arts, London, 26 September - 11 December 09

 

Acrobazie#5 Flavio Favelli

Arte e follia, genialità e creatività. Le sfumature possibili sono molteplici. La psicologia dell’arte tenta di dimostrare come certe patologie possano essere la chiave di lettura per meglio capire il genio di artisti come Vincent Van Gogh, Francis Bacon o Jackson Pollock. L’Arte Terapia, invece, cerca di sfruttare i benefici del gesto creativo per alleviare sofferenze psicologiche più o meno gravi. Ci sono poi forme ibride, approcci inconsueti, che mettono in contatto l’arte e la malattia e che, a certi livelli, possono lasciare tracce significative. Progetti speciali dal sapore democratico, in una fase storica in cui sembra difficile parlare, con serenità, sia di democrazia sia di malattia mentale. È per questo che il progetto Acrobazie, curato da Elisa Fulco e arrivato alla sua quinta edizione, risulta ai nostri occhi di grande importanza. Un progetto che permette l’incontro dei residenti del centro di riabilitazione psichiatrica Fatebenefratelli con un artista, quest’anno Flavio Favelli, in un workshop, nell’Atelier di pittura Adriano e Michele, in cui si è affrontato un tema caro alla poetica dell’artista, il “marchio” e il “made in Italy”, in un confronto continuo tra i diversi autori dell’Atelier e lo stesso Favelli. Il segno di fabbrica, che diventa icona e si deforma nel riflesso che assume ogni volta che viene consumato, entrando così a far parte dell’identità di chi lo usa, è un pretesto per passare ad altre riflessioni, a quell’etichetta cucita dal pregiudizio sul malato di mente*.  
Un’esperienza, questa, che ha portato a due risultati diversi, un intervento site specific permanente Studiolo da esposizione, arricchito da un’installazione ambientale con oggetti, mobili, tessuti, disegni e scritte, di Flavio Favelli e una mostra temporanea dei disegni di Umberto Bergamaschi, Gianfranco Bianco, Giuseppe Bomparola, Luigi Cremaschini, Curzio Di Giovanni, Patrizia Fatone, Paolo Giovanetti, Fabio Gosparini, Claudio Salvago e Andrea Vicidomini, tutti partecipanti al workshop nell’Atelier di Pittura Adriano e Michele di San Colombano al Lambro.

Adriano e Michele Inaugurazione 4 ottobre. Fino al 20 dicembre 2009, Atelier di Pittura - Centro di riabilitazione psichiatrica Fatebenefratelli, via San Giovanni di Dio, 54 - 20078 San Colombano al Lambro (MI), tel. 0371.207225 atelier689@fatebenefratelli.it - www.adrianoemichele.it

(ottobre 2009)

* Consigliamo di vedere (possibilmente dal vivo ma esiste anche la versione in dvd), Pecora nera di Ascanio Celestini.

 

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TINA B. Il Festival d’Arte Contemporanea di Praga/ 8-25 ottobre 2009

Giovedì 8 ottobre apre TINA B., il Festival d’Arte Contemporanea che da quattro anni ha sede a Praga e che mette in collegamento e fa dialogare l’energia creativa presente nei territori dell’Europa centrale e orientale con i talenti e le tendenze provenienti da tutto il mondo.
TINA B. sembra un nome di donna, qualcuno dice scherzosamente che è quello della benefattrice che sostiene il festival, ma nella realtà è un divertente acronimo e una dichiarazione di intenti: “This is not another Biennale” - Questa non è un’altra Biennale.
Quest’anno i 50 artisti e 7 curatori provenienti da Israele, Svizzera e Medio Oriente, i tre paesi selezionati per questa edizione, si confronteranno sul tema “Nuova Era”, titolo proposto per spingere tutti i partecipanti ad esplorare le relazioni esistenti tra le nuove forme di sperimentazione artistica e i contesti culturali e sociali. Il tentativo è quello di ragionare in modo creativo sulle potenzialità di un “nuovo” futuro possibile e sull’esistenza di un “nuovo” tipo, imprevisto, di riciclaggio delle vecchie forme del pensiero in grado di portare  a forme di rivoluzione reale, che possono, veramente, modificare il mondo che ci circonda.
Si omaggia, a distanza di vent’anni, quella rivoluzione del 1989 che, oltre a portare nella Repubblica Ceca la libertà, ha anche dato spazio ad un nuovo modo di pensare, a nuove forme di sensibilità, alla possibilità di circolare liberamente, di viaggiare e conoscere il resto del mondo …
Ad essere messo in primo piano è, quindi, il ruolo dell’arte contemporanea e dell’attività artistica come componente perturbante della società, un ruolo che non ha solo la funzione di criticare ma anche quella di esprimere la necessità di curare e costruire. L’arte viene assunta per la sua forza rigenerante, quella che aiuta la gente a riflettere sul mondo e che rafforza la società democratica e la sua capacità di reagire a fenomeni politici e sociali antidemocratici, a favore della tutela di quei diritti civili che sono tipici delle società sane.
Per questi motivi TINA B. ha una grande attenzione verso l’arte pubblica e verso tutti i nuovi mezzi di comunicazione creativa e tecnologica, come il digitale, la telefonia mobile e Internet.
La serietà dei temi proposti non deve spaventare, la libertà lascia spazio ad azioni dirette, divertenti e ironiche che contribuiscono a far diventare questo progetto un momento di scambio culturale ed estetico, in uno spirito creativo e positivo.

PROGETTI IN CORSO e SEZIONI 2009
· MOBILE VIDEO ART - ART IN MOBILE PHONES
· BILLBOARD TEXT ART - EMERGING WOR (L) DS
· Performance Art - VISUAL ART IN MOTION
· LIGHT ART - AS LIGHT ART
· SOUND AND RADIO ART - ART THAT IS HEARD
· DIGITALE E VIDEO ART - INCORPORATING TECHNOLOGY INTO ART

Il festival si svolge sotto il patrocinio e la sponsorizzazione del ministero della cultura della città di Praga.
Da giovedì 8 a domenica 25 ottobre 2009. http://www.tina-b.eu/

(ottobre 2009)

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Musée de l’OHM - Chiara Pergola

Due eventi, il primo svolto nella galleria Neon Campobase e il secondo al Museo Civico Medievale di Bologna, per inaugurare uno speciale museo a metà tra spazio personale e pubblico.
Se un museo è un luogo dove avviene la conservazione di oggetti e collezioni con un valore storico, culturale ed affettivo allora perché non prendere il proprio comò con dentro la propria biancheria, calzini, magliette, pigiami, sottovesti, e renderlo, a tutti gli effetti, un ente museale?
Dentro al comò ottocentesco di Chiara Pergola, oggi Musée de l’OHM, questi contenuti non ci sono più. E neppure l’aspetto personale è rimasto. Il primo evento (24-25 settembre 2009) ha posto questo oggetto d’arredamento e da “riordino” al centro delle attenzioni dei visitatori che sono stati invitati ad agire per trasformarlo da strumento privato a spazio pubblico. Graffi-graffiti prodotti con punteruoli e scalpellini dai visitatori hanno rimandato alla celebre performance di Marina Abramovic, in cui il corpo dell’artista era il luogo dell’agire, tra tortura e piacere. L’effetto di fastidio e violenza, esercitata anche brutalmente, ha prevalso anche in questa occasione, come se la diversità della tipologia della materia (corpo umano o mobile d’arredo) non avesse alcun peso a vantaggio di uno stesso esercizio di appropriazione e forza, esercitato sulla materia viva o inerte.
Il comò è così diventato a tutti gli effetti uno spazio condiviso, un ente museale. Diviso in tre sezioni,  i suoi tre cassettoni, dà la possibilità di organizzare più mostre contemporaneamente: nel cassetto-espositivo pergula hanno sede le mostre temporanee, il negotium è dedicato alla collezione permanente e la secreta è deputato alla conservazione di oggetti idiolettici.
Nella collezione permanente sono presenti 500 esemplari di uova di legno, quelle usate per il rammendo, con impresso il simbolo dell’OHM. La mente viaggia immediatamente all’antico uso del mobile e al suo contenuto di calze e mutande da rammendare.  Ma perché questo nuovo ente museale si chiama e assume il simbolo  dell’OHM? L’OHM è l’unità di misura della resistenza elettrica, che mette in relazione corrente, tensione e resistenza, ma è anche, traslitterato, l’Aum, il mantra più sacro della religione induista. Inoltre il tutto è messo in relazione con l’ipofisi, la ghiandola endocrina che guida tutte le ghiandole ormonali, situata alla base del cranio. Intuiamo che esiste una centralità e un equilibrio da cercare, una serie di scambi e di passaggi, ma per capirci qualcosa di più sembra assolutamente necessario partecipare al secondo evento inaugurale del Musée dell’OHM, quello che avrà luogo il 17 ottobre al Museo Medievale e che proporrà, nella sezione dedicata alla mostre temporanee, 4 nuovi lavori di Chiara Pergola. La curiosità, nel frattempo, si è accesa.

Inaugurazione 17 ottobre ore 17.30 - Fino a domenica 8 novembre 2009.
Museo Civico Medievale, via Manzoni 4, 40121 Bologna, tel. 051.2193916 museiarteantica@comune.bologna.it; www.comune.bologna.it/iperbole/museicivici

(ottobre 2009)

Adoperabili-Usable / Gabriele Corni
Il 18 settembre inaugura a Bologna la mostra fotografica Adoperabili-Usable di Gabriele Corni, ospitata dalla giovane galleria d’arte contemporanea Oltre Dimore. In questa prima tappa di una serie di appuntamenti in Italia ed Europa verranno presentate 16 opere fotografiche inedite e dal tema estremamente attuale.

Still life - Corni

«Le bambole sono l’immagine riflessa delle esigenze di chi sta dall’altra parte». (Gabriele Corni)

Corpi inanimati e allo stesso tempo animabili. Adoperabili. Bambole con una precisa funzione, quella di soddisfare in tutto e per tutto il proprio padrone. Le si può scegliere e s-vestire in base al proprio gusto. Colore dei capelli, degli occhi, tratti somatici, forme.
Ogni donna esiste, tutte le fantasie possono essere esaudite.

Gabriele Corni ci pone di fronte ad una indiscutibile realtà, quella di una vetrina che offre un prodotto lussuosissimo. Impeccabile e perfetto. Desiderabile. 
Geishe silenziose, discrete, bellissime. In attesa che qualcuno le scelga e le utilizzi. Pronte.

L’immaginario della donna oggetto ha portato all’oggettivazione vera e propria del corpo femminile, con la creazione di un suo sostituto. È così che la bambola sessuale è diventata sofisticatissima, mimetica in tutte le sue parti corporee, dotata di sistemi in grado di attivare risposte sonore e fisiche.

Corni ci mostra questi nuovi cloni-schiavi senz’anima. E qui avviene un’inversione, la bambola-oggetto si trasforma in un corpo-oggetto, in un ibrido tra umano e fantoccio, tra carne e plastica. Corni attua un gioco sottile, confonde chi guarda, si compiace dell’ambiguità insinuata grazie alla sensualità delle forme e dei colori, che prendono vita in una luce irreale. Sensibili dettagli spostano l’attenzione sull’umano, altri indirizzano al simulato. Il disorientamento spinge ad una osservazione maniacale che tramuta le maschere in volti e la pelle in porcellana.

Tecnicamente Corni riesce in questo intento grazie a una serie di interventi di post-produzione.
Parte dalla fotografia e procede fondendo tra loro parti anatomiche umane con quelle di bambole giapponesi iperreali, congela poi le forme in una sorta di massa scultorea ben levigata, sfuma l’incarnato rendendolo estremamente pittorico e colloca questo nuovo corpo in uno spazio indefinibile. Nelle posizioni frontali ottiene effetti ieratici, come se fosse la Sfinge ad essere raffigurata. Quando si ferma su leggere torsioni la lentezza emerge percepibile. L’attesa è uno stato di sospensione che in questi lavori prende densità. L’opera diventa così una sorta di contenitore per la conservazione a lungo termine dei suoi “ospiti-prodotto”.

La definizione dell’immagine ottenuta porta queste donne impeccabili a diventare suppellettili a tutti gli effetti e a perdere la consistenza umana. Sono raffinate maioliche, ben esposte, apparentemente delicate ma con una spessa corazza. Intoccabili proprio perché fragili. “Maneggiare con cura”, le potremmo intitolare. La loro presenza corporea evidenzia un’opposta assenza emotiva che le pone altrove, distanti dallo sguardo e dal giudizio di chi sta a guardare. La perfezione incute timore e innesca il meccanismo del voyeurismo, il solo modo possibile per entrare in contatto con queste ambigue figure.
Qualcosa stride.
La sensualità dei riflessi vellutati in contrasto con le ombre nelle pieghe naturali della pelle fa barcollare i sensi, stimola il tatto orientando verso l’erotico, il cui confine però, pur sfiorato, non viene oltrepassato.
Protette proprio dalla loro impotenza le adoperabili di Corni subiscono un processo di riscatto, grazie alla perfezione estetica che le trasforma in muse totemiche.

Innalzati ad icona questi corpi trattengono, comunque, una storia personale, che trasuda empaticamente dall’immagine. L’avvolgente e levigata bambola provocante si pone accogliendo, quasi con sicurezza, mentre l’infantile figura androgina si presenta più contratta, chiusa e tesa. Dietro questi modelli due vissuti diversi, due padroni distanti, non per gli intenti ma per le modalità.

Lo stare in bilico tra sensuale ed erotico e tra reale e immaginato pone ogni osservatore di fronte a domande intime, di ordine personale, sociale, morale ed etico.
Nella società del bello la perfezione può abbagliare e la solitudine può portare a scelte estreme.

Gabriele Corni con questo progetto ci permette di guardare nel “riflesso metaforico” di chi si rispecchia nella sua opera, facendone emergere le debolezze e le tensioni emotive.

Adoperabili-Usable / inaugurazione venerdì 18 settembre 2009 ore 18 | Galleria Oltre Dimore c/o Palazzo Rusconi, Via D’Azeglio 35/a - Bologna
La mostra è visibile fino al 31 ottobre dal martedì al sabato dalle ore 17 alle 19.30 o su prenotazione.
Galleria Oltre Dimore - tel. 051.331217 - www.oltredimore.it; info@oltredimore.it

(settembre 2009)

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La Collezione. Per una storia del Museo d’Arte Moderna di Bologna
Dal 19 settembre 2009 la Collezione Permanente del MAMbo si presenta al pubblico con un allestimento completamente rinnovato, con l’intento di dare una lettura della storia dell’arte italiana, dalla metà degli anni
Cinquanta a oggi, attraverso l’attività dell'ex Galleria d'Arte Moderna di Bologna.
Focus on Contemporary Italian Art, la sezione finora visibile dedicata alla promozione dell’arte italiana emergente, viene riconfigurata e affiancata da nuove aree tematiche che ripercorrono i momenti e i movimenti salienti della produzione artistica del nostro Paese: Arte e ideologia , Arte astratta e informale, Per una storia della GAM (Arte Povera e Concettuale, Corpo e Azione, Scultura e Pittura negli anni ‘80). Uno spazio apposito è dedicato a video e film, con documenti e opere che datano dal Futurismo ai giorni nostri.

Il titolo della prima sezione, Arte e ideologia, sottolinea il ruolo che Bologna ha storicamente giocato come laboratorio politico e culturale, che si rintraccia nella scelta dell’attuale sede del Museo, il forno del pane, voluto dal primo sindaco socialista, Francesco Zanardi. Il suo profetico motto “Pane e Alfabeto” è perfettamente in linea con l’aspirazione del MAMbo ad avere una funzione sociale, oltre che di divulgazione della cultura contemporanea. Dipinti, filmati, libri e stampe fotografiche sono utilizzati per tratteggiare un’inclinazione che trascende l’andamento cronologico, facendo dialogare la celeberrima tela di Guttuso I funerali di Togliatti con preziosi estratti da La rabbia di Pasolini, per ricostruire un sentire condiviso. Il percorso si avvale di documenti della storica Radio Alice, voce in presa diretta sulle manifestazioni del ‘77, che si rispecchia nel progetto concepito da Christopher Williams per la mostra conclusiva dell'esperienza della GAM. La presenza di esponenti della Pop Art italiana e dell’Arte cinetica e programmata permette invece di ripercorre le tappe che portarono dall'oggetto del quotidiano al progetto del quotidiano.

La sezione Arte astratta e informale, oltre a fornire un’ampia rassegna degli esponenti di tali tendenze, ne costituisce un organico insieme che vuole riunire l’universo spesso parcellizzato in scuole differenti, pur rispettandone le diverse anime, attraverso piccoli nuclei dedicati. Troviamo così gli artisti che gravitarono attorno alla galleria Cronache (Borgonzoni, Corsi, Rossi, Mandelli), così come quelli dell’Ultimo Naturalismo, strenuamente sostenuto da Francesco Arcangeli, storico direttore della GAM, oltre che importante critico d’arte. Non mancano rappresentanti del gruppo Forma (Accardi, Consagra, Dorazio) ad ampliare il quadro a livello nazionale e, infine, un riferimento a Informale in Italia, omonima mostra a cura di Renato Barilli e Franco Solmi (GAM, 1983). L’esposizione venne poi ospitata al Kunstmuseum di Lucerna, dove la declinazione locale/nazionale/internazionale fu paradigmatica, applicandosi sia agli artisti presenti che ai curatori, superando i confini della Galleria stessa per esportare un estratto della produzione artistica italiana solido e rappresentativo di tutte le anime che la composero. Arte astratta e informale include alcune acquisizioni recenti, quali una Natura morta del 1954 di Toti Scialoja, un collage di Germano Sartelli (Senza Titolo, 1958) e alcune storiche “ossidazioni” di Nino Migliori risalenti agli anni 1948-1953. Chiude Pinot Gallizio, con il ruolo di ponte tra l’Informale e le istanze politiche incontrate lungo il percorso, culminate nell’adesione al Situazionismo.

Per una storia della GAM è la sezione più propriamente dedicata al percorso intrapreso dalla Galleria dal momento del suo insediamento, nel 1975, nell'edificio progettato da Leone Pancaldi. Una storia che non può prescindere dallo spazio stesso, di per sé significativo se si considera il coefficiente innovativo racchiuso nella costruzione di un edificio interamente dedicato all'arte contemporanea. In questa area tematica, l’importanza attribuita all’Arte Povera è testimoniata dalle numerose acquisizioni, sia vecchie che nuove, di opere appartenenti al movimento, tra le quali una serie di foto di Giuseppe Penone (1968) e di lavori di Pier Paolo Calzolari (Senza titolo, 1967) entrati nel patrimonio del MAMbo nel 2009. L’oscillazione nazionale/internazionale è ribadita dalla presenza di Nagasawa, giapponese residente a Milano, e di Kosuth, per molti il padre dell’Arte concettuale, a cui si affiancano gli italiani Boetti e Isgrò. Un particolare accento è posto sulle ricerche che si basano sulla presenza di Corpo e Azione, di cui sono protagonisti Nitsch, Gina Pane, Abramovic-Ulay e Gilbert &George. Procedendo nel percorso, si incontrano i Nuovi-Nuovi, con esponenti quali Ontani, Salvo, Mainolfi e altri interpreti del clima citazionista e di recupero delle tecniche dell'arte classica. Attraverso le opere si Scully e Cucchi si approda al ritorno alla pittura tipico degli anni ‘80, a cui fa da contraltare un ben rappresentato panorama di scultori, con Paladino e Cragg. Pittura e scultura, locale ed internazionale, a confermare una trasversalità di sguardo e di intenti che è stata la cifra caratteristica della Galleria. Importante novità del percorso espositivo è un’area per opere video e filmiche che accoglie, dopo una capillare operazione di ritrovamento e archiviazione, una vasta gamma di reperti, dal Futurismo ad oggi, dall'opera al documento. Parte integrante della collezione, tale spazio avrà una programmazione variata a cadenza settimanale, a cominciare dallo straordinario corpus di Vertigo, mostra inaugurale del MAMbo. Accanto a produzioni recenti, quali i video del progetto Time Code, saranno riportate alla luce immagini del passato, come quelle della “Settimana della Performance”, evento che si ricollega al clima di sperimentazione artistica e politica con cui si apre la collezione e che viene qui riconfermato. Inoltre, questa sala ospiterà incontri e approfondimenti con studiosi e ricercatori, testimoniando la volontà del museo di portare avanti un lavoro scientifico condotto in sinergia con le istituzioni accademiche ed universitarie.
Infine, la sezione Focus on Contemporary Italian Art, prosegue nell’intento di produrre, promuovere e collezionare l’arte italiana contemporanea e si arricchisce di nuove acquisizioni, come Homage to the Hollywood squares (featuring Bridget Riley) di Francesco Vezzoli e Telegram from Buckminister Fuller to Isamo Noguchi explaining the Einstein's Theory of relativity di Elisabetta Benassi. Simbolo della volontà del MAMbo di
impegnarsi sistematicamente nell’offrire visibilità istituzionale ai più significativi fermenti culturali del nostro tempo e di permettere agli artisti di affacciarsi alla scena internazionale con progetti e strumenti di alto
livello, Focus sostiene e contribuisce a consolidare lo sviluppo dell’arte in Italia e rappresenta la maggiore collezione museale della scena artistica italiana odierna.

Analogamente a tutte le collezioni permanenti dei musei bolognesi, l’ingresso a La Collezione è gratuito, con l’obiettivo di favorire e stimolare il legame tra i cittadini e il patrimonio artistico e aumentare la familiarità e l’interazione con i luoghi della cultura e della ricerca.

(dal comunicato stampa) www.mambo-bologna.org

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Mona Hatoum, come anticipato lo scorso mese, è l’artista ospitata alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia fino al 20 settembre prossimo. All’interno del progetto Conservare il Futuro Mona Hatoum è stata invitata a confrontarsi con il passato grazie a ad un’azione nel presente, orientata alla vita e al rinnovo.
Per poetica e storia personale l’artista sembra tagliata ad hoc per questo tema. Nata a Beirut (1952) da genitori palestinesi ha trascorso un periodo a Londra, dove è poi stata costretta a rimanere a causa dello scoppio della guerra civile del Libano. Il suo vissuto l’ha portata a confrontarsi con l’oggettività della storia e l’ambiguità del senso che ogni cosa, oggetto o pensiero, trattiene.
A Venezia, nelle sale dedicate alle mostre e all’interno del museo permanente della fondazione, ha presentato alcuni lavori inediti e opere site-specific capaci di convivere negli spazi, tra gli arredamenti e i suppellettili, in un gioco di mimesi spaesante tanto divertente quanto agghiacciante.

All’ingresso è collocato Cube, una struttura minimale e pulita e al tempo stesso inquietante e aggressiva, come solo una gabbia può essere. Al terzo piano, dove sono esposte le mostre temporanee, troviamo 3-D Cities, tre carte geografiche rese tridimensionali grazie a tagli e soffietti che inseriscono crateri - implosioni del terreno create da bombardamenti e distruzione -  o montagne - ricostruzione dalle macerie - sulle mappe di Beirut, Baghdad e Kabul, città distrutte e a tratti riedificate.  Si cammina poi su Baluchi, un tappeto orientale in cui le parti logorate formano le sagome di un planisfero, e si arriva a Impenetrable,un cubo di filo spinato sospeso nel vuoto, leggero e delicato come una pioggia fitta e pizzicante. L’incanto è tale da trasformare il senso del pericolo in senso del piacere, provocando turbamento in chi rimane a guardare. La sola forza di questa installazione potrebbe essere sufficiente a rappresentare l’intero progetto della Hatoum a Venezia. Vicino c’è Worry beads, un rosario gigante, in bronzo, formato da grani insoliti, palle di cannone, che distorcono totalmente il senso della preghiera a cui l’oggetto vorrebbe ispirare. Ma è in Interior Landscape che bisogna entrare per visualizzare lucidamente questo rapporto tra passato, presente e futuro che l’artista porta nelle sue opere. Una stanza come ci si immagina una cella, con un letto, un tavolo e un appendiabiti, l’essenziale per percepire una presenza umana, qui solo immaginabile, che deve rimanere inerte e inerme, ad aspettare la propria fine: la rete del letto è di filo spinato, sul cuscino sono rimasti dei capelli, che disegnano i confini di quella che una volta era la storica Palestina, la gruccia in metallo appesa la ripropone, nella sua sagoma deformata, così anche nella cartina geografica, bucata e ritagliata fino a formare una borsa di carta, un contenitore che non può contenere nulla perché troppo debole, forato e lacerato. Eppure su questo paesaggio doloroso emerge sempre qualcosa di vivo, una forza, che sia anche quella di un disperato senso di impotenza, capace di innescare consapevolezza e volontà di rinascita. È   questa la chiave di lettura che ci suggerisce Chiara Bertola, curatrice della mostra di Mona Hatoum, quando sottolinea «l’aspetto vitale presente lungo tutto il suo lavoro».
Ma non è finita qui, tra le opere presenti all’interno del museo della Fondazione Querini Stampalia, perfettamente integrate all’ambiente settecentesco e neoclassico, ricordiamo Conversation Piece, una ragnatela costruita con filo e perle di vetro che unisce circolarmente sette sedie, una sorta di intreccio “brillante” di discorsi e pensieri silenziosi, in uno scambio che diventa un legame, o Hair necklace, una collana mostrata regalmente, come si fa con i migliori gioielli di famiglia, ma costruita con batuffoli di capelli al posto delle perle, materiale ripugnante e deperibile, metafora non solo dell’effimero e dell’instabile.

La cruda grazia di Mona Hatoum ha la capacità di innescare curiosità e sorpresa, mentre mostra il dolore e la natura spietata dell’uomo. Tra attrazione e repulsione, tra vita e morte, tra passato e futuro.

(luglio 2009)

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Messico–Italia 1–0 / Venezia, giugno 2009

Primo impatto con la Biennale di Venezia, breve e bagnato da un diluvio inaugurale che voleva, forse, essere una benedizione.
Il 5 giugno scorso l’apertura del Padiglione Italia ci ha motivato a sbarcare, anche se per poche ore, a Venezia. Una prima visita in cui la nostra attenzione si è soffermata su poche iniziative, perlopiù, interessanti: Mona Hatoum alla Fondazione Querini Stampalia, Teresa Margolles al padiglione Messicano e, alle 17.30, l’atteso Padiglione Italia.

Di fronte alla disarmante e cruda grazia di Mona Hatoum si rimane rapiti, ipnotizzati e paralizzati nelle tele delle sue tessiture e totalmente persi all’interno delle sue gabbie cubiche. Antropologica, sociale e di denuncia, la personale dell’artista libanese, di origine palestinese, riempie di senso e non delude. Le dedicheremo uno spazio speciale nel prossimo numero.

Teresa Margollos. Entrare nel padiglione messicano sorprende ed emoziona. La forza del pungolo, fastidiosa e attrattiva al tempo stesso, viene esercitata con energia dalle installazioni proposte, in un lavoro viscerale e diretto come solo una donna del sud america, Teresa Margolles, sembra oggi in grado di poter concepire. Con il titolo Di cos’altro potremmo parlare? ci porta al cuore di un gravissimo problema sociale messicano, la morte causata direttamente e indirettamente dal mercato della droga, un flagello per questo paese. Tramite il recupero di tracce biologiche e semantiche dai luoghi degli omicidi, dal sangue alle parole, la Margolles ci mette davanti alla tragica quotidianità senza lasciarci scampo. Esplora la morte come fosse materia economica, sociale e politica per arrivare all’identikit della violenta cultura contemporanea, basata sulla disuguaglianza dell’economia globale che porta alla povertà, al proibizionismo e alla criminalità. A Venezia non si vede nulla di macabro ma si percepisce la ferocia e l’impotenza, intellettualmente ed emotivamente.
C’è un tavolo, una bandiera, una cassaforte, una sala foderata di tessuto ricamato con frasi in oro e una serie di tele infangate. Tutto accomunato dal sangue con cui queste opere sono state prodotte, assorbito nelle fibre e nella materia cruda, e portato dal Messico a Venezia. È così che attraversando le sale di palazzo Rota Ivancich è possibile passar sopra, non solo metaforicamente, alla violenza che uccide, calpestando i fluidi di un cadavere.  Ogni giorno, infatti, viene versata sul pavimento una miscela di acqua e sangue.
Un monito per ricordare che nella vita nessun’azione è neutra e ogni scelta comporta una responsabilità, anche quella di essere un semplice osservatore.

Padiglione Italia. Dopo essere usciti da quello messicano, il Padiglione Italia è apparso come una bomboniera demodé, un tuffo nel passato, una sorta di ritorno all’ordine del XXI secolo. Collaudi, il titolo dato dai curatori Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice, non ha riportato la mente al momento positivo a cui si riferiva Filippo Tommaso Martinetti per testare la buona funzionalità di una nuova creazione ma solo alla speranza del “proviamo se funziona…”.
Grazie ad alcune felici espressioni dell’arte italiana, rappresentate dai sempre indipendenti, per ironia e cinismo consapevole, Bertozzi e Casoni e, anche, dal giovane Valerio Berruti, che sa riempire di senso i vuoti e li anima, le narici tirate hanno ripreso a respirare ed è apparso sul volto anche un sorriso.
In generale, guardandosi attorno, ci si è chiesti se, nel centenario del Futurismo, era proprio indispensabile ritrovarsi conservatori e passatisti.

(giugno 2009)

 

Real/Unreal - 12 video

Cosa viene considerato oggi reale e cosa irreale? Qual è la soglia di distinzione? C’è una distinzione?

L’era digitale ha portato cambiamenti che hanno coinvolto tutti gli ambiti dell’azione umana e sociale. Il potere dei nuovi media è in grado di frantumare le distinzioni tra “dentro e fuori”, tra personale e pubblico, moltiplicando le immagini dilatandole oltre misura. La distinzione tra il virtuale ed il reale viene offuscata riducendo progressivamente la capacità di conoscenza diretta della realtà.
Nella società occidentale le immagini tendono a prendere il sopravvento sulla realtà, i media contribuiscono a qualificare il nostro sentire, a intensificare l’esperienza di ciò che ci circonda.
Il video non è altro che un dispositivo che definisce le forme dell’esperienza assicurando la connessione dei media al mondo sociale, è un “attrezzo” dello sguardo.

Partendo dal concetto che il video è mezzo attraverso il quale l’artista interpreta, racconta, immagina qualcosa, REAL/UNREAL gioca sull’idea ambigua e paradossale di ciò che è reale e ciò che non lo è.
Il progetto prevede dodici video in cui quattordici artisti utilizzano questo strumento come veicolo per raggiungere una “dimensione altra” che può essere di volta in volta onirica, visionaria, documentaristica o cinematografica.
Attraverso il video, gli artisti interagiscono a diversi livelli con la realtà, si tratta di molteplici punti di vista che in modo inaspettato si mescolano vicendevolmente. Ecco che dalla dimensione onirica fiabesca, che comunque attinge dalla vita reale, si passa a quella di reportage, che a sua volta si astrae dal reale perché interpretato, filtrato, dal sentire dell’artista.

Il video funge da mediatore tra la verità assoluta nel momento in cui accade qualcosa e il pensiero dell’artista. Il montaggio, fondamentale in tutti i 12 lavori, permette una scelta che in alcuni casi enfatizzerà l’idea di sottrarsi completamente dalla realtà e in altri ne racconterà solo un frammento.

Odile Orsi (maggio 2009)

Real /Unreal è curato da Odile Orsi e presenta 12 video: Alessandro Mancassola & Barbara Ceriani Basilico, Virgilio Villoresi & Vivì Ponti, Nat Wilms, Christian Rainer, Fani Zguro, Alessia Lusardi, Gianluca Ferrari, Giovanni Bellavia, Jonathan Gobbi, Karin Andersen, Iva Kontic, Samuele Belloni.

Playlist>neoncampobase - 25 maggio 2009 - ore 20.30 - via Zanardi 2/5 - Bologna

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Fragilecontinuo

Perché sono fragili ma non si arrendono.
Sono giovani artiste e creative (Anna Ferraro + To / Let + Valeria di Sciullo) unite in un progetto coraggioso e arrogante. Nel senso migliore del termine ovviamente.
Si presentano dietro una vetrina ad angolo piena di oggetti, libri, fotografie, stampe, serigrafie, gadget strani e strampalati, tutti curiosi e pieni di senso, anche se a volte è il nonsenso ad essere proposto. Divertente guardare e ancor di più entrare, il paese delle meraviglie sembra approdato proprio qui. Uno spazio dedicato anche agli ospiti, performer e artisti che temporaneamente occupano questo luogo e lo fanno diventare casa propria. Perché Fragilecontinuo sembra un poco una casa d’accoglienza, anche in questo caso nel senso migliore possibile.
Ci piace scherzare ma c’è qualcosa in questa nuova realtà bolognese che ci porta a ripensare sia alla passata utopia della comune sia alla famiglia allargata emancipata. È proprio questo che ci piace di Fragilecontinuo, la spontaneità con cui, un po’ caoticamente, si presenta al pubblico.
All’interno possiamo trovare dalle produzioni di giovani artisti contemporanei agli slip intimi con applicazioni ambigue, come una bocca che sfoggia canini, dalle cravatte-pezzo unico alle spillette prodotte in serie, dalle borse-oggetto ai cataloghi specializzati, dai toys ai multipli d’autore.
Ironia, cinismo, sano divertimento e tanta critica sembrano gli elementi indiscussi che connotano questo Artshop. E l’insieme ci appare straordinariamente vicino ai nostri “interessi disinteressati” per ogni forma d’arte. Lo consigliamo a tutti quelli che di fragilità sanno di che farsene. 

Fragilecontinuo - vicolo de’ Facchini 2/A angolo Via Mentana - Bologna
http://fragilecontinuo.blogspot.com; fragilecontinuo@gmail.com

(maggio 2009)

Elia Cantori - Amplified Loop

Car projects ospita fino al 4 luglio una mostra dedicata ad Elia Cantori, giovane artista italiano alla sua prima personale.
Tre opere presentate con grande rigore, a testimonianza della maturità di un artista che anagraficamente, invece, è molto giovane (1984).
Navetta, Amplified Loop e Stanza sono lavori di dimensioni discrete e prodotti con tipici materiali industriali.

Navetta è una grande struttura metallica a forma di ruota, al cui centro è posta una sedia. Qui può sedersi lo spettatore e, se coraggioso, spingersi avanti e fare una capriola di 360 gradi. L’immagine porta subito ai giochi per i bambini dei parchi pubblici ma, un po’ crudelmente, questo gioco si mostra pericoloso e, anche visivamente, la tentazione ad arrampicarsi e a posizionarsi seduti si scontra con la freddezza della forma, per materia e colore. Lo strumento innocuo si trasforma quindi in un oggetto a metà tra la ruota della morte e una gabbia rotante per criceti giganti.

Amplified Loop è un groviglio chiuso, formato da un tubo di metallo posto liberamente a terra, simile ad uno scarabocchio tridimensionale. La scultura potrebbe essere autonoma ma è affiancata ad un video che la completa. Qui scorre il viaggio lungo l’interno del tubo, come una sonda esplora un corpo umano o dell’acqua scende giù dalla conduttura del lavandino. L’effetto d’insieme è arricchito da un suono continuo strisciante e l’installazione riesce a toccare i grandi temi dell’arte: dentro/fuori, finito/infinito.

Stanza
si presenta come una sfera di gesso in cui sono incastonate una maniglia e una serratura di una porta, il tutto illuminato da un grosso neon. Questi tre oggetti stanno a rappresentare gli unici tre superstiti dalla distruzione dello studio dell’artista. Simbolicamente potremmo anche coglierli come un invito utopico: aprire la porta che permette di entrare nel mondo dell’artista e guardare la sua opera con attenzione.

L’insieme è un buon equilibrio di forme apparentemente instabili, un dondolo tra possibile e impossibile.

Car projects - viale Pietramellara 4/4, Bologna - tel. 051/552462, www.carprojects.it

(maggio 2009)

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Artisti di tutte le epoche unitevi! Arriva Gemine Muse

Artisti di tutte le epoche unitevi! Arriva Gemine Muse a Bologna e un desiderio accantonato da tempo torna a prendere forma. Arte antica e arte contemporanea insieme per la promozione del patrimonio artistico che, in questo caso, ingloba anche i giovani emergenti. Non c’è nessun errore e neppure un cortocircuito, non è uno scherzo e neppure un’operazione concettuale ma solo la prova che quando le categorie lasciano posto alle “alleanze” la cultura diventa accessibile, interessante e vivace, e la polvere lascia posto all’aria fresca.
È così che dal 18 aprile a fine giugno 2009 in 22 città italiane ci saranno 30 critici e 150 artisti che hanno deciso di dialogare con le strutture e le opere arrivate dal passato.
Ispirazione, omaggio, interpretazione, provocazione, ricontestualizzazione e ogni altra azione o performance utile a dare forma ad una relazione tra antico e contemporaneo è legittima. I giovani artisti si trovano, così, in una sorta di viaggio dentro la storia dell’arte in cui le loro opere rappresentano la temporanea tappa finale di questo percorso.

Bologna partecipa per la prima volta alla rassegna ospitando al Museo Davia Bargellini la collezione PetriPaselli e al Museo Medievale un’installazione di Giulia Ravazzolo con un progetto curato da Karin Andersen dal titolo: Simbionti - esercizi di mutualismo museale. L’idea è quella di ispirarsi al modello ecologico del mutualismo, partnership simbiotica reciprocamente vantaggiosa. Da qui PetriPaselli, già professionisti del collezionismo e della trasfigurazione fotografica di oggetti, sono partiti con un lavoro di mimesi, intesa come esercizio di recupero delle forme artistiche che dal passato sono arrivate a noi, diventando un patrimonio e un immaginario comune. Si sono mossi con la “tattica” dell’invasione, colonizzando a tutti gli effetti gli spazi liberi del museo. Qualcosa ci fa intuire che abbiano pure occupato luoghi normalmente adibiti ad altro, ad altre opere, “reliquie”, pezzi rari. Un’appropriazione non violenta e neppure irrispettosa, piuttosto una sorta di ironica presenza che si affaccia alla storia e gli sorride, quasi a dire “noi siamo qui”. Il duo di artisti si pone, quindi, nel ruolo di una simpatica e un poco egocentrica famiglia di signori bolognesi che lascia i propri beni ad un museo, in modo che i posteri ne possano beneficiare. È così che tra la collezione di piatti d’epoca del Davia Bargellini compaiono anche due ceramiche con i profili di Matteo Petri e Luciano Paselli, nella quadreria i loro ritratti, a fianco dell’antica casa di bambole il plastico del giardino dei due piccoli PetriPaselli, poi l’album dei ricordi, lo stendardo di famiglia, nella sala del teatrino di marionette anche il teatrino con cui “giocavano” i PetriPaselli e, in fila ordinata, le “idee sotto spirito” di PetriPaselli, rappresentate simbolicamente da un paguro di plastica sotto spirito, metafora visiva del loro concetto di simbiosi. Tutta questa operazione segna un percorso, quello della storia della “famiglia”, reale e virtuale, di PetriPaselli e fa riflettere sul potere e la forza dello scambio, in questo caso artistico-culturale e affettivo, prima tra i due artisti e poi tra gli stessi e il museo Davia Bargellini, sintetizzabile nel pensiero: «Prendo un po’ di tuo e ti lascio un po’ di mio». Un’integrazione perfettamente riuscita.
Giulia Ravazzolo, invece, ha realizzato una installazione di cinque oggetti scultorei, definiti bracciali-scudo a incastro, dalla forma geometrica, quasi totemica, con luce endogena fuoriuscente da decorazioni simbolo dei cinque sensi. Durante l’inaugurazione i bracciali sono stati indossati, diventando oggetto di una performance itinerante tra le sale del museo.

Passando a Ferrara incontriamo, all’interno della palazzina Marfisa d’Este, un’altra suggestiva installazione, Link di Antonella Guidi. Una gabbia di due metri per due, ricoperta di maglia dorata lavorata a mano che si unisce, come un cordone ombelicale, ad un abito da sera delicato, indossato dalla stessa artista (o da un manichino in sua assenza) e posto al centro dell’opera. Sicurezza e claustrofobia, premura e costrizione convivono in questa struttura di forte impatto emotivo ma, allo stesso tempo, di lucida e caustica presa d’atto della funzione dei legami familiari sulla vita personale di ogni suo membro. Antonella Guidi presenta Link con queste parole: «Una casa. Nient'altro che una casa. Il primo luogo sicuro, il primo luogo in cui la nostra famiglia ci protegge, l'obiettivo di molte nostre azioni. Una casa sicura. Rinchiudersi nell'unico luogo protetto mentre tutto il resto del mondo si sfalda e ci lascia soli. Chi sta fuggendo realmente, chi scappa o chi resta? Per sopravvivere si cerca di tornare indietro, regredire alla sicurezza della prima casa. In utero. Ma non c'è niente da fare, indietro non si torna. E si sopravvive di ricordi e di illusioni. Ci si rinchiude su se stessi. Una gabbia. Nient'altro che una gabbia. Il primo luogo sicuro, il primo luogo in cui la nostra mente ci protegge, il motivo di molte nostre azioni. Una gabbia dorata».
L’opera di Antonella Guidi rientra nel progetto curatoriale di Massimo Marchetti, Crisalidi, che propone anche un lavoro di assemblaggio di oggetti “scarto”, con effetti inconsueti e improbabili, tra caos e archiviazione, dell’artista Denis Riva.

Restando nella zona emliano-romagnola segnaliamo anche il progetto di Forlì curato da Rosalba Paiana che propone, negli spazi ritrovati di una vecchia fabbrica di candele, appena restaurata e aperta al pubblico, opere di Armando Lulaj e Margherita Moscardini, due artisti che lavorano, seppur in modo molto diverso, sugli aspetti politico-sociali e sulle architetture nascoste della città. A Modena all’interno dei Musei anatomici si possono vedere due installazioni di Alessio Mogani e Fabio Sonetti e un’opera video di Angelica Porrari.

Storia: Gemine Muse nasce nel 2001 da un’idea della curatrice Virginia Baradel e dall’assessore Giuliano Pisani di Padova, è promossa dalle associazioni GAI (Circuito Giovani Artisti Italiani) e CIDAC (Città d’Arte e Cultura), in collaborazione con la DARC (Direzione Generale per l’Architettura e l’Arte Contemporanee), Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e si avvale del sostegno di CULTURE 2000 Direzione Generale Educazione e Cultura della Commissione Europea.
Gemine Muse 2009 rientra nel progetto ITALIA CREATIVA è un progetto per il sostegno e la promozione della giovane creatività italiana a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della Gioventù in collaborazione con l’ANCI Associazione Nazionale Comuni Italiani e il GAI Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani.
Le città italiane coinvolte in questa edizione: Ancona, Bari, Biella, Bologna, Cagliari, Campobasso, Catania, Cremona, Ferrara, Forlì, Genova, Messina, Milano, Modena, Novara, Padova, Pavia, Prato, Roma, Teramo, Torino, Trento.

Info: www.giovaniartisti.it/gm/

(aprile 2009)

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Le Corbusier - The Art of Architecture
Londra, Barbican Art Gallery, fino al 24 maggio 2009

Nonostante fossi già stata a Londra varie volte, non avevo ancora mai visto il Barbican Center, inaugurato nel 1982. La Lonely Planet mi aveva avvertito che il luogo è una sorta di labirinto e puntualmente mi sono persa fra i mille passaggi sopraelevati che conducono all’ingresso, ma una volta giunta a destinazione sono rimasta piacevolmente impressionata dall’edificio che ospita un attivissimo centro culturale e che attualmente rende omaggio a Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Edouard Jeanneret-Gris (1887-1965).

L’esposizione presenta una parte, ovviamente ridotta, dei suoi progetti, ricostruendo nel contempo le sue teorie, alcune indubbiamente visionarie, che tanto hanno segnato la storia dell’architettura contemporanea.
Ai miei occhi profani, la parte più interessante della mostra è quella che riguarda il design e l’arredamento di interni: vedere la ricostruzione e le fotografie degli ambienti che lui progettava (e di quelli in cui viveva) negli anni venti e trenta, e che appaiono ancora straordinariamente moderni, fa capire come mai il suo nome continui tutt’oggi a costituire un punto di riferimento per architetti d’interni e designer.

Altrettanto innovativo il progetto di casa modulare Unité d'Habitation in Marseille, edificato fra il 1946 il 1952, che lui considerava «un avvenimento di importanza rivoluzionaria: sole, spazio, verde. Se volete che la famiglia viva nell’intimità, nel silenzio, conforme alla natura… mettete assieme 2000 persone, prendetele per mano e attraverso un’unica porta andate verso 4 ascensori, ciascuno della capienza di 20 persone… Potrete così godere di quiete e di un contatto immediato esterno-interno. Le case saranno alte 50 metri. Bimbi, giovani e adulti avranno a disposizione il parco intorno all’edificio. La città sarà immersa nel verde e sul tetto delle case troveremo gli asili per i piccoli». Peccato che questo progetto sia diventato oggetto di tantissime orride imitazioni, che non tengono minimamente conto delle sue intuizioni. Ma non si può ovviamente far ricadere la colpa della mediocrità delle copie sull’originalità del prototipo.

(Eva Lorenzoni)


Lavori in corso.

Attendendo La Biennale di Venezia 2009 consigliamo:
http://www.labiennale.org/it/danza/
http://www.labiennale.org/it/enparts/

 

Arte - poco -Fiera

Arte Fiera 2009 è stata intensa e breve, come ogni anno. Le proposte, le iniziative e gli incontri sono stati divorati da un pubblico eterogeneo, interessato o curioso. La conclusione, però, è stata segnata da una polemica, di poco conto ma che dà di che pensare. Nell’ultima giornata un’opera è stata sequestrata dai carabinieri perché considerata “blasfema e oscena” tanto da motivare l’ipotesi del reato di “offesa a una confessione religiosa mediante vilipendio”.
L’opera in questione è di Federico Solmi, artista bolognese trasferito da anni a New York, e rappresenta l’artista stesso crocefisso, in erezione e col cappello da cardinale. Dalla descrizione dell’opera si arriva ad intuire un certo cattivo gusto ma nulla di più. Il messaggio veicolato risulta immediato e, forse, anche un poco scontato. Niente di nuovo, quindi, neppure questa decisione di intervenire per così poco. Bologna ha dei precedenti, anche non troppo lontani. E dire che la censura, la polemica, lo scandalo non sono dei “mali” a priori. Spesso denotano, invece, innovazione, rivoluzione e avanzamento dell’arte.  Viene da pensare che in una fase in cui nulla più ci tocca, emotivamente ed esteticamente, un sano effetto shock non poteva che farci bene. Ma così non è. Qui siamo alla più banale delle accuse, alla più inutile e ridicola. Il tema religioso e il suo uso pretestuoso, anche polemico e critico, non è un fatto nuovo. E non scandalizza ormai più nessuno, se non alcune istituzioni rigidamente integraliste o italiane. Ci si chiede quali siano i criteri di valutazione per decidere se un’opera è blasfema, quali indicazioni internazionali, se esistono, possono essere prese in considerazione. E la conseguente domanda diventa se una fiera che si dichiara internazionale, come Arte Fiera, può essere ospitata in una città che non è in grado di accogliere le diverse espressioni artistiche e tematiche proposte in ogni altra parte del pianeta. La questione, se non la si vuole liquidare come un’ottima operazione di marketing, è quella di capire se in Italia sia ancora possibile, se lo è mai stato,  avere un clima di confronto e di critica, magari anche bella dura e schietta, ben più utile e spietata della censura. Perché l’effetto innescato, volendo o no,  è quello della condanna inopportuna o dell’esaltazione pubblicitaria. Nulla di utile per la poetica e per l’arte.

(febbraio 2009)

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Nuovi assessori: la cultura è di tutti.
Bologna - piazza Maggiore - febbraio 2009.

Loris: Siamo ormai vicini alla campagna elettorale comunale, chissà che palle…
Dante: Ci siamo già dentro, non te ne sei accorto?
Loris: Dopo i nomi dei candidati a sindaco arriveranno anche i programmi?
Dante: Macché, la crisi, economica e politica, avrebbe potuto aiutarci, non so, magari ristabilendo un ordine nelle priorità, facendo riflettere sui bisogni reali… le necessità fisiche e spirituali…
Loris: Ma i programmi…
Dante: Non so se ci sono programmi, al massimo un cinema stasera…
Loris: Dài non scherzare,
Dante: Ma credi davvero che le discussioni sulla “questione morale” e il ritorno all’etica  siano un motivo di riflessione e di cambiamento? Al massimo sono argomenti di discussione…
Loris: … Ma chi sono i candidati, aiutami…
Dante: Vabbè essere stralunati ma… Delbono è il nome della sinistra, Guazzaloca delle destra moderata e Cazzola dell’alternativa….
Loris: A cosa?
Dante: Alla destra e alla sinistra, questo è un uomo che sta un po’ qua e un po’ là… un indipendente..
Loris: un parac….adutato
Dante: Sì  e ora anche Pasquino…
Loris: Ma tu di chi ti fideresti?
Dante: Guarda non saprei, avrei avuto anche qualche idea ma quando ho sentito i nomi dei futuri assessori alla cultura, allora, ho provato un senso di sconforto…
Loris: Perché, sono già stati indicati?
Dante: Certo e, ovviamente, sono il simbolo inequivocabile di quel che il nuovo governo cittadino intende per cultura!
Loris: E quindi?
Dante: Nicoletta Mantovani, Red Ronnie e Pupi Avati.
Loris: Ma dài, stai scherzando?
Dante: Assolutamente no!
Loris: … Come dire uomini di “c”ultura per la “C”ultura. È la vittoria della sinistra che chiede la cultura per tutti! ahahahahhh
Dante: Beh…L’idea iniziale era un po’ diversa: uomini di “C”ultura per la “c”ultura. Sembra un gioco di parole ma non lo è. Le carte sono state un po’ mischiate e alla fine qualcuno deve aver scambiato il fante per l’asso di briscola….
Loris: È così da tempo, dài…non fare quello che si scandalizza per così poco…non c’è più  differenza tra l’organizzare eventi e avere un’idea sulla politica culturale, per una città in crisi depressiva come la nostra… E poi… Non si era candidato anche Beppe Maniglia?
Dante: Ci mancava….  però, guarda, almeno con lui risparmieremmo...
Loris: In che senso?
Dante: Essendo musicista potrebbe coprire ad interim la carica di assessore alla cultura…
ahahaha
Loris: Per la serie “facciamoci del male”, Nanni Moretti è sempre attuale…
Dante: Secondo me siamo già oltre, siamo a Troisi con “Non ci resta che piangere”…tra ipocrisia e civetteria non si sa che pensare…
Loris: La politica è veramente, ormai, solo uno spettacolo vuoto di contenuti….ma a livello cittadino si credeva, si sperava, che le cose non fossero ancora tanto degenerate.…
Dante: Qui non ti seguo, credi ancora di essere in una città speciale? Nessuno viene più a Bologna per studiare il modello comunale degli asili e delle scuole elementari, una volta venivano i giapponesi, così come chi arrivava da lontano per studiare, poi rimaneva in città a vivere per sempre perché c’era fermento, sorgevano nuove possibilità, il Dams, Scienze della comunicazione…
Loris:  E ora?
Dante: Organizzeremo concerti rock, magari contaminati da un po’ di lirica, beat o country, tutto in diretta tv….
Loris: … Potrebbe non essere neppure male….
Dante: Poteva andarci anche peggio… Se ogni società si merita quel che produce…

 

Ogni riferimento a luoghi o persone è puramente casuale…

(febbraio 2009)

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Bologna - Arte Fiera 2009: preview

Breve promemoria. Giovedì 22 gennaio 2009 inaugura Arte Fiera. Fino a lunedì 26 Bologna sarà gremita di visitatori “addetti ai lavori”. Ogni galleria, ogni spazio istituzionale, ogni struttura indipendente ma sensibile all’arte, e al suo mercato, troverà uno spazio dove proporre il proprio “pensiero artistico”. Dai musei agli hotel saremo immersi nell’arte. E se c’è di che sperare c’è anche da temere. Scusate tanto, ma un po’ di sano scetticismo risulta un buon antidoto, una sorta di rito scaramantico contro il cattivo gusto. E per il week-end più ricco dell’anno bisogna prepararsi a ogni evenienza… anche alla certezza di non poter vedere tutto. Conviene, almeno, consultare il programma in anticipo e scegliere cosa si ritiene veramente imperdibile e cosa si può, invece, rimandare. Ma anche un ingenuo vagare alla deriva potrebbe non essere una cattiva idea…

Segnaliamo. Nella nostra agendina abbiamo già appuntato alcuni incontri da non perdere con Arte Fiera Off

  • Specularaction di Giovanni Bellavia, video arte a cura di Odile Orsi, opening 21 gennaio, ore 18, fino al 23 gennaio 2009; mercoledì 18-21; giovedì 19-21; venerdì 17-21; via De Marchi 23 B, Bologna
  • Arte e luce alle Gallerie Bongiovanni, mostra di opere inedite e site specific. Simona Pinelli presenta l’artista Nat Wilms, opening 24 gennaio 2009, 16- 24, fino al 7 febbraio, ore 10-13 16-19.30, via Rizzoli 36 (Galleria Acquaderni)
  • Cineteca del Comune di Bologna e Déja.vu - Film d’Artista, dal 21 al 24 gennaio 2009, a cura di Lelio Aiello, Lorenzo Buccella, Gudrun De Chirico, Cinema Lumière, via Azzo Gardino 65, MAMbo Museo d’Arte Moderna di Bologna, www.dejavu-bo.it - www.cinetecadibologna.it
  • On. Luci di pubblica piazza - evento di arte contemporanea per uno spazio pubblico, a cura di Martina Angelotti e Anna de Manincor, performance pirotecnica di Francesca Grilli in co-produzione con Fies Factory One/Centrale Fies, 24 gennaio 2009, ore 20.30 e 21, balconata del Teatro Comunale, piazza Verdi, Bologna, www.zimmerfrei.co.it/on
  • Le sempre maggiori interazioni tra l’industrial design e le arti figurative: il profilo della tutela giuridica e quello artistico - incontro promosso da IDEALEX, 25 gennaio, ore 18.30, Palazzo Gnudi, via Riva di Reno 77, www.idealex.net

E alcuni appuntamenti con Art First

  • Piazza Santo Stefano - Carlo Bernardini
  • Museo della Sanità - Via Clavature, 10 - Kan Xuan
  • Museo archeologico - Via dell’Archiginnasio, 2 - J&PEG e Marcello Maloberti
  • Galleria Cavour - Enrico T. De Paris

Il resto si trova sul programma ufficiale, sempre che vi rimanga il tempo, e la forza, dopo le ore passate in fiera.

Breve storia: Arte Fiera è la fiera d’arte moderna e contemporanea che ogni anno, dal 1974, si svolge a Bologna nel mese di gennaio. Dal 2004 il direttore artistico di Arte Fiera è Silvia Evangelisti. Nel 2005 Arte Fiera è diventata Arte Fiera Art First che per mettere in primo piano l’importanza di questo primo evento dell’anno che apre il calendario degli appuntamenti dedicati all’arte contemporanea, una sorta di assaggio di quello che verrà poi proposto dal mercato nei mesi a venire. Con Art First si assiste ad una vera compenetrazione della fiera con la città che la ospita, grazie ad installazioni d’arte sparse tra palazzi e luoghi del centro storico. Nel 2007 parte anche Arte Fiera Off per unire sotto lo stesso progetto le altre iniziative organizzate in quegli stessi giorni in altri spazi pubblici e privati, tra la città e la regione.  Lo scorso anno, infine, si è dato il via alla notte bianca dell’arte, accogliendo la spontanea reazione della città a questo evento fieristico e ufficializzando, così, l’Art White Night , che trasforma il sabato sera bolognese in una grande venue per l’arte contemporanea.

Programma. Arte Fiera Art First, Arte Fiera Off e Art White Night - www.artefiera.bolognafiere.it

(gennaio 2009)

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Estro e splendore - tra Ukivo-e e Kodomo-e

Peccato sia durata poco. La mostra Estro e Splendore, ospitata dal Museo archeologico di Bologna, è ormai finita.
L’esposizione ha presentato sei sezioni di stampe di diversi autori, tra cui Utamaro, Toyokuni, Kunisada, Hiroshige, mettendo in luce la particolarità della corrente artistica chiamata Ukiyo-e, ovvero “immagini del mondo fluttuante”. Inizialmente assunto con il significato di dolorosa temporaneità della vita, questo termine di origine buddista venne poi inteso come realtà disincantata, mondo profano di piaceri effimeri, popolato da soggetti teatrali, scene di genere, vita di città. La qualità delle immagini, la raffinatezza del segno, la scelta dei colori, delle decorazioni e dei soggetti non può lasciare indifferenti. L’uso della linea e di un disegno piatto, fatto apposta per “appoggiarsi” sul foglio, spiazza. Per chi è abituato alla prospettiva albertiana la mancanza di profondità può aver procurato un leggero contraccolpo ma l’eleganza del segno ha poi fornito quell’entusiasmo per proseguire, alla scoperta delle stampe di Osaka. Grandi artisti del passato, come Vincent Van Gogh e Claude Monet, avevano già apprezzato e copiato, immettendo nella cultura occidentale quel sintetismo tipico della linea grafica giapponese che, ancor oggi, non può che ricordarci l’oriente. Sintomo che, seppur inglobata nella nostra cultura, la traccia dell’origine rimane impressa, non si dissolve. Sorprendenti, poi, le Kodomo-e, stampe per l’infanzia create per divertire, istruire e far giocare i bambini. In questa sezione spiccano anche le rappresentazioni degli oggetti, descritti nel particolare, che costituiscono una sorta di inventario per categorie, un’enciclopedia in schede e per immagini, capaci di ipnotizzare l’occhio del pubblico. L’istinto, infatti, è quello di soffermarsi su ogni particolare, cercando un effetto a lente d’ingrandimento.
Per chi si è avvicinato alla tradizione delle stampe xilografiche giapponesi quasi per caso, come è capitato a noi, è stato sicuramente un bell’incontro. E anche senza conoscere l’origine e la storia della loro tradizione ci si può facilmente perdere tra le descrizioni dei paesaggi, le decorazioni dei tessuti, le espressioni esasperate dei volti e le forti azioni del corpo, che risentono sicuramente del teatro kabuki.
Dal passato e dall’oriente ci arriva, così, un bell’esempio di come si possa coniugare qualità di creazione e tiratura altissima a basso costo. Una produzione pensata, già dal 1600, per la massa e quindi prodotta in migliaia di copie per essere venduta a chi non poteva permettersi un vero dipinto. Immagini concepite proprio per essere stampate con un livello qualitativo tale da trasformare semplici illustrazioni in opere d’arte, e porle ai vertici della grafica di ogni tempo e di ogni paese.

Alcune immagini sono ancora visibili sul sito www.estroesplendore.com

17 ottobre 2008 - 11 gennaio 2009 - Museo Archeologico di Bologna
Mostra promossa da: Università di Bologna - Centro Studi d'Arte Estremo Orientale dell'Università di Bologna, Comune di Bologna - Museo Civico Archeologico, Nipponica
http://www.comune.bologna.it/museoarcheologico/mostre/mostre.htm

(gennaio 2009)

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Collezioni mai viste - il museo accessibile

Entrare in un luogo e sentire suoni, odori, tensioni… andare oltre al semplice vedere per potersi immergere, in modo viscerale, dentro al contenitore “sacro” che è il museo.
Il patrimonio e la funzione del museo è una questione di interesse pubblico e per questo deve tentare tutte le vie per arrivare alla platea più vasta possibile. Con il progetto Collezioni mai viste l’associazione 0GK e il museo MAMbo propongono, a Bologna, una diversa modalità per avvicinare il contenuto del museo, le sue collezioni e le opere in mostra, al pubblico, in modo nuovo o, meglio, quasi mai preso in considerazione. In sette incontri che prevedono letture, dialoghi, musica e performance si potrà sperimentare una percezione altra, che mette in secondo piano il senso più comune, la vista, per esaltare gli altri.
Il primo appuntamento dello scorso 27 novembre ha visto Paolo Nori, scrittore, di fronte ad un pubblico insolitamente disomogeneo: giovanissimi studenti, attempati intenditori, signorotti curiosi, intellettuali, addetti ai lavori, amanti dell’arte, della scrittura creativa, vedenti e non vedenti assieme per un’esperienza, in mostra, che non era né visiva né tattile. Il monologo proposto ha assorbito l’attenzione avvolgendo l’ambiente, una sala della mostra dedicata a Giuseppe Penone, in una magica atmosfera emotiva alla scoperta dell’esperienza personale dell’autore di fronte a opere “strane”, le “classiche” dell’arte contemporanea. L’incontro con Kasimir Malevich o con Mark Rothko si trasforma, così, in metafore capaci di far affiorare immagini mentali e, con esse, la potenza dell’empatia dell’arte. Arte e Anima diventano parole paurose e pericolose, difficili da comprendere se si rimane sul solo piano del visibile e non si scivola nel sensibile. Tutto questo grazie a parole, un flusso di coscienza veloce e contorto ma, allo stesso tempo, lucido e diretto. 
Dopo questo primo assaggio sembra impossibile non voler andare oltre. I prossimi incontri saranno con  Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini, Ugo Cornia, Salvatore Sciarrino e Lost Cloud Quartet, Carlo Cialdo Capelli, Giacomo Verde e Stefano Bartezzaghi, autori provenienti da diversi ambiti creativi, che hanno deciso di proporre, per questa serie di appuntamenti, interventi inediti e dedicati.
Da non dimenticare di chiedere, all’ingresso, la brochure di presentazione del progetto. Stampato in doppia lingua, italiano e braille, questo libretto di sala, potrebbe essere inteso anche così, ha un valore aggiunto, oggetto attraente ed estetico. Ogni giovedì sera fino al 15 gennaio 2009 (www.mambo-bologna.org).

(dicembre 2008)

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Super manager per super musei?

La recente nomina dell’ex presidente del Casinò di Campione ed ex amministratore della McDonald’s a super direttore e coordinatore dei musei statali italiani ha creato un certo malumore. Indignazione per la deriva consumistica e commerciale che non si fa scrupolo di mercificare i beni culturali e paesaggistici preziosi e unici che l’Italia, nel bene e nel male, si è trovata in eredità da tanti secoli di storia dell’arte vissuti nella gloria. Indipendentemente da come andrà a finire questa vicenda è impossibile sottrarsi da alcune riflessioni. In una cultura estremamente orientata alla tutela del patrimonio e del paesaggio, come quella che è presente in Italia, almeno nello spirito dei propri sovrintendenti, suona proprio male la scelta del ministro per i beni e le attività culturali Sandro Bondi di non individuare il suo super manager tra i tanti intellettuali e specialisti del settore ma scegliendo un esperto di tutt’altri ambiti. Forse il ministro ha preso alla lettera i facili slogan diffusi dal marketing culturale per promuovere semplici gesti legati, appunto, alla cultura. Non si intende hamburger quando si dice che la cultura è il cibo dell’anima e neppure il gioco d’azzardo quando si promuove il gioco dell’arte. Malintesi possibili. È questo il punto, credo. L’osannata richiesta di elasticità e dell’utilizzo degli strumenti della comunicazione, della promozione e della vendita per lanciare prodotti come i musei o i teatri corre il rischio di essere fraintesa o sfruttata per insinuare una necessità, quella commerciale, all’interno di offerte che di commerciale hanno ben poco. In certi casi funziona, però. Nessuno al giorno d’oggi può pensare che un museo possa vivere senza offrire alcuni servizi non solo strettamente legati alla funzione primaria del museo: conservazione, esposizione e divulgazione. Bookshop pieni di gadget, sale studio, archivi, biblioteche, bar-ristoranti, sala concerti e chi ne ha più ne metta, tutte proposte ormai indispensabili e, sinceramente, utili ad avvicinare il pubblico alle proposte culturali. Togliere la muffa dal museo, svecchiare le istituzioni, è un po’ questo il senso. Ma chi decide il limite? Chi stabilisce il confine tra promozione e svalutazione? Per estremizzare si deve ricordare che per i talebani le antichissime sculture buddiste non avevano poi questo gran valore. Per estremizzare, appunto.
Il buon senso, però,  dovrebbe aiutarci a sapere fin dove è possibile spingersi ma il rischio di rovinare il patrimonio comune, che non è di proprietà di un ministro o di un governo particolare ma è di proprietà di tutti i cittadini, è sicuramente molto alto. È anche vero che la cautela italiana ha sempre rallentato lavori di rinnovamento fino ad arrivare ad ostacolare alcuni progetti innovativi e supertecnologici. Ma la cautela ci ha anche salvato da enormi obbrobri, ha preso distanza da facili e veloci mode. E viene da dire che se di manager si deve parlare si dovrebbe intendere un manager specializzato negli acquisti, non nelle vendite. Promuovere nuove opere d’arte e architettura, ricerca e conservazione, tramite finanziamenti da privati e sponsor. Ma questo, in termini tecnici, si può definire found raising e viene paura di confondere ulteriormente il nostro ministro.
Come sempre si spera in un cambio di rotta, una proposta sensata, una riforma che permetta più flessibilità, de-burocratizzazione, decentralizzazione, autonomia, il tutto, magari, supervisionato da un gruppo di saggi, un super manager al plurale, per evitare il rischio che l’errore di uno possa portare a irrimediabili scelte per tutti.
E a chi crede nelle privatizzazioni, in tutti i campi, viene da proporre una scommessa: vendere le proprie proprietà per vivere del solo ricavato, pensando di mantenere, così, almeno altre tre generazioni future. La lungimiranza non è una dote di tutti, ma indispensabile nel “fare pubblico”. Peccato non esserci alla scadenza.

(dicembre 2008)

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Souvenirs d’Italie - PetriPaselli sulle tracce di Stendhal

Sulle tracce di Stendhal, tra Roma, Napoli e Firenze, si arriva dritti dritti alla galleria l’Ariete di Bologna. Qui PetriPaselli hanno lasciato le loro personali “cartoline”. Hanno  fotografato e documentato quel che resta di un’esperienza, di una città, di un monumento storico: il souvenir.

Grandi capolavori del nostro Rinascimento, luoghi di sapore medievale e atmosfere romantiche vengono scandalosamente ridotti, nei souvenirs, ad oggetti di gusto kitsch. Alla mente torna il dubbio, prima di rientrare dalla gita di scuola, se acquistare la Colonna Traiana che cambia colore col tempo o se preferire la Lupa in finto bronzo.

Matteo Tommaso Petri e Luciano Paselli non rinunciano a nulla e prendono tutto. Il loro reportage diventa una guida turistica per immagini in grado di consigliare i luoghi e le tradizioni da non perdere: Palazzo Vecchio, Ponte Vecchio e il David a Firenze; il Vesuvio, il peperoncino piccante, l’opera, la tammuriata, Totò e l’Hard Rock cafè a Napoli; Castel Sant’Angelo, il Colosseo e il Vaticano a Roma. Una cartolina o una foto scattata, qualsiasi cosa è utile per rivivere le sensazioni provate durante un viaggio. Non rinunciano neppure all’autoscatto, immortalandosi davanti a Ponte Vecchio con il loro telefonino e poi, come i grandi artisti (o come un qualsiasi turista dotato di fotocamera digitale o Photoshop) si inseriscono nell’opera tra gli oggetti indispensabili al viaggiatore: il taccuino e le chiavi dell’albergo.
È così che PetriPaselli, con grande serietà e tanta ironia, cercano di ridare dignità a quegli oggetti che, presi dall’entusiasmo del momento, si sono messi in valigia: il Colosseo diventa un portasapone, il piatto con la serigrafia di Palazzo Vecchio trova posto tra le altre stoviglie di casa e il Maschio Angioino diventa uno splendido fermacarte.
Gli angoli delle labbra si sollevano spontanei e il sorriso è inevitabile. È questo il riscatto del souvenir.

PetriPaselli ripropongono il già fatto e lo rivisitano. Il loro ready-made, documentato tramite lo scatto fotografico, è carico di vissuto e non nostalgico, anzi gioioso. Parla di quegli oggetti brutti e kitsch che, appena si è in grado di riconoscerli, vengono tolti dagli scaffali e nascosti nelle mansarde. Oggetti che tutti hanno avuto tra le mani. Spesso non si buttano, sono cari ricordi. E sembra di sentirla ancora quella sottile sensazione, quasi dispiacere, nel chiuderli nelle scatole, consapevoli che non si può far altro, non si può tenerli in vista. PetriPaselli, invece, li vanno a cercare, li spolverano, gli fanno prendere aria. Dopo averli osservati li usano, cambiandogli contesto, rendendoli oggetti evocativi e simbolici, con nuovo senso. Li mettono in bella mostra, li espongono e li fanno diventare il soggetto della loro opera.

Souvenirs d’Italie, ognuno scelga il suo!

Saluti da Bologna.

11-31 ottobre 2008
Galleria L’Ariete artecontemporanea, via Marsili 7, Bologna - www.petripaselli.com

(ottobre 2008)

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Homo lucens - spazio, colore, mente, cuore in costruzioni di luce

In un panorama di triste inizio d’autunno, tra alcune proposte interessanti e altre piuttosto grigie, di sapore stantio, ecco spuntare qualcosa di illuminante. Quattro architetti coniugano il design al senso artistico in una collettiva dal comune denominatore: la luce.
Con l’inaugurazione di Homo lucens - spazio, colore, mente, cuore in costruzioni di luce ha preso il via, lo scorso 4 ottobre, la “giornata del contemporaneo”, promossa da Amaci (associazione musei d’arte contemporanea italiani), con una proposta della Galleria Bongiovanni di Bologna che, con Giovanni Albanese, Grelo, Mario Nanni e Claudio Silvestrin, ha trovato quattro artisti “illuminati” in grado di dimostrare che arte e design possono ancora convivere con grande intelligenza e sensibilità. Ci si trova di fronte a modi diversi di ipotizzare un uso performativo della luce: il rigore di Claudio Silvestrin, austero e dogmatico, rimanda lo spazio e la luce alla natura e allo spirito; il simbolico Mario Nanni usa le altalene per rappresentare le relazioni sociali più intime (la famiglia, la coppia, il triangolo), la carta strappata per creare superfici naturalmente venate, che ricordano la corteccia e riportano alla mente la poesia del suono (musica visiva) di Giuseppe Chiari, mentre le composizioni più geometriche rendono omaggio allo spirito di Mondrian; il materico Grelo, pittorico e tridimensionale al tempo stesso, gioca con le sovrapposizioni dei piani e dei movimenti dei personaggi, bloccati nell’attimo di un’energica azione; l’“infuocato” e dadaista Giovanni Albanese, in grado di scendere agli inferi stando in paradiso, con elegante distacco propone un gioco seduttivo e ironico che non lascia scampo.
Un cocktail esplosivo e accogliente, caldo e controllato al tempo stesso. Quattro anime molto diverse che rispondono ad esigenze complementari: pulizia ed energia; arte e design; minimalismo e decorativismo.
Il preconcetto iniziale, con cui ci si era avvicinati a questa mostra, “il peccato di vanità dell’architetto che vuole fare, un poco, l’artista” viene smentito dalla serietà di tutti i lavori, dalla consapevolezza di una doppia identità delle opere, tra costruzione funzionale e anima poetica, che emerge nell’insieme. 
Che la luce fosse fondamentale per far emergere le forme e dare calore all’opera è questione già cara agli antichi. Homo lucens è una spettacolare messa in scena della risorsa che permette all’uomo di esperire, vedere e conoscere quel che lo circonda, materia e pensiero.

Mostra a cura di Raimonda Z. Bongiovanni
Catalogo con presentazione a cura di Simona Pinelli

4 ottobre - 1 novembre 2008
Galleria Bongiovanni, via Rizzoli 36, Bologna - www.galleriabongiovanni.com

(ottobre 2008)

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Il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle.
Un omaggio dichiarato al fantastico parco Guell di Gaudì, il Giardino dei Tarocchi è una sorprendente e femminile metafora della vita, un insieme di simboli, quelli rappresentati dalle carte dei Tarocchi, che ripercorrono momenti e fasi di cambiamento, evoluzione e trascorrere del tempo. L’autrice, l’infaticabile Niki de Saint Phalle, ha dedicato buona parte della sua esistenza nel progettare e vivere questo suo sogno. Un insieme di sculture che a primo impatto sembrano un tutt’uno accolgono il visitatore e lo mettono immediatamente a proprio agio, anche se, un po’, lo spingono all’eccitazione. Motivi decorativi, scritte, messaggi, nicchie, fori, l’imbarazzo di dove guardare, dove andare, cosa provare. Grandi e bambini curiosano tra le opere con l’intenzione di scoprire ogni angolo, ogni segreto e ogni particolare del parco. Forse è impossibile ma è estremamente emozionante. La luce naturale si impasta agli effetti riflessi sugli specchi e sui vetri, le maioliche si riempiono di colore e la vegetazione sfuma di verde il restante che circonda. Il cielo si intravede su ogni tessera. Lo splendore inonda, le forme morbide avvolgono, e la sensazione di spensieratezza diventa tanto forte da inebriare la mente. Un gioco pieno.

Il giardino dei Tarocchi è una magia e rappresenta il mistero del vivere. Una partita a carte da giocare stando a regole che non si conoscono e puntando sull’improvvisazione. E spuntano, inaspettatamente, impensabili possibilità: il Mago, con i suoi poteri creativi e divini; la Papessa, con la sua intuizione femminile che porta in sé la saggezza; la Ruota della Fortuna, un ritmo vitale e continuo; la Forza, il male dentro al proprio io che riesce ad essere sconfitto; il Sole, l’essenza vitale e l’energia; la Morte, la ciclicità e rinnovamento; il Diavolo, l’attrazione da cui bisogna tener distanza; il Mondo, l’anima e lo spirito interiore; l’Impiccato, la capacità di veder da un altro punto di vista; la Giustizia, la possibilità di giudicare solo dopo aver interiorizzato l’ingiustizia; la Torre, quelle basi poco solide che portano al crollo per mancanza di verità; l’Imperatore, il potere maschile; l’Imperatrice, la protezione che nutre e affascina. Quest’ultima, rappresentata come una Sfinge, nasconde in sé, come nel ventre della balena di Pinocchio, una casa, completa di sala, cucina, bagno e camera, interamente foderata di frammenti di specchio, come se scavata all’interno di un diamante. Preziosa e sicura, lussuosa e famigliare, elegante e spartana, l’Imperatrice è una madre creatrice che si identifica con il cervello e il cuore del Giardino dei Tarocchi, dove Niki e i suoi ospiti hanno immaginato e progettato un percorso verso il “paradiso”.

Dopo un pomeriggio passato in questo luogo magnetico l’impressione è di essere in uno stato di grazia, difficile da descrivere. Esoterismo, magia e miracolo si intrecciano. Viene da chiedersi se senza pregiudizio, fede e credenza sia possibile arrivare a un tale risultato. La chiave di lettura, forse, sta in quella particolare energia che un tale progetto è in grado di sprigionare, forte della collaborazione delle tante persone, menti e braccia, disposte a dedicarsi ad un solo fine, la costruzione di un parco giochi dell’arte.

«Se la vita è un gioco di carte noi nasciamo senza conoscere le regole. Nonostante ciò siamo tutti chiamati a giocare una mano».

www.nikidesaintphalle.com

(settembre 2008)

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Una vacanza passata a giocare a carte. Ad’a. musei  un percorso tra i musei di Imola. Un viaggio da Honolulu a Suez passando per Shangai in 629 metri, stando a Imola. Alla fine del percorso i turisti possono poi godere di un rinfresco e svagarsi con una piacevole partita a carte. Sono queste le proposte di Cristian Chironi per il tour inaugurale di “ad’città”, agenzia di viaggi per girare il mondo stando nella propria città, e di Chiara Pergola per l’apertura di ad’a.musei 2008, che offre tre luoghi museali di Imola, Palazzo Tozzoni, il Museo di San Domenico e la Rocca Sforzesca, rivisitati e interpretati da otto giovani artisti.

Da Palazzo Tozzoni, dove Cristian Chironi, Margherita Moscardini e Giovanni Oberti hanno preso possesso dei luoghi del prestigioso immobile, un tempo dimora dell’aristocratica famiglia, parte l’inaugurazione del 26 giugno scorso. Da qui un tour operator speciale, Cristian Chironi stesso, fornito di microfono e riproduttore sonoro, accompagna il pubblico attraverso le strade di Imola mostrando le bellezze dei luoghi incontrati da un certo signor F.G. Tozzoni, al volante della sua corvetta Vettor Pisani tra il 1882 e il 1885. Si parte da “Honolulu”, una fotografia scattata sempre da F.G. Tozzoni proposta in formato 1:1 rispetto ai soggetti rappresentati, e si scoprono le meraviglie delle isole Hawaii arrivando così a “Shangai”, Museo di San Domenico, dove si incontrano anche le opere di Gian Domencio Sozzi e Marco di Giovanni. Si prosegue poi fino a “Suez”, ai piedi della Rocca Sforzesca. Ogni fase del viaggio è scandita anche dall’ascolto di suoni capaci di descrivere il paesaggio “antico”, come raccontato dalle fotografie dell’archivio Tozzoni, miscelato al quotidiano rumore urbano. Tutto, ovviamente, prenotabile via internet accedendo al sito http.//agenzoadacitta.googlepage.com.

Alla fine della visita guidata, affascinati e un po’ sconcertati dalle bellezze esotiche e cittadine appena godute, si è un po’ stanchi e affamati. Qualcosa da bere e un tramezzino da mettere sotto i denti appare necessario per rinfrescare la mente. La meta, quindi, diventa l’interno della Rocca Sforzesca. Qui, oltre al buffet, si incontrano lavori di altri tre artisti, Nark bkb, Chiara Pergola e Pietro Riparbelli. Per entrare evitiamo le guardie armate, arrampicate su una fune in assetto da guerriglia… nient’altro che soldatini e gormiti infilzati in una corda e appesi al posto del portone, in modo da creare una tenda “scaccia-mosche”, simile a quella che qualcuno potrà ricordare nelle latterie di un tempo, forse ancora presente in qualche circolo ricreativo di provincia. Nella Rocca ci sono alcuni tavolini da bar. Si viene invitati a giocare a carte e si accetta volentieri. Un po’ di spensieratezza sembra naturale in una bella serata d’estate. Una briscola veloce, dopo essersi ripetuti le regole di un gioco che non capita più tanto spesso di giocare, allieta e diverte. Ma le carte non sono quelle che tutti conoscono. I semi sono cambiati, le figure parlano, sussurrano vie d’uscita… un angelo nascosto all’interno di una coppa diventa una sorta di soldato di pace e, come uscendo dal cavallo di troia, “libera tutti”. Alla mente tornano le raccomandazioni dei padri della poesia visiva degli anni ’70, che in queste carte sono senz’altro ben presenti.  Chi vince la partita vince anche il mazzo. Tenda e carte sono firmate da Chiara Pergola, madre della “bisca” d’inizio estate… ci si chiede se stia barando…  sicuramente conosce le carte meglio di noi.

Una stupenda esperienza di arte pubblica offerta da una colta cittadina della provincia di Bologna. La nuova frontiera del museo è qui proposta ormai da anni, uscire dal museo, far esperire cultura e arte come fossero una parte della propria vita, farli diventare ricordo personale, costruire un legame saldo con il sociale, con quel pubblico che non si accontenta più di fruire ma vuole co-partecipare alla realizzazione di un progetto artistico complesso e semplicissimo al tempo stesso.
Chi con questa lettura non è riuscito a farsi un’idea, chi ha capito poco e si trova spaesato da una descrizione tanto ambigua e poco esplicativa, è invitato a passare un week end fuori porta e ad andare a Imola a verificare di persona. L’ingresso è libero e lo spasso è garantito.

Musei civici di Imola - 26 giugno – 7 settembre sabato e domenica 16-20 - tel. 0542 602609 - info@ada-areadazione.it - musei@comune.imola.bo.it - www.ada-areadazione.it

 

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Arte di strada sui muri della Tate Modern di Elena Zardini

Londra. La Tate Modern si fa bella. O, almeno, in parte. Varcare la soglia della Tate questa volta non occorre. La mostra Street Art  (23 Maggio - 25 Agosto 2008) è un muro, una parete esterna e in quanto tale visibile e godibile, come suggerisce il titolo, da una strada. Sei sono i prescelti da Cedar Lewisohn, curatore dell’evento; ambasciatori, incappucciati e muniti di bombolette spray (e non solo), di quell’arte urbana che decora (o vandalizza?) solitamente spazi cittadini privi di personalità. Sebbene portavoci di un linguaggio espressivo ormai globale, ciascuno di loro sfoggia una personale cifra stilistica e tecnica. Unico requisito comune: “il gigantismo”.

Un tema sembra non esistere ma è difficile non individuare, in almeno tre delle opere, dell’ironica autoreferenzialità. Come non riconoscere nella creatura gialla, dalle bidimensionali sembianze umane e anti-simpsoniane dei gemelli brasiliani Os Gêmeos, lo street artista messo a nudo ma munito dell’inseparabile passamontagna arancione mentre ci offre una rete piena di CCTV? O l’indigeno dalla figura massiccia, con collana totemica e un rullo per dipingere dietro alla schiena, dipinto dal brasiliano Nunca come fosse un’antica xilografia, che cerca di “civilizzarsi” bevendo una tazza di tè, ahimè con il mignolo alzato. E infine, l’indiano d’America del collettivo newyorkese Faile, dal corpo da supereroe che in sella ad un cavallo bianco squarcia con il suo macete un mondo pop di poster pubblicitari e marchi famosi. Sixeart lavora su tutt’altro registro. Influenzato dall’atmosfera psichedelica dei rave di Barcellona, inventa un mondo di mostriciattoli innocui e dai colori acidi mescolando lo stile Superflat di Takashi Murakami con l’astrazione del conterraneo Joan Mirò. All’estremo opposto di questa gioiosa composizione, il bolognese Blu seziona un anonimo volto bianco terrorizzato, svelando la causa di tale sgomento: decine di celle ospitanti scene di ipocrisia, morte e ingiustizia. Infine, sfatando l’opinione comune che associa la Street Art alle bombolette spray, è presente il francese JR con una fotografia ingrandita, in bianco e nero, di un ragazzo che ci fissa serio mentre punta verso di noi una telecamera come fosse un fucile. L’assenza del britannico Banksy, sia essa una scelta curatoriale o un rifiuto dell’artista, non stupisce e sinceramente non ci dispiace. Banksy è ormai super inflazionato e di certo il suo lavoro non richiede ulteriore consacrazione. E questo porta a sollevare qualche dubbio.

Nonostante si apprezzino singolarmente le opere, qualcosa non convince. I murales seppur spettacolari non sembrano intaccare la superficie, non s’impossessano dello spazio, al contrario appaiono come grandi dipinti incorniciati e disposti uno accanto all’altro. Il potere destabilizzante dell’incontro fortuito e della sorpresa viene neutralizzato dall’aspettativa e dalla fruizione indotta dal contesto. Perché, sebbene en plein air, la parete utilizzata rimane pur sempre la facciata più iconica della “cattedrale” dell’arte contemporanea del Regno Unito. Non si fatica a capire l’importanza, per i sei eletti, dell’enorme visibilità ottenuta ma non ci si può esimere dal domandarsi: era proprio necessario legittimare un tale atto espressivo così libero? Come non chiedersi, se e quali regole di decoro, abbiano dovuto rispettare. «Please, don’t feed the sponsors»,scrive Blu. «Sponsored by Nissan»,contrappone dal canto suo la Tate.

Elena Zardini (giugno 2008)
Tate Modern - Londra 23 Maggio - 25 Agosto 2008 / www.tate.org.uk

Ustica: venerdì 27 giugno 1980 - venerdì 27 giugno 2008 Un museo della memoria è un luogo che contiene un archivio di oggetti normalmente di poco valore materiale. Il valore di questo contenuto sta nella capacità di rimandare ad altro, a un fatto, a una storia, a un’idea…è una sorta di materia invisibile, simile all’energia mentale che emana sensazioni ed emozioni. Andare in questi musei ha la funzione di sprigionare l’empatia, un istinto primordiale innato, che permette a tutti gli uomini di sentirsi uniti, vicini, partecipi.
I musei della memoria ricreano delle atmosfere in grado di mettere in moto una serie di elaborazioni logiche e razionali utili a riflettere e indagare su tematiche complesse, scomode, ambigue. Luoghi indispensabili per la formazione civica e critica di chi certi fatti non li può aver visti e vissuti, magari neanche mai ipotizzati, e quindi non ne può trattenere il ricordo. Il museo della memoria serve proprio a questo, a far esperire situazioni estranee per aiutare a costruire quel ricordo che andrà poi a costituire la memoria personale, e quindi collettiva, di ciò che non è stato vissuto direttamente. Serve anche, sicuramente, ad evitare che quella parte di ricordi privati di vita vissuta non confluiscano mai in quel bacino di memoria collettiva per il timore di trasmettere troppa sofferenza, per senso di protezione e autodifesa, che molte persone, spesso anziane, ancora conservano. 

Anche a Bologna esiste un museo della memoria, il Museo per la Memoria di Ustica, ma non tutti lo sanno. Non in molti sono andati a visitarlo. Forse perché, ancora troppo scottante, ricordare crea problemi, scompensi, insicurezze.

Dentro l’aereo DC9 partito da Bologna la sera del 27 giugno 1980 c’erano 81 persone. L’inabissamento dell’aereo nel mare di Ustica, per motivi che qui non troveranno spazio, ha spento quindi 81 vite umane in modo violento e tragico. Il pensiero dell’accaduto, e non solo per i parenti delle vittime, destabilizza emotivamente.

Entrati nel museo, una struttura industriale recuperata, ci si trova a contatto con quella che non è una finzione, è la vera carcassa devastata, ma ricostruita, dell’aereo, posto al centro del salone e incorniciata da un corridoio che la contiene. La struttura invita a girarci attorno. Pensieri sottili, sul filo di voce, ti arrivano gentili, non mettono inquietudine, non troppa, almeno. L’aereo è abitato, questa è l’impressione. Il relitto non è solo, è circondato da voci che escono dalle lastre scure di vetro specchiante fissate alle pareti, finestrini che guardano verso un cielo notturno e, allo stesso tempo, lapidi rigorose e anonime. Sopra e attorno scendono lampade illuminate che sobbalzano per intensità, pare che si spengano ma poi no, la luce, pur debole, rimane accesa: stelle, battiti cardiaci, respiri. Non c’è bisogno di spiegazioni, anche senza contarle si intuisce che sono 81, come le lastre nere. Il DC9 appoggia su un ciottolato bianco e al suo fianco, dove normalmente stanno carrelli e macchine per il trasporto delle valigie negli aeroporti, dei parallelepipedi ricoperti di tessuto nero: casse. Il loro contenuto lo si scopre sfogliando il sottile libricino che viene consegnato all’ingresso. Foto in bianco e nero, di dimensioni ridotte, il minimo indispensabile per catalogare, per tipologia, tutti gli oggetti ritrovati in mare, assieme all’aereo. Nulla è mostrato in modo spettacolare, nulla è ostentato e nulla è reliquia. Niente va adorato, non si crea un legame di dipendenza con l’oggetto, il lutto non diventa morboso. Viene qui lasciata una traccia, chi ci passa è libero di coglierla.

Non tutti sanno essere leggeri e profondi come Christian Boltanski. Non tutti sanno essere tenaci e dignitosi come l’Associazione Parenti Vittime di Ustica.

(giugno 2008)

Museo per la Memoria di Ustica - Via di Saliceto 5 -ex magazzini ATC, Bologna
ingresso gratuito sabato - domenica dalle h. 10 alle h. 18
www.comune.bologna.it/iperbole/ustica/

Daresti mai un paio di forbici in mano al nemico? Sedersi sulla poltrona del barbiere e mettere nelle mani di un bambino un paio di forbici per farsi tagliare i capelli non è cosa facile. Haircuts by Children lo fa.
F.I.S.Co., festival internazionale sullo spettacolo contemporaneo, presentato a Bologna da Xing, si propone sempre come un momento di osservazione e confronto. Arrivato alla sua ottava edizione, il progetto complesso e in continua evoluzione, ha ospitato ad aprile, tra i tanti protagonisti, l’azione itinerante dei canadesi Mammalian Diving Reflex, diretti da Darren O’Donnell, scrittore, artista e regista. L’operazione Haircuts by Children mette in gioco diverse dinamiche sociali: fiducia, potere, senso del gusto, inversione di ruoli, mercato del lavoro, contrasti generazionali e, forse, anche di più.
Basta trovare un negozio da barbiere, assoldare un team di ragazzini e fare loro un breve corso sulle regole essenziali del taglio e dell’acconciatura, diffondere la notizia e raccogliere le prenotazioni. Fuori dal salone una fila di persone, che chiacchierano divertite, è l’effetto ottenuto. I bambini entusiasti si consultano, danno consigli, collaborano; gli adulti incuriositi fotografano, filmano, studiano la situazione. Un “ragazzo” molto cresciuto, con ormai pochi capelli, si offre ai bambini. Ma che possono fare con una testa così? Geniali e ingegnosi provano prima a tagliare poi, arrendendosi, si limitano a colorare. Ma perché mettersi nelle mani dei bambini? Perché fidarsi, rischiando di uscirne deturpati? Perché concedergli il diritto di essere indipendenti, capaci, rispettati? In un lampo questa semplice azione porta dall’esperienza emotiva alla riflessione, è un tutt’uno. Ci si stupisce di quanto sia facile far riaffiorare le sensazioni provate all’età di dieci anni, quando non si era poi così sprovveduti e incapaci. E ci si accorge che questo progetto di “agopuntura sociale” (non fatto con le forbici, state tranquilli!) non è poi così utopico, è concreto e funziona. Senza voler dare ai bambini le responsabilità dei grandi, senza voler che prendano decisioni fondamentali su questioni che non possono conoscere o elaborare, senza volerli appesantire o togliergli il divertimento del gioco questa occasione gli propone di dare forma alla creatività entrando subito a confronto con i meccanismi del lavoro, dello spettacolo, dell’arte, della moda e dell’informazione.
Bisogna stare attenti a non farsi assorbire, comprendere che le proprie azioni diventano sociali al contatto con gli altri e si amplificano se in presenza di un pubblico, trascrivendosi addirittura in testi immortali se riprese da una telecamera. Vengono mostrate la perversione del sistema in cui ci si muove, le tante manipolazioni possibili, le intromissioni e le deformazioni a cui ogni cosa, persona, azione è soggetta. E se è impossibile rimanere puri e non compromessi è, però, necessario esserne consapevoli.
All’adulto è concessa la possibilità di relazionarsi alla pari, di ascoltare le necessità di un diverso punto di vista, di un ragionamento più semplice e puntuale, orientato a risolvere i problemi, non a crearli. Un’esortazione a tornare con la mente libera e alla marea di idee di quando, con meno esperienza ma con più fantasia, si disegnava “il mondo che vorrei”.

(maggio 2008)

Regali e regole. Prendere, dare, sbirciare nel museo è un invito esplicito ad entrare al MAMbo, Museo d’arte Moderna di Bologna, ed agire nel suo nuovo SpazioGAM, dove chiunque può scegliere se prendere un disegno e portarselo a casa, investire cinquanta euro in un’opera o girovagare tra le stanze di servizio. Un intervento artistico-concettuale nato dall’incontro delle menti di Stefano Arienti e Cesare Pietroiusti per mettere in gioco, e a dura prova, il rapporto tra arte, pubblico e leggi del mercato.

La prima tappa di questo progetto è un’installazione destinata all’autodistruzione.
Durante un workshop condotto dai due artisti con alcuni studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, sono stati realizzati centinaia di disegni destinati a riempire le pareti dello SpazioGAM, in un allestimento che, simbolicamente, ha unito i soggetti tematici disegnati da Stefano Arienti alle creazioni fluide di Cesare Pietroiusti e studenti, ottenute con vino Sangiovese e acqua. Tutti i lavori, nel rispetto di precise regole e fino ad esaurimento o chiusura della mostra, potranno essere scelti e presi gratuitamente dal pubblico. Viene così innescata una sorta di decomposizione dell’opera che, disperdendosi nelle “collezioni private”, scompare dal museo senza lasciare traccia.

La seconda azione, parallela alla prima, parte da premesse opposte. Inizialmente assente, l’opera viene creata nel tempo da una volontà collettiva.
La Disponibilità della cosa è una scultura realizzata con le banconote da cinquanta euro raccolte tra i presenti all’inaugurazione, poi plissettate da Stefano Arienti. In continua evoluzione, l’opera si mostra nelle sue diverse fasi di crescita. Il pubblico è invitato a dare, a partecipare emotivamente ed economicamente, a compromettersi, investire, crederci. In cambio del gesto di fiducia, e del piccolo sacrificio richiesto, i compartecipanti ottengono un certificato che permetterà un equo riconoscimento degli utili in caso di vendita dell’opera.

La terza proposta è il libero accesso agli spazi del museo normalmente preclusi al pubblico.
Un giro dietro le quinte, nelle zone riservate agli addetti ai lavori, avvicina i cittadini e crea una relazione d’affetto con il nuovo museo dedicato all’arte contemporanea.

Partenza e arrivo di tutto il progetto sono altre due occasioni di confronto: la prima rappresentata da due opere del 1988, una di Stefano Arienti e una di Cesare Pietroiusti, ha lo scopo di mostrare i differenti inizi stilistici e poetici; la seconda,  un incontro no-stop di 24 ore tra gli artisti e il pubblico, segnerà la conclusione della mostra.

Questa articolata operazione propone complesse dinamiche e relazioni legate alla percezione, alla psicologia e alla sociologia dell’arte: creazione e distruzione, valore estetico ed economico, importanza del materiale di produzione, coinvolgimento e complicità del pubblico, modalità di interazione tra gli artisti, fiducia/sfiducia nel sistema economico dell’arte…
Regali e regole. Prendere, dare, sbirciare nel museo risulta, per tutti questi motivi, un’esperienza imperdibile per chi accetta di mettere in discussione, anche con una certa dose di ironia, ogni possibile associazione che un intervento di questo tipo porta alla mente. Da evitare tra chi, invece, non sopporta i compromessi e odia le incertezze.

(MAMbo – SpazioGAM / Bologna 6 aprile – 29 giugno 2008 / www.mambo-bologna.org)

 

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1. Regali e regole. Prendere, dare, sbirciare nel museo

 

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