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contributi: lo spaesato di turno
 

La donna invisibile

Alcune delle più interessanti creazioni artistiche e letterarie della prima metà del ‘900, sono state definite “macchine celibi” da Michel Carrouges; in un saggio del 1954 riprendendo uno degli elementi iconografici del Grande Vetro di Marcel Duchamp, Carrouges le introduce così:
“Che cos’è una macchina celibe?
Una macchina celibe è un’immagine fantastica che trasforma l’amore in meccanica di morte”
(1)

convolo Ma erano questo? Non ne sono convinta. Casomai in ciò hanno avuto carattere profetico e ci informano di una situazione che viviamo noi oggi che, fissando questo tipo di lettura, ci precludiamo possibili esperienze di vita.
Per questo invece di addentrarmi nell’analisi di quello che sono le macchine celibi attraverso le idee di chi ne ha scritto per primo, penso sia importante raccontare il modo in cui io le ho incontrate.
È stato nel 2005 quando, portando un lavoro fotografico in accademia, un insegnante che aveva aggredito duramente i miei precedenti lavori di fronte a questo si ferma ed esclama compiaciuto e sorpreso: «Ma questa, è una macchina celibe!».
Per me si trattava di una specie di intervento divino: veder demolito a parole un proprio lavoro è, per chiunque ne abbia avuto esperienza, un fatto piuttosto devastante. Come mai quella fotografia mi aveva salvata? Di qualunque cosa si trattasse ero disposta a darle il benvenuto, tanto più che anche il modo in cui l’avevo prodotta era decisamente liberatorio; era stato durante l’estate, quando avevo deciso, contro ogni buon senso apparente, di sottrarmi ad una perversa macchina ospedaliera decisa a togliermi molto tempo e alcune parti del corpo.
Non è tanto la privazione in sé che mi aveva atterrito, quanto l’istituzione che me la proponeva, uno dei più stimati centri di cura italiani.
E invece di presentarmi all’appuntamento con il medico, ero rimasta nel bellissimo albergo in cui avevo pernottato per consolarmi della triste prospettiva (2), e avevo passato il pomeriggio a scattare delle fotografie. Ero felice come una Pasqua, avevo preso in mano la mia vita, e facevo con la macchina fotografica un gioco che amavo da bambina: girare a naso in su, facendo finta che quello che stava sul soffitto fosse il pavimento. È un gioco molto comune.

L’albergo aveva dei bei lampadari, e uno in particolare era di bronzo lucidato, e rifletteva dentro di sé tutta la stanza. Al centro, un punto di fusione del metallo permetteva di far sparire la mia immagine riflessa e di fotografare la stanza a rovescio rendendomi invisibile. Per colpo di fortuna, sul lampadario si era appoggiata una zanzara che così veniva a trovarsi, nell’immagine, fuori dalla stanza, creando l’effetto di un labirinto da cui fosse possibile uscire solo per magia, trasformandosi in insetto. Ma in realtà la zanzara si trovava dentro la stanza: entrambe eravamo dentro la stanza in quel momento e potevamo uscirne liberamente quando ci pareva. Un senso di libertà che per me coincideva con il fatto di essere riuscita a liberarmi dalla megamacchina progettata per intervenire insensibilmente sul mio corpo.
Che poi il risultato di questo gioco di prestigio fosse la sottrazione anche all’altra opera demolitoria che all’interno dell’Accademia era stata operata su oggetti da me prodotti, davvero aveva del miracoloso.
Così, non avendo la più pallida idea di cosa fosse una macchina celibe, corsi felice e curiosa in biblioteca a consultare il saggio di Carrouges. È a questo punto, di fronte alla prima frase, che l’incantesimo si è rotto.
Perciò, alla luce di questa esperienza, mi permetto di correggere la definizione, in un modo che spero possa rendere giustizia anche all’interessante lavoro di Carrouges, che, incipit a parte, non cambierei di una virgola. Presumo che anche lui, con il suo scritto, sia riuscito a sottrarsi a qualcos’altro che lo preoccupava di più.
Che cos’è una macchina celibe?
Per me, una macchina celibe, è un’immagine fantastica! Che trasforma una meccanica di morte in un atto d’amore.
E voglio anche aggiungere che non si tratta dell’opera di un qualche genio. Nasce da gesti molto semplici, alla portata di tutti.

Chiara Pergola (febbraio 2010)

Note
1) M. Carrouges, Come inquadrare le macchine celibi, in H. Szeeman (a cura di), AAVV, Le macchine celibi/Bachelor Machines, Catalogo della mostra.
2) Il Royal Victoria di Pisa

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Partenza: L’anello spezzato

Per iniziare un viaggio sull’acqua si può partire da qualsiasi luogo. Si può cominciare seguendo un fiume a ritroso, come facevano gli esploratori del passato, o abbandonarsi alla corrente come Ulisse. Si può intraprendere un viaggio metaforico osservando i campi aridi di una qualche zona del Sahel, spalancati verso l’alto nella speranza di una nuvola, o piazzarsi sulle poltroncine delle aule affollate dei Forum internazionali, dove i potenti della Terra parlano di crisi idrica confortati dalla presenza laterale di bottiglie sigillate e colme di acqua minerale. Un viaggio sull'acqua può partire dalla scrivania sommersa di documenti in un ufficio tecnico di un acquedotto o da un laboratorio specializzato che gioca con temperatura e pressione per svelare il mistero delle geometrie dei fiocchi di neve. Si può cominciare anche da una comune pozzanghera o da un ciottolo fluviale di una strada del centro città. Ma anche da un pomodoro, da una mucca, da un platano o da un pellicano. Tutto - veramente tutto - ciò che si muove sulla superficie della Terra ha (o ha avuto) a che fare con l’acqua, una sostanza chimica straordinaria che riesce a disciogliere e trasportare la materia, modellare la forma e cullare la vita del nostro pianeta.
Io però preferisco partire da un'idea. Una figura geometrica: la circonferenza.
Il circolo è l’immagine comunemente usata per rappresentare l’infinito movimento dell'ossido di idrogeno (il nome tecnico di ciò che esce dal rubinetto), ma la circonferenza è anche l’ente più paradossale tra le figure che la tradizione attribuisce a Euclide. Priva di lati e angoli, sembra allergica a qualsiasi righello. Invece la sua definizione matematica scuote ogni capacità immaginativa: la circonferenza è un poligono dai lati infiniti. Può contenere tutte le figure con un numero limitato di lati. All’interno di una circonferenza si può disegnare un triangolo che con i suoi vertici la tocchi in tre punti, ma ci possono stare anche un rettangolo di quattro lati, un pentagono di cinque, un esagono di sei. E così via. Se continuassimo con questo gioco (una perversione che ho visto fare veramente a dei matematici, nel loro tempo libero) vedremmo che ogni volta che si aggiunge un lato, coinvolgendo un nuovo punto, il poligono in qualche modo si allarga sempre di più verso la circonferenza. Se potessimo usare il righello una quantità infinita di volte, collegando tutti gli infiniti punti, alla fine il poligono apparirà come un circolo.
Calando la geometria nella fisica dell’ossido di idrogeno si ottiene il ciclo dell’acqua. Noi viviamo lì. Anzi, non siamo che semplici punti della grande circonferenza (acqua sporca di proteine, grassi, carboidrati e altre cosucce chimiche di cui siamo composti o che ingolliamo più o meno volontariamente). Minuscoli e puntiformi, non possiamo che avere una prospettiva limitata: vediamo solo qualche scorcio minimo dell’Infinito Poligono. Qualche tubo, canali di scolo, piccoli tratti di fiumi (sono quelle fugaci macchie grigie e marroni che talvolta si intravedono dalle autostrade) o, al massimo, un lembo di lago o di mare.
Possiamo però immaginarlo. La prima volta che ho visto il ciclo dell’acqua era in un sussidiario scolastico. Era una grande circonferenza blu - il colore con cui sin dall'asilo ci obbligano a disegnare l’acqua, nonostante la nostra esperienza la maggior parte delle volte ce la faccia apparire trasparente -  e univa in un grande circolo perfetto un monte su cui cadeva la pioggia, un lindo laghetto di alta quota, un fiumiciattolo che scorreva lungo una valle con una piccola cittadina felice, un boschetto, il mare, le nuvole e ancora la pioggia. L’immagine era in effetti un po’ scialba, ma ne fui ugualmente affascinato. E confortato: un Grande Anello mosso dal Sole e dalla forza della gravità si occupava di connettere la terra, il mare e il cielo, garantendo e riciclando per sempre le condizioni base della vita (uno stato della materia piuttosto bistrattato, ma a cui sono affezionato tuttora).
Il mondo moderno però sembra aver strappato la mappa ingenua della nostra infanzia. Ovunque ci giriamo, troviamo solo dubbi e rubinetti che ci guardano inquieti, curvi come punti interrogativi di metallo. Cosa esce veramente dal tubo? Ci si può fidare? Da dove viene? E fino a quando continuerà ad uscire?
In effetti all’acqua sta accadendo qualcosa. Misteri chimici aleggiano nelle tubature che si perdono in ancor più misteriosi orizzonti. Il Grande Anello poi sembra schizofrenico. Da un lato continua a devastare campi e città, nonostante la scienza abbia raffinato da secoli modalità di difesa, mentre dall'altro le falde, i laghi e i fiumi si stanno prosciugando in tutto il pianeta. Il Rio Bravo non riesce più a portare l’acqua in Messico, il Colorado è praticamente in secca dal 1993, il lago di Aral in Asia centrale si sta trasformando in un deserto silenzioso. E si potrebbero fare centinaia di esempi in tutto il mondo. Ha sete la Cina, l’India, l’Afghanistan. A ogni congresso e a ogni incontro pubblico si moltiplicano gli appelli apocalittici (strano periodo: un tempo gli oracoli parlavano dalle fonti, non sulle fonti). Secondo le Nazioni Unite, ad esempio, entro il 2030 metà della popolazione mondiale vivrà forti carenze idriche. E molti esperti di futurologia profetizzano un avvenire fatto di deserti e guerre combattute sotto il segno dell’acqua. Il ciclo idrico è in completa crisi.
Chiusi nelle nostre case e impacchettati all'interno delle città, è difficile vedere l’entità della questione. Inoltre, la conoscenza che abbiamo delle nostre riserve d acqua è scandalosamente scarsa. Alzi la mano chi ha mai comprato un libro di idrologia o chi ha mai fatto una gita per vistare il fiume della propria città e per seguirlo nel suo peregrinare tra valli e pianure (“Cara, hai messo in valigia i repellenti antizanzare? Ah, e porta un fucile per le nutrie”).
Se vogliamo provare a capire cosa sta accadendo, dobbiamo tornare a viaggiare per le vie della nostra acqua. Non è detto che si scoprano moderni Eldoradi o nuove sorgenti. Semplicemente possiamo provare a disegnare una mappa della situazione, come gli antichi esploratori che si spingevano con taccuini in territori sconosciuti e potenzialmente ostili. Il libro che avete tra le mani, oltre a cercare di schizzare un disegno per capire come sta l'acqua che ci è più vicina (quella che pur non avendo sapore definiamo dolce), vuole suggerire questo: bisogna fare una esperienza personale dell'acqua. Chiunque sia animato da curiosità o voglia di scienza dovrebbe provare a immergersi nell’idrosfera privata che lo sostiene e alimenta, seguendo a ritroso i tubi e i canali. Certo, non riusciremo mai a fare tutto il giro: potremo però percorrere alcuni degli infiniti lati in cui è spezzata la circonferenza dell’acqua e magari, con l’aiuto di qualche esperto, provare a capire se il meccanismo non si sia inceppato in qualche luogo remoto del ciclo e se esistono soluzioni per farlo girare nuovamente. L’importante è viaggiare, vedere, annotare. Ogni nuovo, piccolo lato scoperto e conosciuto, e il nostro personale poligono si avvicinerà di qualche grado alla circonferenza.
Già, ma da dove partire? Ogni luogo potrebbe andare bene: India, Cina, Messico o Mozambico. Ma, se vogliamo veramente provare a capire, bisogna essere consapevoli di una cosa. Chiudere un rubinetto a Toronto non serve per alleviare la siccità in Rajasthan: l'acqua è un prodotto locale, la sua disponibilità e bontà viene stabilita dal posto in cui cade dal cielo ed è usata. Ecco, il molo ideale da cui salpare è proprio questo. Casa nostra.

Lorenzo Monaco (dicembre 2009 - gennaio 2010)

Tratto da Water trips - Itinerari acquatici ai tempi della crisi idrica, 2009, Milano, Ed. Springer (i blu - pagine di scienza)
www.tecnoscienza.it

 

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Un Ping alla glassa

Quando sei nell’angusto camerino di un asettico negozio.
Quando non sai dove appoggiare sciarpa e cappotto e ti cade tutto per terra, vicino a quella roba appicicaticcia lì.
Quando devi toglierti le scarpe ma non hai lo spazio fisico per slacciartele.
Quando comincia a squillare il telefonino e tu non sai dov'è e proprio in quel momento la commessa ti chiede «Come va la taglia?» e vorresti urlare al mondo: «Perché? Perché? PERCHE’?».

... È in quel momento che ti accorgi, triste, che non esiste un intelligente perché alla tortura autoimpostaci né esiste la possibilità di rivestirci e scappare, perché è ovvio come abbia già vinto, lui, lo Shopping, il nuovo amico immaginario delle donne contemporanee.

Il mio amico Shopping (ma io lo chiamo Ping, perché ci vogliamo bene davvero, noi, nonostante tutto) è un gran bastardo, lo so bene, ma è anche totalmente charmant. Sa sempre usare le parole giuste per farmi capire che con quel cappotto diventerei la giovane donna Molto Glam e Molto Cool, e che quel libro, che non ho tempo di leggere, potrebbe servirmi molto, moltissimo, in un domani in cui volessi cimentarmi con il restauro dei Tandem. E Ping mi guarda allo specchio e crede che quel rossetto mi renderà una professionista più consapevole delle parole uscenti dalla mia indimenticabile bocca rosso fuoco.

Lui è un genio e sa davvero cosa sia meglio per me, cioè La Glassa Su Me Stessa: quel dolce ricoprire di zucchero e toni pastello una essenza tenera e reale, che sembra però non essere abbastanza sfacciata per essere notata ed amata da tutti.
E volere essere amati il più possibile è umano.
E se ciò è umano ho diritto al perseguimento della felicità, vero? E alla ricerca dell’amore, vero?
E già solo mentre me lo chiedo vedo accanto a me il biondo Ping, che annuisce e mi suggerisce che là fuori, ovunque, il mondo sta brulicando di gente che chiede pacchettini alle casse, mentre io sono qui al computer, dove nessuno mi sta notando ed amando.
Ciò non va bene, devo essere amata, devo comprare. La vanitosa consumista che è in me richiede l’ennesimo placebo glassato.
Addio.

Carla Mezzomonaco (dicembre 2009-gennaio 2010)

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W. come Wunderkammer

W. è nata fuori paese, spaesata fin dal principio. W. è una foglia, un alito di vento, un campo da calcio o un’ideologia. In questo centinaio d’anni ha deciso di essere carne ed ossa, cervello e quant’altro.
Domani chissà, ieri chissà.
W. legge le filosofie per farsene un’idea, ma si dà il caso sia nata proprio nell’epoca in cui non è dato sapere, ma solo fare congetture.
Dicono che l’amore sia liquido, e W. cerca il bicchiere giusto per berselo.
Dicono che l’arte sia vaporizzata, e W. cerca un vaporizzatore per spruzzarsene un po’ addosso. Dicono che le streghe siano tornate e W. cerca una scopa per unirsi a loro.
Dicono che non ci siano più le mezze stagioni, e W. cerca una motosega per tagliarle di nuovo.

W. si impegna, ma non riesce mai perché qualcosa le sfugge sempre. Dopotutto anche a quel tale sfuggiva sempre qualcosa, e ha pensato bene di creare un altro mondo per far rientrare ciò che gli sfuggiva.
Anche W. ha pensato bene di creare un altro mondo, meccanico quanto basta, ed è bastato. Sufficiente solo nel momento del bisogno, perché se qualcuno grida al falso, già non vale più.

E allora che fare? Procedere in linea retta, che retta non è mai. Guardarsi attorno come faceva un altro tale che si impegnava a nominare tutte le cose e alla fine ha concluso che tutto corre, scorre, occorre. W. si è trovata fuori paese ed era triste. Ha provato a rientrare ma non riusciva a starci dentro.
Allora ha preso il paese e l’ha mangiato. Ora il paese è dentro di lei, in fase digestiva. Tutti gli oggetti si accatastano nello stomaco di W. senza un criterio ben definito. Esisteva qualcosa di simile nel millecinquecento, il cui nome inizia con la stessa lettera.

Indovina indovinello, chi fa l’uovo nel cestello? La gallina! Asino chi indovina!

Elisa Fontana (novembre 2009)
info@elisafontana.net
www.brainstormingartproject.blogspot.com

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Superficialmente New York

Ebbene sì, come si può evincere dal titolo, anche io sono stato a Niuiorch.
Per quattro anni in accademia mi sono sentito ripetere come un disco rotto: «Dovete andare a veder le opere dal vivo, dovete andare nelle grandi capitali» ma sopratutto... «Dovete andare a NY, lì è il centro, lì è l’arte, lì! Anche se poi scordatevi di riuscire in quel luogo, troppa concorrenza, troppo tutto» così sentenziavano, così tramortivano costantemente i nostri sogni di gloria, oniriche vite schiacciate sotto un enorme hot dog.
Ma quest’anno no! Ho preso la palla al balzo, mi sono fatto le foto in una macchinetta, di quelle per strada, che poi ti fanno costantemente brutto come i fotografi, né più né meno, il mio bel passaporto elettronico, non chiedetemi in cosa differisca da quello normale, ed infine l’aereo... e subito i posti troppo piccoli per chi supera l’uno e novanta, ma così come dice il proverbio “non c’è rosa senza spine”, anche io mi sono dovuto adattare, per cui, armatomi di spirito di sacrificio mi sono immolato all’altare dell’arte e mi sono immedesimato in coloro che salgono ai vari santuari in ginocchio: d’altronde anche io ero diretto in un luogo “sacro”.
Si dorme ad Harlem in un B&B, pieno stile bohémien, con arrivo valigiato in una strada semi sporca, ed una banda di motociclisti sgommanti che dopo averci guardato si sono messi a ridere, facendo subito pensare ad un melanconico addio alla vita, spezzata prima ancora di poter assurgere all’olimpo dell’arte mondiale... ed invece no, gente gentilissima e divertente, e tutto inizia per il meglio.
La mattina sveglia presto, doccia... perché non hanno il bidet! Ma che ca... Ma l’avremmo fatta comunque, almeno così si dice, colazione con croissant made in Harlem, ma degni di Parigi, poi... MOMA, peccato non si possano allegare in meta-testo i rulli di tamburo, ma penso che con poca immaginazione l’improbabile lettore potrà sopperire tranquillamente.
Entriamo all’italiana, ovvero con le opportune conoscenze intendo, A GRATISS!!! Che goduria, come ai rinfreschi, dove i pasticcini sono più buoni perché gratuiti, e subito: qua un momento di rigoroso silenzio come i pellegrini al Santo Sepolcro di Gerusalemme, una parete enorme, un elicottero sospeso sopra la testa, ed infine una installazione di un o una cinese, nulla di speciale, voglio dire, nulla che non abbia già visto sotto altre forme, ma si sa l’arte contemporanea, la globalizzazione, il Nasdaq, il terremoto finanziario, l’alta umidità relativa dell’aria, sta di fatto che il giro riinizia: e chi più ne ha più ne metta, tutti, ma davvero tutti gli artisti famosi, riquadrini piccoli e brutti di volumi d’arte, ora lì, dal vivo, enormi, reali e poi.... Quattro punti di pausa sono doverosi, Jackson Pollock! Enorme, non so quanti metri, ma davvero la tela la doveva pagare poco, fantastico e sto per dire dentro di me, «Cazzo! » il termine è proprio quello tecnico, quando, la prima crepa nel mio castello di cristallo inizia ad intaccare un vetro.  Mi giro a sinistra, ed una finestra, quelle con il vetro leggermente fumé per far sembrare ancora più asettico ed irreale il palazzo dall’esterno, mi rivela perché dipingessero tele così enormi. La base di due grattacieli infiniti, la scena è spaventosa e irreale, mi sembrava di essere dentro ad una scenografia del signore degli anelli, dove muri e castelli sono davvero titanici, ma qua è reale, le ombre nitide, fuori c’è il sole, ma il grigio-nerastro della scena sembra descrivere qualche cosa di apocalittico, il bordo della finestra non mi permette di vedere la fine dei palazzi, né in altezza né in larghezza, e già l’arte inizia ad allontanarsi traballando come i carretti dei becchini nei film di Sergio Leone.
Ma continua, il male ai piedi nel tardo pomeriggio inizia ma non vi è alcun problema, uscita serale, letto e poi la mattina gallerie di arte contemporanea private, il vademecum per artisti made in Hoepli... e se continua così prima o poi mi finiscono i puntini di sospensione. Le gallerie sono per la grande maggioranza ubicate in un posto solo, di cui non ricordo l’esatta posizione, ma ciò che mi è rimasto impresso di quella giornata è ciò che mi si era proposto il giorno prima dalle finestre del Moma.
E questa volta il punto di sospensione fa davvero il suo lavoro.
Ci accompagnava un amico italiano, molto giovane ma già appartenente a pieno titolo al mondo dell’arte con la a maiuscola, corrispondente per una nota rivista, ed abitante per questo a nuova iorch.
Si arriva in questo posto, pieno di magazzini e parcheggi come scansie del supermercato, nel senso che le auto sono impilate l’una sull’altra, e subito i magazzini si rivelano quasi tutti gallerie d’arte, mangiamo in un localino all’aperto cibi da veri intenditori d’arte, zucchini tagliati julienne fritti, acqua minerale, vino, e insalatina con dentro solo cose fighe, ovvero da artista, poi inizia! Sono tutte uguali, porte a vetri, appena entrati figozza, spesso italiana, computer Mac: anche ora sto scrivendo con un Mac, ho sempre avuto Mac, ma baaaaasta Mac. Dentro sono tutti stanzoni asettici, come le stanze per i matti, tutte le pareti sono solo bianche, i pavimenti grigi, e i soffitti sono finto vecchio magazzino abbandonato, ovvero restaurati alla grande con un prodotto strano che puzza quasi sempre allo stesso modo.
Ma è la ROBA che riempie queste gallerie che davvero, davvero... vecchia, già vista, ritriturata e a mio avviso stupida, ma sopratutto brutta, di una bruttezza desolante e isolante, cose che si vedono a chili dentro le accademie i primi anni, un livello generale che mi ha portato a fischiettare la musica di X-Files ed a litigare con chi aveva organizzato il viaggio.
Se non fosse stato che ho potuto vedere Cameron Diaz dal vivo e senza dover pagare alcun biglietto, dentro ad uno di questi avamposti dell’inferno, avrei detto che la giornata era stata davvero sprecata, invece no, le amiche che la accompagnavano erano forse anche meglio, ma l’impressione è stata di una persona semplice tutto sommato.
Visto però che il pezzo tratta d’arte, chiedo venia e rientro nei binari parlandone, sempre di esserne all’altezza, e francamente non credo.
Dopo i primi momenti di sgomento: siamo già nel pomeriggio inoltrato, inizia il rigetto forte, unica nota “positiva” se così si può dire, l’uniformità scandalosamente noiosa ma devo dire coerente, di quanto visto, ed ora al New Museum of Contemporary Art, dove una architettura come solo dei giapponesi potevano concepire, ovvero simile ad uno di quei giochini da tavolo con sabbia sassolini e mini rastrello, fa da “contenitore”, come i barattoli per la zuppa Campbell, per il più impressionante minestrone, che io abbia mai avuto il dispiacere di dover assaggiare.
Il curatore, italianissimo, se mai dovesse leggere queste righe sono sicuro che se ne fregherà altamente, visto lo scarso livello da cui sono state fagocitate, ma il giudizio non cambia, cosa che mi ha portato a ri-alterarmi con chi aveva organizzato il tutto, non perché io non ammetta il brutto, figuratevi cosa dovrei fare o dire quando guardo certi miei lavori, ma il problema è l’apatia con cui questi addetti dell’arte si accostato all’arte stessa.
Gioni, il curatore in questione, così come chi ci accompagnava, afferma in una intervista che questo è il mondo, le torri gemelle, i budda ridotti a polvere, le guerre, le malattie, e solo l’Italia sembra non essersi accorta di ciò, imbalsamata come è nella ricerca del bello, egli è dovuto risalire fino all’arte povera per cercare un punto di “rottura” ecc ecc.
Ma scusate cari artisti e/o curatori, ammesso e concesso che lo siate, e qua interrompo la vena ironica per vestire i panni del Savonarola: ma voi davvero pensate che la gente comune abbia bisogno di voi per sapere come va il mondo, abbia bisogno dell’arte per sapere questo? Molti rottamai allora cosa sono, anche essi accumulano per fare un esempio, allora? Bene duchampianamente ammetto che il luogo faccia l’opera, ma perché un accumulo di rottami in un prato ritorna un accumulo di rottami, mentre un quadro, almeno discreto, rimane un quadro, e in più, questa rottura costante, AVETE ROTTO VOI! Se TUTTO il mondo si mette in cerca dello scandalo, è lo scandalo stesso a non esistere più, nella prefazione del libro di Guy Debord, si può leggere come essere antagonisti, cercare l’anticonformità sia semplicemente il risultare alla voce NO, nei sondaggi della società dello spettacolo integrato, ed in più se tutti vanno avanti come oche, non è detto che a rimanere fermi dove si è, non si esca maggiormente dal gruppo, che tentare di stargli semplicemente in testa.
È vero, noi artisti italiani siamo imbalsamati, ma se il mondo è brutto, descrivere il brutto è soltanto descriverlo apaticamente, e voi non siete meglio di un qualunque macchiaiolo, manco il termine divisionista vi concedo. Il cambiamento, l’innovazione, la rivoluzione continua, anche una montagna muta e non è ferma solo perché le persone sono troppo mortali per avere i secoli a propria disposizione, l’arte è sempre mutata, ma da sempre ha avuto pazienza, ed è solo il figlio dell’era meccanica, quello al centro di tutto, che non ha semplicemente più avuto il tempo o la visione del tempo per potere aspettare, il suo tempo azzerato ridotto a brandelli fino all’inverosimile, il terasecondo, non gli ha permesso di vedere l’intero e non ha più avuto il tempo per aspettare, attendere, e forse morire prima che lo scarto fosse sufficiente per i sensi dell’uomo. No... la macchina, la sua velocità, la sua capacità di scorgere la minima differenza, e l’uomo è sparito, specialmente dall’arte, dalla vostra arte.
Poi salta nuovamente fuori la questione del prezzo, per fortuna ci sono sempre nuovi compratori... (prima o poi i tre puntini li finisco davvero), russi, cinesi, poi? Vi ricordo che la terra è sferica, ovvero non esistono confini, ma come l’universo è limitata e il vostro giochino, non è dissimile dalla storiella seicentesca, se ben ricordo, dei tulipani in Olanda, o dei vari Nasdaq di oggi, vivete in un sistema piramidale, come le catene di Sant’Antonio, finché ci sono polli il sistema regge, ma poi i nuovi polli dove li andate a trovare, su Marte, i mercati finanziari sono saltati in questi giorni proprio per questo... e parliamo di ecologia, tema attualissimo, il sole, unica fonte energetica, nella sua vita, tra alti e bassi, come qualunque altro scalcagnato lavoratore, continua da parecchio tempo ad irradiare nello spazio la stessa energia, siamo noi umani che abbiamo cominciato ad usarne di più, il petrolio è solo energia solare di milioni di anni fa, ed ogni azione umana, anche il mangiare ed il caccare, questa energia la consumano soltanto, volete essere contemporanei, attuali, PIANTATELA DI FARE CAGATE, RISPARMIERETE UN SACCO DI ENERGIA!
Perpetrare solo una visione dell’arte, una ben precisa visione, nata da artisti prevalentemente europei, ma negli effetti americani, difesi, mantenuti e sovvenzionati dagli americani, significa solo difendere non la revolucion, che queste persone pensarono di poter fare, ma significa solo difendere l’investimento economico che dietro di essa si cela, siate almeno un poco onesti.
Noi italiani siamo fermi, sì! E ne sono orgoglioso! Prendere coscienza di qualche cosa non vuole dire sfasciare tutto, opporsi: a chi poi? Ma cercare soluzioni, ed affermare qualche cosa di palese, non è essere artisti... poi artisti, non esistendo una definizione ASSOLUTA di arte, piantatela di chiamarvi artisti, equivale al nulla; ma d’altronde se lo fate sarete contemporanei e soprattutto coerenti.
Notte, colazione con croissant e via, Metropolitan Museum, dove ogni stanza è una sorpresa, e dove i capolavori dal Cinquecento in poi sono racchiusi in ambienti percorribili senza un itinerario predeterminato, cosicché: percorrete il museo a casaccio, otterrete una mostra qualsiasi, sicuramente una visione organica, e comunque da vedere, senza parole, tutta l’arte moderna, Francis Bacon, l’arte precolombiana, africana e chi più ne ha più ne metta, l’apparsa delle stigmate plantari e si può svenire a notte fonda, dopo essere stati fuori a bohemienizzare, altrimenti non si è “artisti”.
Guggenheim, e noi del sottogruppo, poveracci ed analfabeti, staccatici dal gruppone, tanto per essere controcorrente, il giovedì mattina si va al Guggenheim: a comperare souvenirs, poiché il quel giorno di mattina il museo è chiuso: maledetta fantozziana nuvola.
Ci si torna pomeriggio, o il giorno dopo non ricordo, la memoria ormai è stanca come i piedi, Freak collection, chiusa, casa o ufficio, non ho capito di un noto antiquario di NY, dove una signorina gentilissima e veramente bella, ci rinfranca con acqua, e poi si riparte, Brooklyn la notte, discoteca e alta tensione, forse per le stigmate, forse per la quantità inverosimile di belle ragazze che, da perfette ignoranti non conoscono una sola parola di italiano.
La mattina museo di Brooklyn, tensione alle stelle, la pulizia etnica è ormai solo una formalità, unica nota positiva, qua come negli altri musei alla parola studente il prezzo si abbassa senza storie, poi nel cielo, improvvisamente, disegnata da cinque aeroplani in perfetta formazione, appare una grandiosa scritta pubblicitaria di fumo, davvero bella, enorme come tutto il resto, del resto, ma nuova, quella per davvero, notte e poi giorno, viviamo da due giornate con carte di credito bloccate, telefoni inservibili, CI VUOLE IL TRIBEND... ci dice con tono sarcastico una faccina gentile, simile ad un putto del Parmiggianino apparsa dal nulla a mezz’aria, VA A CAGHER! Alla bolognese, l’unica risposta possibile; figura da cioccolatai in un negozio di Harlem, triband ed infine Pizza all’Italy Italy, con tanto di sasso dentro: e non sono storielle, è tutto vero: non mi si rompe nessun dente per fortuna, camminata storica del gruppo emigranti con valigia di cartone per le vie di manhattan, e lo scrivo con la minuscola, cosi per spregio, poi fa molto critico spietato, notte e poi giorno della partenza, mattina al central park, tra uccellini, scoiattoli, e la gente che ritornata umana, rallenta, corre come ha sempre fatto l’uomo da millenni, lentamente corre, non sulle mani però come avrebbe fatto un vero artista, famiglia che gioca con l’acqua, il sole e i laghetti, cose vere insomma, poi ritorno all’aeroporto con limousine offerta all’organizzatore del tour handicap dall’antiquario famoso, ritorno in aereo in un sedile troppo piccolo, e quando siamo a Pisa, riprendiamo un trenino delle Fs, sporco ma lento: sì LENTO! Biglietto, Bologna, insonnia per due giorni e poi la solita grandiosa routine.
Conclusione: andateci, assolutamente da vedere, ma con la propria testa, il proprio senso critico e perché no, la nostra flemma tipicamente italiana, che ti fa scorgere, il barbone che dorme in strada sotto i palazzi della grande finanza, le lucciole al central park: non quelle a cui dai banconote, ma quelle che lampeggiano anche da noi nelle serate di primavera in mezzo ai campi, ecc ecc. Andateci, andate alle mostre, e magari apprezzate più di quanto abbia fatto io, e ci vuole davvero poco, ma per favore non fate la revolucion, lasciatecelo intatto il ricordo di Panciovilla.


Luigi Leonidi (ottobre2009)

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El leve encanto de lo discreto

È un uomo giovane e palestrato. Indossa dei boxer di Lycra neri. Il suo aspetto è sexy. È seduto, con le sue grandi braccia stese lungo il corpo. Le sue fibrose e lavorate braccia e le costole. Il gesto è di forza, sicurezza e potenza. Lo guardo dalla finestra della mia stanza dell’hotel di Corrientes, angolo Callao. Lui sta proprio all’angolo, verso la mia destra, su Rodriguez Pena. Si esibisce.
Tutto. E mi piace.

Sotto la mia stanza - sono al quarto piano - passano auto e collettivi, come chiamano qui gli autobus. Guardo verso la strada. Persone camminano sui marciapiedi. Alcuni attraversano le strisce pedonali, il semaforo segna verde. Camminano in fretta, si sfiorano, ma non si guardano in faccia. I veicoli aspettano. Cambia la luce e partono. È una scena che non mi stanco di guardare. Come l’uomo in boxer. Mi ricordo del film L’Amore tradotto (Lost in traslation) con Bill Murray e Scarlett Johansson. Sofia Coppola - che ogni tanto viene a visitare il padre regista da queste parti - avrebbe potuto girare il film qui.
In realtà mi sento un poco come il personaggio di Murray: sola, senza amici, in una città enorme, cosmopolita ed elettrica. Così vedo Buenos Aires dalla mia finestra mentre nell’angolo sulla strada c’è l’uomo in mutande che fa pubblicità all’intimo.

Decido di esplorare la strada. Perdermi tra la gente. Camminare. Non ho alcuna meta né orario di arrivo... Prendo verso l’Obelisco. Verso l’avenida più larga del mondo. Non fa tanto freddo come dovrebbe farne in inverno e questo rende più gradevole la camminata. Nel primo isolato c’è un chiosco di giornali. Pieno di riviste. Mi fermo attratta dalla quantità di pubblicazioni dove si esibisce la foto di una donna, di spalle o inginocchiata che ostenta il didietro. Senza pudore uruguagio, mi ritrovo a pensare al culo. Li osservo in tutte le posizioni - con timore di essere scambiata per una guardona - ma in fin dei conti tutti lo siamo un poco. Cerco di trovare un parametro. Sono sodi, duri, rotondetti, abbronzati, oleati, e photoshoppati. Le facce delle signore quasi non interessano. In realtà non importano. Perché tanta venerazione per un culo femminile? O in tutti i casi dell’ano? Del buco di dietro? Non basta il ballo che esce dal tubo, con i primi piani delle natiche, di toccate quasi ginecologiche e che è comune a tutta la programmazione televisiva?

Non basta. Penso ad altre categorie opposte: le siliconate ed i “naturali”; “i rifatti” e i “ritoccati”. Ancora non riesco a notare la differenza, ma sembra che ci sia.
Ormai da oltre tre minuti sono ferma a guardare culi nell’avenida Corrientes ed il giornalaio mi osserva con attenzione.
«Scusi - dirigo lo sguardo rapidamente verso la sua pila di giornali - mi dà Pagina 12»? È l’unica testata che mi viene in mente.
«Eccola». E mi passa una copia.

La pago. Metto il giornale nella mia borsa e riprendo la camminata.
Non mi giro a guardare. Spero di essere passata inosservata con la mia esplorazione di prime pagine culiste.

È strano. Mi vanto sempre del mio culo piano, discreto e senza commenti grandiloquenti.


Mariangela Giaimo (settembre 2009)

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Spaesati a casa propria
“Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato” (Franz Kafka, Il processo).

Un tranquillo martedì mattina, scendi di casa per recarti a lavorare e trovi quattro uomini della Digos che ti aspettano con in mano un mandato di perquisizione per casa tua. Non ti spiegano granché, se non che sei indagato per un reato di terrorismo. Non permettono né a te né alla tua compagna di avvertire le vostre famiglie (ma anzi, ti annunciano che nello stesso momento anche a casa dei tuoi genitori è stata mandata una pattuglia per effettuare una perquisizione), non ti fanno avvisare il tuo capo che farai tardi al lavoro, chiamano loro un avvocato di ufficio visto che tu non ne hai uno di fiducia, ma procedono comunque con la perquisizione anche se questo avvocato non risponde al telefono.
La perquisizione è ridicola: aprono appena qualche cassetto e le ante dell’armadio. Anche una persona totalmente a digiuno di questioni di giustizia si renderebbe conto all’istante che per trovare qualcosa bisognerebbe come minimo spostare i vestiti, guardare dietro gli angoli. Gli stessi poliziotti, più tardi, ammetteranno la stranezza di questa procedura, affermando che se davvero avessero pensato di trovarsi in presenza di criminali le cose si sarebbero svolte molto diversamente. E allora ti chiedi come sia possibile che, se loro per primi ritengono che ci sia stato un errore, abbiano comunque il diritto di entrare in casa tua, una mattina qualunque di un giorno qualunque, violando la tua intimità, la tua privacy, la tua tranquillità.
La spiegazione che ti danno è paradossale: qualche giorno prima qualcuno si è recato in un’armeria nella tua città natale acquistando a tuo nome una maschera anti-gas che viene utilizzata in caso di attentati con gas tossici. In questi casi, la legge non prevede che il proprietario dell’armeria chieda un documento di identità all’acquirente: basta che gli domandi il suo nome e lo comunichi alla questura.
È così difficile immaginare che un compratore malintenzionato non si presenterà col suo vero nome? Ed è davvero possibile che basti un nome per ordinare una perquisizione? Possibile che non vengano effettuate delle indagini preliminari, possibile che non sia doveroso che, prima di piombarti in casa, la polizia si accerti se tu avevi un alibi per quel giorno? Dunque, se il tuo vicino ti sta antipatico, puoi alzare la cornetta e denunciarlo come fabbricatore di bombe, e la Digos piomberà nel suo appartamento?
Evidentemente è così, dato che - ti spiegano gli agenti - quando si tratta di presunto terrorismo bisogna muoversi velocemente, perché è in gioco la sicurezza nazionale. Sarà… ma se il pericolo è tanto grande, come mai i quattro poliziotti non si danno neanche da fare per guardare se c’è qualcosa nascosto sotto le mutande e i maglioni? Come mai in fondo al rapporto di perquisizione scrivono “esito negativo” quando loro stessi ammettono di non aver affatto eseguito una vera perquisizione? E soprattutto: come mai questa maschera anti-gas tanto pericolosa per la sicurezza nazionale è in libera vendita???
Ma torniamo al nostro tranquillo martedì mattina. I poliziotti se ne vanno dicendoti: «Per noi è finita così, l’accusa sarà sicuramente archiviata». L’avvocato ti dice subito che si è sicuramente trattato di uno scambio di persona. Il magistrato che ha firmato il mandato di perquisizione, interpellato dall’avvocato stesso, conferma l’errore. Ormai il danno è fatto, ti dicono tutti, non resta che attendere l’archiviazione.
Tutto qui? Il danno è fatto, tanti saluti?
Sono stati spesi i soldi dei contribuenti che con le loro tasse contribuiscono a pagare lo stipendio degli agenti, che hanno sprecato una mattina facendo un lavoro inutile. Due persone sono arrivate al lavoro in ritardo non potendo spiegare la vera causa (chi mai andrebbe dal suo capo a dirgli: «Scusa, sono in ritardo perché stamattina è venuta la Digos, sono indagato per reati terroristici»?) e hanno dovuto assumere e pagare un avvocato per archiviare il caso. Ma, soprattutto, queste stesse due persone e la loro famiglia hanno subito un’invasione totalmente ingiustificata.
No, non è affatto finita così. Il ricordo, l’insicurezza, il senso di violazione non svaniranno tanto facilmente. «Dovete mettervi nei miei panni», continuava a ripetere il capo del gruppo di poliziotti, qua si tratta di un’accusa grave, siamo obbligati a fare dei controlli, è il nostro lavoro. Salvo poi ribadire più di una volta: «È  chiaro che lei non c’entra niente, ci metto la mano sul fuoco». Chissà poi da cosa l’avrà capito che non c’entravi niente? Dal fatto che hai risposto di no alla domanda: «Lei ce l’ha un bandana?». Già, perché non hai ancora raccontato l’elemento più esilarante: sembra che il presunto terrorista si sia recato in armeria con una bandana in testa. Quindi, se tu avessi risposto che sì, ne hai una, sarebbe scattato l’arresto?
Attenti, voi che possedete una bandana: potreste essere incriminati per attentato alla pubblica sicurezza.

Nicola Bertani (in collaborazione con Eva Lorenzoni) (luglio 2009)

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A fior di labbra

Si sorprese a sorridere.
In bocca aveva il sapore amaro dell’epilogo e del tentativo mal riuscito di non cadere nella bottiglia.
Era un uomo finito. Era un uomo, questo era certo. Rideva con il gusto della delusione e con gli occhi lucidi del padre ferito.
Si sorprese a riflettere, lui che era stato abituato a decidere prima di vagliare le possibilità. Si guardava intorno come se per la prima volta si trovasse ad analizzare le pareti della sua stanza. Gli occhi si fermavano su ogni dettaglio; la foto di New York su legno Ikea, quella della casa di “Ernest” a Key West, lo specchio regalo di nozze, le crepe sui muri ingialliti. La mente però sorvolava, i percorsi del suo ragionare erano ben altri.
Si sorprese ad afferrare la sua Beretta e a stringerla talmente tanto da disegnargli sul palmo le righe dell’impugnatura. Era calmo nell’animo, calmo nella mente ma con il corpo sudato e freddo per l’agitazione. Non era più un ragazzo. I suoi sessantuno anni lo giudicavano dall’alto dell’esperienza che in quel momento non trovava dentro al suo cuore.
Un carabiniere lo si esige freddo, pronto, scaltro. Lo si chiama e lo si desidera reattivo, di ghiaccio, per nulla turbato dagli eventi. Risolutivo. Lui non era tra la gente. Era a casa sua, nel suo regno e poteva permettersi una qualsiasi debolezza. Poteva perfino permettersi di piangere, di gridare, di mandare a quel paese l’Arma e la sua divisa. Gli era concesso di sciogliersi, di tremare, di puntare la pistola verso la parete, verso se stesso.
Un padre in divisa è chiamato inconsapevole sul luogo del delitto di suo figlio. Un uomo nudo, di spalle, riverso nel suo stesso rosso, in un angolo di città che non avrebbe mai collegato al sangue del suo sangue. Aveva riconosciuto quel tatuaggio, immediatamente, ed aveva sentito pietrificarsi le gambe, respirare il cuore, scoppiare i pensieri, piangere quegli occhi di ghiaccio. Aveva odiato gli scarabocchi con cui il “piccolo” amava fregiasi durante i suoi viaggi. Quei disegni però parlavano inequivocabilmente di lui e gli era bastato uno sguardo.
Si sorprese padre, indifeso, sguarnito. Non era più comandante, non era più un esterno. Non era più risolutivo. Erano stati i secondi più lunghi ed intensi della sua carriera. Si era appoggiato alla spalla del suo giovane collega e lo aveva pregato con un cenno di non dire niente, di non esitare, tentennare, di non soffrire per lui. Era entrato in quella stanza ed aveva scoperto il figlio morto ed omosessuale. Non ne sapeva niente. Lo avrebbe accettato forse. Ne avrebbero parlato. Ci avrebbe riflettuto. Ed invece il suo lavoro aveva deciso di fargli un ulteriore regalo. Aveva deciso di svelargli così le debolezze di una vita spezzata, di colpirlo al petto più e più volte. Il corpo era lì, sdraiato tra foto squallide e compromettenti, tra sperma e sangue.
Si sorprese improvvisamente solo. E fragile. Certezze? Fino a quel momento. Poi più. Osservava i segni dei gomiti appoggiati sulle cosce e continuava a girare con gli occhi gli angoli della sua casa. Ogni cantone gli parlava dei suoi errori, delle sue mancanze, dei suoi orrendi sbagli di padre. Quali responsabilità avrebbe dovuto affrontare? Quelle di genitore? Quelle da maresciallo dei carabinieri ad un soffio dalla pensione? E che senso aveva arrestare il colpevole? Gli avrebbero restituito in premio il figlio accoltellato? Un articolo di giornale e una stretta di mano lo avrebbero fatto rinsavire?
Si sorprese risollevato dal trillo del cellulare.
“Ci muoviamo…”
“Perfetto. Mandami l’auto, sono pronto in tre minuti.”
Non era pronto per niente. Aveva il terrore di trovarsi di fronte alle sue debolezze, alla sua ira, alla sua violenza che più volte aveva potuto esperire sulla pelle degli altri. In tre minuti doveva allontanare i fantasmi, togliersi la maschera del fallito ed indossare le vesti del segugio, del risolutore. In tre minuti doveva sorprendersi ancora una volta capace a voltare pagina, a passarci sopra, a far finta di niente.
“Sei sicuro di sentirtela?”
“Certo. È il mio lavoro.”
“Era anche tuo figlio però. Nessuno potrebbe biasimarti se…”
“Non saprei che scusa trovare con me stesso. Non ti preoccupare.”
“A tra poco allora. Vengo io a prenderti.”
“Grazie.”
Si sorprese indeciso su che jeans indossare. Aveva inconsciamente voglia di pensare ad altro per quei tre minuti. Si perse all’interno della cabina armadio mentre valutava i colori delle camicie, la bontà della stiratura, il disegno delle sue cinture di pelle. Niente divisa oggi. Niente divisa da quel giorno ormai.
Le indagini erano state fulminee, efficaci e lo avevano portato in ambienti che mai avrebbe immaginato di esplorare. I suoi colleghi avevano dato il massimo trascurando le mogli più del solito; si erano stretti intorno al suo dolore intensificando i controlli, aprendo le orecchie come non mai, muovendosi camaleontici in ambienti difficili, perversi, spesso viscidi. Mise la pistola dietro la schiena e mentre si guardava allo specchio rivide per un attimo gli occhi profondi di suo figlio. Sapeva di essere in debito con lui. Sapeva di doverlo proteggere dopo la morte come non aveva saputo fare in vita. Sapeva che l’arresto non avrebbe potuto redimerlo. Non poteva espiare così facilmente gli errori di padre. Sentiva mescolarsi nella sua razionalità pensieri senza senso. Iniziavano a confondersi le immagini di un bambino trovato poi adulto volto a terra e le foto schifose, squallide, da film. L’immagine di New York prendeva vita, il muro ondulava, le sedie sembravano andargli incontro.
Si sorprese a barcollare per un attimo. Aveva affogato nel vino le tristezze di una vita che spesso ti sorprende e getta sul tavolo come dadi le tue responsabilità. Era pronto. Era nato pronto, lo diceva spesso. Da quel giorno non sapeva più crederci. Non aveva più stima. La presunzione gli era finita sotto i piedi e i suoi successi non servivano più a niente.
Il suono del campanello da buon timer aveva dato fine a quei tre minuti.
“Scendo subito.”
“Aspetto in macchina.”
Affrontava le scale con la falsa disinvoltura che si acquisisce con gli anni di servizio. Sentiva il freddo del ferro dietro la schiena nonostante la camicia. Sfiorava gli scalini di marmo volando tra gli alti e i bassi di una vita che ci rende tanto diversi ma tanto uguali di fronte alla morte. Si trovò solo davanti al portone antico con il mondo intero che lo aspettava dall’altra parte di quel legno. Tutti, compreso il figlio, con le braccia conserte stavano aspettando il finale pronti a criticare.
Aprendo quel portone la brezza del mattino lo baciò carezzando i suoi dubbi e le sue perplessità.
“Ci siamo… da questa parte.”
Il brigadiere aveva la capacità di mettere a suo agio chiunque, forse la migliore dote per un carabiniere. Non ci riuscì in quell’occasione, non per colpa.
L’auto viaggiava tra le vie del centro silenziosa, surreale. Altre due vetture seguivano attardate dal traffico, rumorose, sgraziate.
La voce alla gamma 400 era quella del capitano.
“20 da India, 20?"
“La 20 in ascolto.”
“36 e 40 da India, ricevete?”
“Avanti…comunicare!”
“Allora.. per tutti…ripeto, per tutti… mi raccomando… niente scene da West lì dentro. Andiamo a colpo sicuro quindi evitiamo problemi. In bocca al lupo ragazzi!”
Si sorprese eccitato come un adolescente, ancora una volta l’adrenalina lo accompagnava in quella che aveva scelto come professione, come vita. Le strade presentano una nuova faccia viste attraverso il blu dei lampeggianti, delle sirene. Il traffico si tagliava, le teste si voltavano, gli scuri si aprivano incuriositi.
La pistola scivolò in un attimo da sotto la giacca. Il brigadiere lo guardava premuroso ragionando sul fatto che la fiducia conquistata in anni di servizio non poteva dissolversi in un lampo.
Si sorprese di ghiaccio, scaltro, con la mano ferma.
Si sorprese con la sua Beretta calibro nove parabellum puntata dritta dritta sulla fronte dell’assassino di suo figlio.
Il colpo partì fulmineo rompendo il silenzio e lo stupore di un ufficio comunale. Il sangue arrivò sulla parete lento, svogliato, sporcando la foto del Presidente della Repubblica. L’assassino ormai vittima si piegò senza vita ai suoi piedi.
Notò che il sangue era dello stesso colore di sempre. Notò che il sapore della vendetta è amaro più di quello del vino e che la vita è un lampo fatto di lacrime e sorrisi.
Si sorprese con la canna della pistola tra le labbra. Notò il sapore amaro del ferro mescolarsi a quello dell’infelicità. Sentì il rumore duro dei denti sull’arma. Pensò all’iscrizione marmorea sulla sua stessa tomba: 1945-2006: La resa dei Conti.
Il colpo uscì veloce e pulito dal cranio colpendo il neon a risparmio energetico dell’ufficio. In un lampo era tutto finito. Risolto.
Correva nudo nel cielo tenendo per mano suo figlio che finalmente lo aveva perdonato.
Si sorprese a sorridere.

Andrea Testa (luglio 2009)

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We are family

Finalmente siamo a giugno. E non lo dico perché le ferie si avvicinano.
Dovete sapere che io sono un attivissimo membro di una grande comunità fatta di persone molto diverse fra loro.
Tutti i membri di questa comunità mediamente da marzo a maggio si riuniscono spiritualmente in un rituale comune fatto di nasi colanti, fazzoletti e antistaminici.
Ebbene sì: mi chiamo Andrea e sono allergico.
Secondo alcuni studi che ho letto in giro, quest’anno gli allergici sono in aumento.
Questo sarebbe avvenuto a causa dei troppi antibiotici presi questo inverno, che hanno titillato il nostro sistema immunitario.
Non so effettivamente se le cose stanno così, ma il mio di sistema immunitario ultimamente ritiene che due pollini di margherita a contatto con il mio corpo debbano essere respinti come se si trattasse di una fiala di Ebola.
Che io in realtà non so bene a cosa sono allergico. E non è che mi importi troppo di saperlo. Per lo meno per quanto riguarda il campo “Piante e Fiori”.
Sapere che mi gratto vicino al “Populus maximowiczii” o mi si abbassa la vista accanto alla “Weltwitschia mirabilis” implicherebbe:
1 - imparare come si scrivono senza cercare su wikipedia nomi a caso per dare un senso al mio sproloquio
2 - pronunciare, oltre che scrivere, i termini di cui sopra  (che in effetti potrebbe essere la parte più difficile)
3 - imparare in quali ambienti crescono
4 - cercare quelle aree infestate nei miei percorsi quotidiani per la città e provincia
5 - comprare una tanica di benzina
6 - studiare la direzione del vento per evitare danni collaterali
7 - dare fuoco ai posti individuati nel punto 4
Insomma, a volte la conoscenza non porta alla pace.
Apparentemente l’unica soluzione è imparare a convivere con un corpo che in primavera preferisce il risveglio degli allergeni a quello degli ormoni.
E trasformare i problemi in opportunità.
Nello specifico ho pensato a tre cose positive che derivano dall’essere allergico e vivere in una comunità in cui non sono l’unico esponente della categoria:
- se vuoi attaccare bottone con qualcuno, puoi ragionevolmente chiedergli un fazzoletto, anziché l’ora :)
- durante le pause caffè con i colleghi puoi sviare l’argomento “lavoro” e parlare delle ultime mode in fatto di antistaminici
- quando si organizzano escursioni, gite, pic nic e cose varie, hai sempre l’ultima parola sulla scelta del posto in cui andare, o al limite una buona scusa per non partecipare.

 

Andrea Fronda (http://www.falcon82.com/blog)

 

Relazioni botaniche

Ogni individuo, indipendentemente dalla specie di appartenenza, si relaziona agli altri.
Obiettivo comune è sempre la sopravvivenza: nel genere umano è individuale, nel regno vegetale e animale è legata alla specie.
Le dinamiche si assomigliano; le più eclatanti sono le relazioni fatali.
In questi casi uno degli individui coinvolti soccombe.
Il fico strangolatore (Ficus watkinsiana) inizia blandendo e avvolgendo il suo ospite, si arrampica tenacemente insinuandosi al suo interno fino a strangolarlo e infine ucciderlo.
A livello più microscopico un fungo (deuteromicete) utilizza un meccanismo trappola, per adescare il suo “compagno”, un minuscolo nematode, in questo caso occorre però sottolineare che questo fungo mostra un certo altruismo e alcune piante beneficiano della sua opera di stritolamento.
Anche le piante carnivore (o meglio insettivore) hanno messo a punto diverse tipologie di relazioni fatali, attirano e affascinano, per fare cadere nella trappola il soggetto del loro desiderio (un piccolo insetto).
Ci sono poi i matrimoni di convenienza, legati alle apparenze e fondati su principi di “comodità”; è il caso della vite (vite maritata) che intraprende relazioni molto tranquille appoggiandosi dolcemente ad un’altra pianta per sostenersi e forse ricambiandola con il piacere della compagnia.
A volte il compagno di una vita è un soggetto un po’ opportunista ma tutto sommato innocuo come il vischio (emiparassita) che sfrutta la "cucina” della quercia, ma  senza creare grossi danni.
Poi ci sono le relazioni idilliache, si chiamano simbiosi mutualistiche, in questo caso ad esempio il pino (pinus spp.) e il boleto (boletus spp.) intraprendono un rapporto molto stretto e altamente proficuo per entrambi.
Anche la vanità può essere la base di un rapporto, è un po’ «mi fa male ma mi piace» ma da i suoi risultati, come per il tulipano, che ha fondato il suo successo sulla relazione, non proprio idillica, con un virus.
Anche le relazioni più consolidate possono rivelarsi alla lunga problematiche e portare a vendette e ritorsioni come per l’acacia albida (Faidherbia albida) e la giraffa: la pianta in situazioni stressanti produce delle tossine che allontanano il partner.
A ciascuno la sua...

Alessandra Montanari (maggio 2009)

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Ombre disgiunte

L’intimità che lascia
soltanto uno spiraglio
per scrivere di notte
comporre in un ventaglio
parole e frasi rotte
dal giorno come un’ascia

si è fatta più sottile
e sfugge tra le sbarre
rincorre le falene
s’incastra nelle marre
s’annoda alle catene
fa sosta in un porcile.

Siam come due garofani
su due diversi steli
le nostre ombre sul vaso
reciproci afeli
descrivono un applauso
di due disgiunte mani.

La fuga delle suggestioni

Suggestioni suggestioni
spiegano il volo come gli aironi
ma se non le cogli
quell’attimo esatto
s’incollano al foglio dal lato di sotto
e non le stani neppure coll’unghia
né con lo sparo in mezzo alla tundra.

Frughi nel folto, tra i rami ed il muschio
ma mai non ritorna quell’aspero al tatto
che ti solletica i polpastrelli,
e che la notte dà un incubo astratto,

Sovente in forma di pipistrelli,
quelli vampiro verso il Venezuela
che ieri han fatto stragi di gola
fornendo alle vittime rabbia mortale
per quell’airone che, imberbe, s’invola.

Dalla finestra

Che ne sarà del mio sguardo curioso
quando nessuno in città più saprà
che anche io son parte di quella,

che ho sorvolato tutti i passaggi
ho aperto varchi a splendidi ormeggi
nella mia mente ho spazzato le strade
le polverose e le disonorate

ho navigato le acque salmastre
in tutti i canali ho piantato le mastre
ho numerato le balaustre
dei belvedere a ridosso di giostre

quando i bambini vi vanno a girare
chiudono gli occhi e sognano il mare.

Alessandra Illuminati (marzo 2009)

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Tra Piero Angela e Cecchi Paone

Quando avevo 7 anni volevo fare l’archeologa. Anzi, l’egittologa. Di quelle brave, con la chioma fluente e lo sguardo intelligente come si vedono nei film. Ero decisa: la mia vita sarebbe stata dedicata alle mummie e al torrido deserto. Fu così che iniziai a collezionare decine di immaginette che ritraevano faraoni e dei in quelle pose così poco plastiche. Manco a dirlo il mio preferito era Ra: lo scarafaggio che portava il sole tra le zampe mi ricordava tanto gli stercorari ospiti di Piero Angela che passano la loro vita a plasmare e spingere enormi pallette di cacca.

«Gli antichi egizi erano delle pappemolli… Molto meglio i romani» sentenziò un giorno mio padre mentre mi sorprese con la matita in mano a tracopiare il profilo di Tutankamen «Ah, che civiltà! Che civiltà! Sai quante ne hanno date i romani agli egizi mentre quelli stavano là a costruirsi le loro piramidi?». Per colpa di mio padre non diventai egittologa e iniziai a odiare i romani con tutta me stessa.
Fu così che, intorno ai 9 anni, mi decisi a varare un ambizioso progetto: la costruzione di una comune nel paese di Heidi. Coinvolsi in questo folle piano altre quattro compagne di classe: Pamela, Sonia, Linda ed Elisa. Ognuna di noi avrebbe avuto un compito preciso da svolgere. Io, ovviamente, sarei stata il comandante in prima. Mi sarebbe spettato l’arduo ruolo di distribuire le mansioni, elargire punizioni ma anche grandi ricompense. Pamela, Sonia, Linda ed Elisa si ammutinarono dopo una settimana. 

Improvvisamente a 11 anni e mezzo l’illuminazione mi giunse attraverso un’ape. E un rotolo di scotch. Era un pomeriggio di primavera e come al solito stavo aggrappata alle sbarre del mio balcone con gli occhi rivolti verso il cortile alla ricerca di Nino, il mio amore platonico dalle orecchie a sventola. Invece trovai un’ape che stava per annegare nel sottovaso dei gerani. Non ci pensai due volte: presi un pezzo di carta, tirai fuori l’insetto moribondo e lo posizionai sul pavimento circondandolo con un rotolo di scotch in modo che non potesse scappare. Iniziai ad alitarle addosso per asciugarle le ali e dopo qualche minuto, eccola là, come nuova, pronta a sfrecciare verso nuovi lidi. Che mi venga un colpo se questo non è un segno del destino. Ecco cosa dovevo fare: la v-e-t-e-r-i-n-a-r-i-a.  

Trascorsi le medie e quattro anni e mezzo delle superiori nella certezza di aver trovato la mia strada. Fino a quando, alla vigilia della maturità, la mia insegnante di lettere mi disse «La veterinaria? Non scherziamo, ma cosa vai a fare dopo? Non dirmi che ti accontenteresti di curare i gattini! Tu hai una marcetta in più!». La marcetta in più mi costò un’accelerazione verso nuove prospettive universitarie. E fu così che diventai biotecnologa. Sì, quella che fa i pomodori che restano sodi più a lungo, “quella che clona”. Dopo due anni di laboratorio alle prese con funghi, lieviti e batteri e diversi infortuni professionali decisi che quella non era la mia strada. Voglio fare la giornalista scientifica. Voglio diventare come Cecchi Paone! Un master e nove mesi di esperienza lavorativa mi sono bastati per capire una cosa. Non avevo un bel niente da divulgare. Almeno giornalisticamente parlando.

Cambiai lavoro. Diventai responsabile della comunicazione in un noto museo scientifico di Perugia. Noia. Cambiai di nuovo. Ora comunico e organizzo eventi. Eppure sono certa che la strada non è ancora segnata: una nuova idea mi frulla per la mente. La vedo all’orizzonte, mi chiama con la sua voce suadente, le corro incontro con le braccia aperte: voglio diventare una pet-therapist.


Francesca Boella (ottobre 2008)

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L’idiota

Sembrava un perfetto idiota.
All’epoca frequentavo le scuole medie a Bologna e lui insegnava educazione fisica.
Era alto quasi due metri, muscoloso ma senza sfociare nel culturismo, aveva la fissa dello “star bene”, del “sentirsi a posto”.
La cosa davvero delirante è che era l’unico insegnante di ginnastica che te la faceva fare davvero “la ginnastica”.
Aveva negli occhi una luce che detestavo, uno di quei barlumi tra il missionario ed il palpeggiatore da autobus, di quei tipi che amano ciò che fanno; i più pericolosi e inadatti per avere a che fare con i più spietati ed esigenti fra gli esseri umani: i ragazzini.
«Il corpo umano è la più straordinaria delle macchine, e in più è quella dentro cui vi hanno infilato…», diceva mentre ci faceva fare i saltelli di riscaldamento.
All’epoca il mio fisico non era né buono né cattivo, semplicemente “non era”, ero imprigionato in una sorta di sarcofago di carne mediamente rilasciata, che non dava nessun segnale di scaturire da qualche “impalcatura muscolare”.
«Respirate, sentite l’ossigeno entrare…», ci diceva all’aperto a dicembre inoltrato, mentre capivamo che le tute più sono belle e meno riparano dal freddo.
Un giorno, in pieno inverno, entrò nel cortile della scuola una signora in bici, aveva circa 40 anni ed un fazzoletto in testa.
Lo raggiunse alzandosi sui pedali e gli diede una sportina di plastica bianca; parlarono come fratello e sorella, poi lei gli toccò, come a sfotterlo, il bicipite e lo baciò sulla fronte.
Lui sorridendo non si voltò nemmeno per salutarla e guardò dentro alla sportina: c’era un panino con la marmellata ed un succo di frutta Derby alla pera.
Solo allora si voltò per cercarla, ma la signora era già andata via.

Quell’estate, come ogni estate del resto, mi trovavo al mare a Senigallia con i miei, Hotel Diana, lungomare Da Vinci, a dieci metri dalla spiaggia.
Quando facevo il bagno dovevo sempre essere rivolto verso la spiaggia perché i miei volevano vedermi.
Il mare è un posto strano. In città se sei a venti metri da una persona non riesci nemmeno a distinguere i tratti del suo volto.
In mare è diverso.
Ma dentro l’acqua, distante quasi cento metri dalla riva, riuscivo ugualmente a vedere mia madre e mio padre seduti sotto l’ombrellone, a vedere le loro facce.
I loro sguardi, i sorrisi quando li salutavo con l’acqua all’altezza del costume o la faccia truce col dito che faceva “di no” quando mi allontanavo troppo verso il mare.
Perché il mare, fino a un certo punto non è ancora mare; il mare è da dove sei solo in poi.
Quel giorno dall’acqua vidi mia madre smettere di osservarmi ed accanirsi attorno alla manopola della radiolina portatile.
Con lo sguardo di chi sta cadendo corse verso mio padre che stava giocando a bocce con un ingegnere di Milano col quale, per inciso, formavano una coppia imbattibile.
Appena la mamma ebbe finito di parlargli lui si voltò verso di me e mi fece cenno di uscire dall’acqua.
Era il 2 agosto 1980.
Una bomba aveva squarciato, pochi minuti prima, la stazione della mia città, ucciso persone, e  fermato per sempre un orologio.
Eravamo gli unici tre bolognesi nella spiaggia, ci sentivamo strani.
Una sorta di consapevolezza nell’essere l’esempio evidente di come il destino sia un croupier ubriaco; di ciò che può succederti, anche in vacanza, in una mattina di mare. Di come la vita, il tuo indirizzo, non se lo scorda mai.
Pregai per dire “grazie” di non essermi trovato là coi miei; credo che a volte Dio si vergogni di quello che chiediamo quando preghiamo, di come siamo così impegnati a truccare il nostro destino, dal non avere più la forza di riconoscerlo se per caso lo incontriamo.
Magari, invece di dire grazie, potevo chiedere “perché”? Forse avrei sbagliato ancora, ma domandare è il modo più intelligente per ringraziare.
Col costume da bagno ancora addosso andammo nella sala tv dell’albergo nell’attesa del primo telegiornale; avevamo voglia di vedere Bologna, anche in immagini orribili come in effetti fu, ma di vederla, comunque.
Partirono le immagini, non riguardavano solo la facciata esterna della stazione ma anche i dintorni.
Polvere, facce stranite, fretta e operosità era ciò che si vedeva.
C’erano tantissime storie tutte concentrate in un unico quadro, persone che ne cercavano altre, che ne trovavano sotto i mattoni, gente che piangeva, gente che decise di farlo dopo, un uomo seduto in terra, un vigile in lacrime, una vigilessa senza più trucco che sollevava una lamiera.
Una donna dentro una cabina del telefono un poco più lontana, che tentava di chiamare qualcuno, la telefonata più importante della sua vita.
Al ricordo del male, di quelle immagini, è andato affiancandosi, negli anni, uno strano bene, una misteriosa forza di densità umana.
Vidi il beffardo destino che tocca alla morte ogni volta che tenta di spazzare via l’uomo; lo trova vivo. Vivo, nelle mani dei passanti che, sconvolti dal destino di uno sconosciuto che gli sta morendo di fianco e, per questo motivo, saldati a lui o a lei per sempre e da sempre, si chiamarono a masticare il fumo e l’odore dei mattoni di quella maledetta mattina.
Ricordo di aver letto qualche mese fa di una poetessa che si chiama Janet Paisley che ricordava alla madre malata che la morte «potrà abbatterla, ma mai trattenerla».
Questo è ciò che vidi io.
Come se con un altoparlante qualcuno avesse letto quella riga a tutti i presenti in stazione a quell’ora.
Lo schermo della tv era troppo grande per poter vedere tutto, ma siccome il dolore (e i bambini lo cercano incuriositi) riesci a stanarlo se ti fermi sui particolari, la mia attenzione cadde sull’autobus rosso. Lì sopra c’era tutto quello che un uomo è capace di fare.
Morte, mani, vestiti, abbracci, sangue, dolore, salvezza, fretta, seggiolini smontabili, finestrini.
C’erano infermieri, pompieri in canottiera o camicia verde scura, e semplici passanti-volontari che issavano i corpi dei cadaveri o di semplici feriti, attraverso le porte dell’autobus e continuavano a metterci persone sopra.
Qualche autobus partiva, altri no.
Sotto uno di questi vidi il mio professore di educazione fisica; aveva una canottiera bianca, era sporco e sudato, i suoi muscoli erano tiratissimi, sollevava e buttava via mattoni, aiutava i pompieri ad alzare pezzi di vetture distrutte.
Ad un certo punto alzò in braccio una bambina e la allungò alla madre che la abbracciò controllandole il taglio che aveva in testa, mentre le puliva il volto con la mano inumidita di saliva.
Più tardi lo rividi sulla portiera di un autobus mentre freneticamente chiedeva ad alcune persone di spostarsi; aveva tra le braccia una donna di mezza età che era completamente senza faccia, aveva un vestito celeste con margherite bianche.
Un attimo dopo scese dall’autobus e tornò in un istante con una bicicletta insistendo per portarla sull’autobus con lui e la donna.
Quella stessa bicicletta che, tuttora, giurerei di aver già visto fuori dalla mia scuola, durante una mattina d’inverno.
Sopra, c’era una donna innamorata.
Ora, so anche cosa dire al mio insegnante di ginnastica quanto lo incontrerò di nuovo: «…l’ho vista in TV», gli dirò per prima cosa.
Quello stesso pomeriggio, tornato in spiaggia, decisi di non fare il bagno; l’acqua era sporca e gelida.
Il mare sa tutto.

Cristiano Governa (2 agosto 1980)  

Questo è un racconto. Sarà bene ricordarlo. Il racconto di come andò quella mattina di un bambino bolognese lontano da casa. Per rispettare ed omaggiare non solo le vittime, ma anche tutti coloro che quel giorno accorsero in stazione per offrire il proprio aiuto, ho voluto immaginare di aver riconosciuto, intravisto, in tutto questo dolore, una storia d’amore interrotta; così come certamente, tante storie, furono interrotte quel giorno. Ho pensato che immaginare una storia d’amore in una tragedia così fosse il miglior modo per ricordare e parlare di quel giorno, senza sfruttare e quindi offendere quello stesso giorno.

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Spaesata?...Yes, please

Sono letteralmente e fisicamente s-paesata. Una dei tanti, certo, nulla di nuovo. S-paesare è bello, eccitante. È mettersi in gioco, decidere di cambiare angolo visuale e uscire dalla rassicurante quanto soffocante gabbia prospettica unifocale. Il mio s-paesamento è stato graduale: dall’orto di montagna sono passata al giardino floreale della piccola provincia per poi preferire il cortile (interno) di città. Uno spostamento, questo, entro i confini linguistico-culturali della terra natia. Quei confini ora li ho scavalcati atterrando in una metropoli. La Mecca (quanto meno europea) dell’arte contemporanea, del design e del rinnovamento architettonico; la città che fa tendenza, multiculturale e allo stesso tempo conservatrice e classista.

Londra viene scelta come città dove vivere per i motivi più vari. Io, l’ho scelta per l’arte. Ero curiosa di vivere di persona, di vedere con i miei occhi e di sentire con le mie orecchie cosa stava succedendo fuori dal Bel Paese. E mi sono spaesata! Qui l’arte contemporanea è un business serio e non un passatempo per pochi eletti. Ogni persona ha un ruolo specifico nell’organigramma del mondo artistico e se hai la malaugurata intenzione di entrarne a far parte, non basta la buona volontà e la flessibilità tanto osannate in Italia a farti varco. C’è bisogno di idee chiare e concise. La battaglia si combatte democraticamente a colpi di application forms o cover letters; chi dimostra, tra le innumerevoli qualità e qualifiche, le migliori organisational skills può auspicare ad intraprendere una carriera iniziando da esperienze lavorative non retribuite in gallerie d’arte d’eccellenza, i cui nomi risplenderebbero in qualsiasi curriculum vitae in questo settore.

La quantità dell’offerta è tanto incredibile quanto la competizione. Conoscere le persone giuste, di certo, aiuta anche oltre Manica ma le ferree leggi della concorrenza e della professionalità non favoriscono perditempo e incompetenti. Evviva il sistema (apparentemente?) meritocratico! Ma cosa succede quando il merito risulta imprescindibilmente interconnesso alla scala di valori di una data cultura e società? Se sei cresciuto in un Paese restio e spesso incapace di pianificare a lungo termine o se hai studiato in università dove la capacità analitico-critica e le opinioni degli studenti devono spesso e volentieri conformarsi ai dettami dei docenti, è profondamente destabilizzante confrontarsi con persone che valutano proprio la tua capacità di progettazione e la tua libertà di espressione. Rimettersi in gioco e cercare di adottare una nuova ottica sembrano l’unico rimedio. Per familiarizzare con l’ambiente mi immergo nella poliedrica proposta artistico-culturale che la città offre, raffinando le mie prioritising skills nello scegliere quale mostra visitare, a quale conferenza partecipare o persino che tipologia di spazio espositivo prediligere. Godo di quei micro-spaesamenti che l’arte procura come quando, camminando in una “gabbia” di vetro riempita di vapore e luce al neon, ho perso completamente ogni punto di riferimento (Antony Gormley, Blind light, 2007) o quando un semplice tavolo all’apparenza sporco e macchiato di pittura si è rivelato, ad uno sguardo più attento, preziosamente decorato da madreperla (Susan Collis, Why we dream, 2007). E nonostante le certezze vacillino sempre più, confido nel potere rigenerante di ogni spaesamento, innescatore di ricerca e di crescita.

Elena Zardini (giugno 2008)

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1. Spaesata? ...Yes please di Elena Zardini

 

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