
Azar Nafisi, Le cose che non ho detto
«Fa parte della cultura iraniana non rivelare le faccende private - non si lavano i panni sporchi in pubblico, avrebbe detto mia madre; inoltre, spesso sono banali e non vale la pena di scriverne.
Io non credo che si debba rimanere zitti, perché, in un modo o nell’altro, ci raccontiamo attraverso le persone che diventiamo».
Innamorasi a Teheran, andare alle feste a Teheran, guardare i Fratelli Marx a Teheran, leggere Lolita a Teheran: così iniziava una lista di cose segrete che Azar Nafisi aveva stilato nel suo diario e che si rimproverava di aver taciuto a tutti. A svariati anni di distanza, ha deciso di raccontarle in questo libro, che è prima di tutto un ritratto del padre, sindaco di Teheran all’epoca dello Scià, intellettuale e donnaiolo, e della madre, fra le prime donne entrate al Parlamento iraniano, insoddisfatta e dispotica, legata al ricordo lontano e mitizzato del primo marito defunto.
Il libro è la storia dei tradimenti di lui, del mondo fantastico in cui lei a poco a poco trasforma la realtà insopportabile che la circonda, e della dolorosa connivenza dell’autrice con il padre. Ma è anche, e soprattutto, la rivelazione di come a volte le dittature sembrino riprodurre i silenzi, i ricatti, le doppie verità su cui si regge il più piccolo sistema della famiglia.
«Molto prima di scoprire cosa significhi per le vittime diventare complici dei crimini commessi dallo Stato, io avevo già conosciuto, in una sfera molto più personale, la vergogna della complicità. In un certo senso questo libro è la risposta al censore che è in me».
Un libro di memorie private sullo sfondo della travagliata storia dell’Iran.
Eva Lorenzoni (luglio-agosto 2010)

Norman Rush, Accoppiamenti
Ci sono voluti quasi vent’anni perché questo bellissimo romanzo (che quando uscì negli Stati Uniti vinse il prestigioso National Book Award) arrivasse anche in Italia. Accoppiamenti è un romanzo fiume, oltre 500 pagine fitte di azione, digressioni ed astrazioni. Un libro colto, di grande spessore ideologico, politico e sociale, scritto con un lessico ricercato e seducente; una profonda e disarmante riflessione sulla natura dell'amore, dell'erotismo e del desiderio.
La voce narrante del romanzo è una giovane antropologa americana, trasferitasi da poco in Africa, nel Botswana, in crisi con la stesura della tesi di dottorato e decisa a ritrovare se stessa attraverso la riscoperta del sesso. Tra un incontro e l’altro, si imbatte nell’intellettuale Nelson Denoon, ideatore e fondatore del villaggio utopico di Tsau, in cui le donne sono in maggioranza e regnano sui pochi uomini. Con lui inizia un rapporto di intensa passione erotica che non coinvolge solamente il corpo, ma anche e soprattutto la mente.
La relazione si configura, in primo luogo, come una vera e propria sfida intellettuale: gli incontri fra i due protagonisti sono costantemente accompagnati dalla condivisione di conoscenze e letture comuni, gli argomenti delle loro conversazioni spaziano dalla politica al’antropologia, dalla sociologia alla letteratura alla filosofia. Come affermato dallo stesso Rush, l’intento è quello di sottolineare l’importanza del contenuto intellettuale in un rapporto amoroso.
Accoppiamenti è anche una celebrazione delle utopie universali, riflesse non solo nelle leggi imposte nella città di Tsau, che mirano ad una condizione ideale di progresso, uguaglianza ed efficienza, ma anche nel rapporto di coppia tra uomo e donna e nell’affermazione di alcuni principi fondamentali introdotti dal femminismo. Ed è interessante che, sebbene altri grandi scrittori abbiano saputo esprimere in modo convincente i desideri dei propri personaggi femminili (James, Flaubert, Tolstoj per citarne alcuni), Norman Rush sia forse il primo che ha avuto il coraggio di identificarsi con la propria eroina, scrivendo la storia in prima persona.
Eva Lorenzoni (maggio-giugno 2010)

L’eleganza del riccio
Fatevi una sola amica, ma sceglietela con cura
L’eleganza del riccio è uno di quei romanzi che ti entra dentro solo se è già in te. Unanimemente considerato tra le rilevazioni editoriali degli ultimi anni, l’opera di Muriel Barbery potrà risultare per molti una lettura faticosa, a tratti sfiancante. Tanti gli uomini che l’hanno abbandonata strada facendo, altrettante le donne che l’hanno terminata solo per rispetto dell’illuminante prima parte. In realtà, è proprio il finale, di quelli che non potrebbero essere altrimenti, a consegnare all’intero manoscritto un giudizio da 10 e lode. Il massimo dei voti anche al registro usato, forbito ma accessibile come lo erano le teorie dei migliori fra i filosofi classici.
La storia è tutta costruita intorno a due personaggi, a cui l’autrice dedica interi capitoli non comunicanti scritti in prima persona: Madame Renée Michel, la portinaia di un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia parigina e Paloma Josse, una dodicenne figlia di un ministro della repubblica residente in quello stesso immobile. Trait d’union fra le protagoniste, che si completeranno a vicenda quasi fossero due anime gemelle, è monsieur Kakuro Ozu, aristocratico giapponese amante di Tolstoj e del buon cinema.
Di fatto Renée è la personificazione del titolo scelto da Barbery: fuori protetta da aculei, dentro semplice e raffinata come i ricci, che sono animali «fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti».
L’obiettivo della sua vita è chiaro: essere lasciata in pace. Perché la compagnia degli altri non è né obbligatoria né necessaria. Per evitare rapporti con gli esseri umani e, soprattutto, la loro necessità di spiegazioni risulta allora più facile ostentare ignoranza, goffaggine e una televisione sempre accesa a dispetto di una profonda cultura, figlia non tanto dello studio ma di quella curiosità tipica delle persone erudite. Anche la piccola Paloma, che cresce sottolineando la sua lontananza dal modo di vivere della sorella maggiore, è una che, potendo scegliere, preferisce la solitudine. Il suo unico desiderio è annotare pensieri profondi su un diario in attesa del giorno del suo tredicesimo compleanno in cui, come da programmi, potrà suicidarsi e punire i genitori consumati dalla mediocrità.
Saggiamente rivoluzionarie, Renée e Paloma sono in fondo un unico personaggio in cui il lettore predisposto e abituato a guardare oltre le apparenze finirà con l’immedesimarsi. Parola dopo parola, frase dopo frase, riga dopo riga.
Alessandra Testa (maggio-giugno 2010)
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Riusciamo mai a conoscere le persone con cui viviamo?
E il mio cuore trasparente, di Véronique Ovaldée Profumo di ghiaccio, di Yoko Ogawa e sono due romanzi che prendone le mosse da situazioni simili: la morte del proprio compagno/a, che dà l’avvio ad un’indagine e ad un viaggio a ritroso nel tempo, per ricomporre le tessere di un enigma misterioso.
In Profumo di ghiaccio Ryoko, una giovane giornalista, vuole scoprire le ragioni del suicidio del suo compagno Hiroyuki. L’uomo, dotato di un’incomparabile memoria olfattiva, lavorava in un laboratorio di profumi. Gli unici indizi da cui partire sono alcune frasi enigmatiche e l'ultimo profumo, "Fonte del ricordo", creato appositamente per lei. Partendo dalla casa natale del ragazzo fino ad arrivare a Praga, Ryoko cerca di capire perché Hiroyuki le abbia nascosto la verità e non le abbia mai rivelato il suo passato vero passato.
In E il mio cuore trasparente Lancelot, uomo mite e un po' passivo, rimane improvvisamente vedovo. Irina, la bellissima e adorata moglie, viene misteriosamente ritrovata morta in una gelida notte d'inverno. La sua scomparsa fa affiorare poco a poco una serie di segreti che la riguardano. Suo malgrado, Lancelot porterà fino in fondo l'indagine sulla moglie, che vede coinvolti uomini dalle identità ambigue, donne dall'aspetto stravagante e gruppi di ecologisti militanti.
Utilizzando l’una un lessico pulito ed elegante e l’altra uno stile poetico e incalzante, Yoko Ogawa e Véronique Ovaldé costruiscono due piacevoli romanzi che, nel descrivere l’illusorietà dei sentimenti umani, riflettono la difficoltà di trovare le corrispondenze tra due ritratti: quello che la memoria degli altri gradualmente restituisce e quello che affiora dai propri ricordi personali.
Eva Lorenzoni (maggio-giugno 2010)
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Cinzia-gate
E se avesse ragione Filippo Berselli? “Il vaso di Pandora è stato scoperchiato”.
Una semplice frase pronunciata (con livore) da Alfredo Cazzola a una settimana dal ballottaggio: “Porgo i saluti della signora Cinzia, la sua compagna, che ha tantissimo da dire in termini di moralità del signor Flavio Delbono”. Poi le accuse si susseguono. Un’escalation da giugno 2009 a gennaio 2010: un’inchiesta aperta contro ignoti, la richiesta di archiviazione delle indagini, il “no” del gip e i giochi che si riaprono.
Seriamente questa volta.
Inizia il Cinzia-gate. I reati? Peculato, abuso d’ufficio, truffa aggravata e “tentata induzione a rendere dichiarazioni mendaci, o a non renderle, davanti all’autorità giudiziaria”.
Il 28 gennaio 2010, alle 16.16, al termine della votazione del bilancio, il sindaco prende la parola in consiglio comunale e annuncia: “In base al comma 3 dell'articolo 53 del Testo unico degli enti locali, rassegno le mie dimissioni dalla carica di sindaco di Bologna”.
Dopo sette mesi dalla vittoria al ballottaggio il sindaco Flavio Delbono si dimette e la città viene commissariata in attesa di nuove elezioni. Non era mai accaduto.
Il Cinzia-gate potrebbe non fermarsi qui. Dalla vicenda emergono particolari intrecci che hanno posto alla Procura di Bologna vari punti interrogativi. Al vaglio il contratto di Cup 2000 con la società “Connex Card Technologies” per il “Progetto Sole”, dell’amico di Delbono, Mirko Divani. Tutto questo potrebbe essere solo l’inizio di un’indagine sulla società che opera nel campo della sanità. Del resto il direttore di Cup 2000, Mauro Moruzzi, ha passato una giornata in Procura: sette ore di interrogatorio. La Digos, oltre ad aver fatto visita al Cup 2000 si è anche recata più volte in Regione. Sotto la lente di ingrandimento le carte di credito degli assessori, viaggi e missioni. Il Cinzia-gate potrebbe dunque varcare i confini di Palazzo d’Accursio per entrare dalla porta principale di Cup 2000 e della Regione Emilia-Romagna. Se di vaso di Pandora si tratterà, nei prossimi mesi un terremoto politico-amministrativo potrebbe investire tutto il territorio emiliano-romagnolo.
I protagonisti della vicenda
Tutto ebbe inizio il 15 giugno scorso al faccia a faccia fra Flavio Delbono e Alfredo Cazzola a Radio Città del Capo. L’allora candidato civico, sostenuto da Pdl e Lega Nord, solleva la “questione morale”. Ma si tratta di molto di più. Da un lato c’è Cazzola, il grande accusatore, dall’altro Cinzia Cracchi, ex fidanzata di Delbono, già segretaria in Comune e in Regione (che verrà indagata assieme a Delbono per peculato e abuso d’ufficio). Nel Cinzia-gate vengono coinvolte altre persone, come Mirko Divani (per la vicenda del bancomat consegnato da Delbono a Cracchi); emerge un affare di Delbono con Riccardo Stagni - missino e già dirigente di An - in Bulgaria, e spunta il ruolo di mediatrice di Luisa Lazzaroni - poi diventata assessore comunale al welfare - tra Delbono e Cracchi dall’inizio della vicenda al suo epilogo.
Cristiano Zecchi (marzo 2010)
Incipit tratto dall’instant book Cinzia gate - Scandalo a Palazzo: il caso Delbono
Febbraio 2010, Minerva Edizioni (per i tipi della Li.Pe)
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Water trips
Cercare di scoprire da dove arriva l’acqua che beviamo, con cui ci laviamo o che usiamo per tirare lo sciacquone del wc. Tutti lo sanno, immagino. Ma non è così. Leggendo Water trips quello che sembrava ovvio diventa meno certo, mentre una serie di informazioni inaspettate ci aiutano a capire come le tubature, i canali e i depuratori siano luoghi affascinati e pieni di imprevisti. Un’avventura che scorre veloce (anche se a tratti ci inquieta) e che fa sorridere su certi riti domestici totalmente assurdi e consolidati.
Una guida per capire dove cercare e a chi domandare, per decidere con più consapevolezza se il nostro bicchiere d’acqua è mezzo pieno o mezzo vuoto. Indispensabile in questo momento in cui certe privatizzazioni di servizi possono cambiare gli equilibri “idro-economici” a cui siamo abituati.
Lorenzo Monaco, Water trips - Itinerari acquatici ai tempi della crisi idrica, 2009, Milano, Ed. Springer (i blu - pagine di scienza) www.tecnoscienza.it
Elisa Schiavina (febbraio 2010)
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Brothers
(Usa, 2009 Jim Sheridan, 108 minuti)
Era tornato in Afghanistan per regalare la cucina nuova a sua moglie, Sam.
Figlio di un reduce del Vietnam, era il figlio di cui esser fieri. Responsabile, affidabile. Tutto il contrario di Tommy, il minore, quello scapestrato. Appena uscito di prigione, Tommy torna a casa poco prima della partenza del fratello ed è lì quando l’esercito americano, forse avventatamente, lo dà per morto.
Si trasforma nella spalla su cui appoggiarsi di una giovane donna, la bellissima Natalie Portman, bambina prodigio in Léon di Luc Besson negli anni Novanta. Fra i due - lui è Jake Gyllenhaal, incisivo quasi come in Brokeback Mountain di Ang Lee - nasce un forte ma rispettoso sentimento che, sul più bello, scatenerà l’ira degli dei. Un’ira esasperata anche dall’adorazione che le bambine hanno per lo zio, così indifeso, così complessato, così figliol prodigo proprio come una delle due.
La produzione di Brothers è americana, ma il tratto irlandese del regista Jim Sheridan lascia il segno. Nessun alibi, nessun Patriot Act a legittimare la presenza a stelle e strisce in terra mediorientale in nome di una difesa al terrorismo quasi mai ostentata, nessuno sguardo penoso sulla cattiveria della guerra.
La guerra è guerra e i ragazzi hanno paura. Sam, ma anche l’afghano, ancora bambino, che si aggira nervoso sulla scena più dura del film, è terrorizzato.
L’impatto è forte, la psicologia interpretativa forse ancora un po’ troppo a favore dei padroni del mondo.
Perché uccidere un proprio connazionale, uno solo, provoca la dannazione e la strage di uomini del fronte nemico un mero sguardo amaro sul mondo?
Ecco, questo è forse il grande limite. Non della pellicola, ma nella mente di chi propone e di chi guarda.
Parallelismo: doverosa la visione di Non desiderare la donna d’altri della danese Susan Bier di cui il film è la “traduzione” d’oltreoceano.
Alessandra Testa (febbraio 2010)
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Da aspettando Godot… qualcosa di diverso
Dal 24 al 29 novembre si è svolto all’Arena del Sole di Bologna Diversamente, festival che ha portato in scena alcuni spettacoli prodotti dai Dipartimenti di Salute Mentale dell’Emilia-Romagna e da gruppi e associazioni impegnati da anni sul territorio nazionale nel lavoro con soggetti svantaggiati o emarginati.
All’interno di questo festival, è andato in scena lo spettacolo Da aspettando Godot… qualcosa di diverso, nato dall’esperienza pluriennale del laboratorio teatrale di Lucia Vasini con gli ospiti e gli operatori dei Centri Diurni e delle Comunità dell’Unità di Riabilitazione del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Azienda Ausl di Piacenza.
Se Da aspettando Godot di Samuel Beckett rappresenta forse il testo più emblematico del Teatro dell’Assurdo, mettendo in scena tutto il non senso della vita dell’uomo e l’impossibilità di trovare uno scopo all’esistenza, l’originalità della rivisitazione diretta da Lucia Vasini consiste non solo nel ricordarci l’importanza del teatro come strumento di riabilitazione e socializzazione, ma è data soprattutto dall’interpretazione di Ivo e Rino, perfetti nel recitare la parte tragicomica dei due protagonisti immersi in una snervante e delirante attesa. Altrettanto convincente è la performance di Luana, Marco, Giorgio, Eloisa, Lucia, Matteo e Domenico, ospiti del Centro di Salute Mentale dell’Ausl di Piacenza. I “fuori programma” e l’intervento del suggeritore - che da dietro le quinte interviene sfacciatamente per suggerire le battute allo smemorato di turno - sono fra gli ingredienti che maggiormente contribuiscono all’unicità e alla comicità di questo spettacolo.
Chi non avesse occasione di assistere alle repliche di Da aspettando Godot… qualcosa di diverso (il 5 dicembre al Teatro della Rocca di Novellara, RE e il 17 dicembre al Teatro Comunale di Conselice, RA), è ancora in tempo per seguire i prossimi incontri di MoviMenti - Teatro e salute mentale, il progetto di cui il festival DiversaMente costituisce solo una tappa, che fino al 14 gennaio porterà in tredici teatri dell’Emilia-Romagna cinque spettacoli realizzati da attori professionisti e attori utenti dei servizi di salute mentale.
Maggiori informazione su www.teatralmente.it
Eva Lorenzoni (dicembre 2009-gennaio 2010)
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Benedetta Tobagi ri-scopre il padre Walter
«Non ho voluto farmi accecare dall’amore filiale, perciò ho riletto attentamente articoli e documenti per essere in grado di decidere se potevo credergli o no. Dopo, ho sentito con particolare urgenza la necessità di rimuovere vecchie etichette e incrostazioni, per ricostruire, pregi e difetti, i lineamenti originali della sua attività sindacale e la progressione della sua carriera. Lo sentivo come un risarcimento dovuto alla sua memoria, perché so quanto gli stesse a cuore. Come sindacalista e come professionista, non fu mai guidato da una logica d’appartenenza politica. Papà è stato colpito dal terrorismo per il modo in cui svolgeva la sua attività professionale, non per la sua vicinanza al Psi».
Benedetta Tobagi è una ragazza del 1977. Aveva tre anni quando ammazzarono suo padre. Lo vide riverso a terra quel 28 maggio 1980. Di Walter Tobagi non ha ricordi, ma lo spirito autonomo sicuramente sì.
«Cattolico lo era senz’altro, e pure praticante - ricorda nel romanzo -, ma per evitare fraintendimenti è bene precisare che, persino quando scriveva sul quotidiano cattolico Avvenire, tra il 1969 e il ’72, nei suoi articoli non vi era nulla di confessionale. Il cattolicesimo per lui fu sempre circoscritto a una dimensione intima, apparteneva al vissuto e alle motivazioni personali: nell’esercizio della professione fu sempre rigorosamente laico».
Come mi batte forte il tuo cuore - Storia di mio padre è un lucido esempio di giornalismo. Buon giornalismo. Di suo padre si disse che era “un cronista buono”. Lo era. Così come era un ottimo giornalista, di quelli che per spiegare i perché si limitano a mostrare. E lo fanno attraverso accurata ricerca, entrando nella realtà ma senza interpretarla.
Show, don’t tell è la regola d’oro del giornalismo anglosassone.
Allo stesso modo, la figlia ricostruisce il genitore che non ha avuto, spogliandolo dei cliché che ancora avvolgono la sua memoria e rendendolo umano. Né martire né eroe.
Fra le pagine si annidano i pilastri di un mestiere duro e i difetti di un ambiente spesso malvagio. E, naturalmente, la politica che allora «era una cosa terribilmente seria, le etichette e le logiche di appartenenza prevalevano spesso sulla sostanza delle persone».
«Mamma ha odiato l’ambiente giornalistico - prosegue Tobagi figlia -, specialmente il Corriere. Vedeva il giornale solo come uno strumento di potere e la redazione come un ricettacolo di rancori, gelosie e lotte intestine sotto lo smalto del prestigio. Papà le faceva trovare i suoi articoli dattiloscritti in cucina prima dell’uscita del quotidiano, perché sapeva che lei non amava leggerli una volta pubblicati. Mamma faticava a capire come suo marito potesse sentirsi più vivo e stimolato in redazione piuttosto che altrove e perché non piantasse tutto per dedicarsi all’attività accademica».
E poi la religione. Quella che da sola non può bastare. Prega, le diceva sua madre, vedrai che ti darà la forza. «Ho provato a crederci con tutto il cuore, ma il Cielo era muto - è l’esperienza della giovane -. Allora ho cominciato a pensare che fosse anche vuoto. Il Padre celeste non mi era di nessun conforto»...
E ancora: «l’uso del termine “pentito” anziché collaboratore di giustizia pare un retaggio dell’onnipervasiva cultura cattolica nostrana».
Infine, lo studio di Tobagi, carico di carte e appunti fino al soffitto.
«Quanti libri accumulati che non ha avuto tempo di leggere», commenta con amarezza la figlia.
Un romanzo disarmato e forte che fotografa un pezzo d’Italia. Dalla Zanzara alle lotte studentesche del Sessantotto, di cui Tobagi «condivideva i presupposti ma respingeva le intemperanze».
Dagli anni di piombo ad oggi passando per la P2, lo Ior e il mai morto consociativismo.
Dalla famiglia che fu a quella che avrebbe potuto essere.
Un libro in cui Benedetta Tobagi riesce a sostituire il diritto all’odio con la comprensione dei fatti.
A tratti inquietante. Da leggere, assolutamente.
Alessandra Testa (dicembre 2009-gennaio 2010)

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Il razzismo è una brutta storia
Un racconto dietro l’altro per immergersi nei pensieri di “altri” uomini ed entrare dentro storie personali.
La vita trasforma gli esseri umani in cose e riduce il conflitto sociale ad uno scontro diretto con il vicino “diverso”.
Sopravvivere e maltrattare, credere di essere vittime “giuste” e non esitare nel giudizio (sentenza) verso chi consideriamo non adeguato.
Non si ride se non con amarezza, in un’atmosfera di lucida confidenza che sviscera le debolezze e che mette a nudo la stupida facilità dello scivolare nel razzismo.
L’accompagnamento è intimo e il coinvolgimento è totale. È come se le storie uscissero dalla propria mente, parole silenziose di un flusso di coscienza incalzato dalla voce narrante, un Ascanio Celestini che non riesce a deludere, in perfetta sintonia con la chitarra di Matteo D’Agostino.
«Quando l’Arci mi ha chiesto di partecipare a questo progetto contro il razzismo ho risposto che l’avrei fatto volentieri, ma che non sarei riuscito a scrivere un nuovo spettacolo. Mi hanno detto che le avevano già sentite alcune storie mie sul razzismo, che potevo ripartire da quelle. Così ho fatto. Ho ripescato in un repertorio fatto di racconti detti fuori dai miei spettacoli. Racconti scritti in fretta dopo l’incendio di un campo nomadi, dopo il naufragio di una barca di emigranti in fuga o dopo la dichiarazione folle e calcolata di qualche politico. Intorno a questi frammenti ne ho messi altri e ho cucito una serie di storie vecchie e nuove alle quali se ne aggiungeranno altre nel corso della breve tournée».
(Ascanio Celestini)
Racconti di Ascanio Celestini, musiche di Matteo D’Agostino, suono di Andrea Pesce
www.ascaniocelestini.it
Elisa Schiavina (dicembre 2009-gennaio 2010)

Acqueforti, Nik Comoglio. Sembra di essere a teatro, immersi in un’opera lirica. Invece sì è a casa o al lavoro con le cuffiette alle orecchie. Ad un certo punto, mentre l’ascolto si era abituato al jazz, spunta il Mistero Buffo di Dario Fo e appare subito evidente che non ci sono generi più alti di altri. Il classico e il moderno, il lirismo e la prosa possono anche fare amicizia. E la fanno in Acqueforti, dove il compositore torinese Nik Comoglio, che nel 2007 aveva stupito con Anime di legno ispirato a Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, gioca con le note.
Protagonista di Acqueforti è l’Orchestra Filarmonica di Torino diretta dal maestro Luciano Condina.
Si comincia con il trio da camera con violino, violoncello e pianoforte che esegue Cedrus Libani e si prosegue con i tre movimenti per violoncello e orchestra Primavera dei Tirreni, La Roue de Fortune e Canto della Natura. Poi il superlativo Maria alla Croce tratto dall’opera di Fo con soprano e tre voci recitanti. Gran finale con Gabriel, aria per violoncello solo.
Vivamente consigliato a chi cerca la calma e la serenità, anche se calato in situazioni di enorme stress.
A vincere, e confortare, è la capacità della musica di essere fuori dagli schemi. E la nostra libertà di rifugiarci, seppur per la durata di un cd, in un altrove in fondo neanche tanto lontano.
Alessandra Testa (novembre 2009)
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Middlesex
Per il mese che si è aperto con Gender Bender, il Festival bolognese arrivato alla sua settima edizione (4-9 novembre 2009), il testo che ci pare utile consigliare è ormai un cult: Middlesex di Jeffrey Eugenides.
Per chi non l’ha ancora letto è arrivato il momento di farlo.
La storia si può riassumere nella scoperta da parte di una ragazzina di essere un ermafrodito, il tutto narrato attraverso intrecci familiari che ripercorrono tre generazioni, cresciute tra drammi epocali e microdrammi privati. Un’infanzia come le altre, un’eredità come tante che diventa un po’ più ambigua e complicata, permettono una immedesimazione delicata, che aiuta a capire un passaggio sconvolgente e radicale come quello da un genere all’altro, meglio dire, in questo caso, da un sesso all’altro. Una narrazione divertente e intensa che si presenta con uno spirito lucido e positivo, a tratti ironico.
Alcuni capitoli relativi al passato potevano essere ridotti anche se, grazie a questi, emergono spaccati storici e culturali, con perle di saggezza e superstizione, indimenticabili. Più misterioso, invece, rimane il presente vissuto dal protagonista, che emerge quasi totalmente da indizi. L’insieme risulta empatico e coinvolgente.
Una lettura da consigliare, di questi tempi, al posto del Vangelo nell’ora di religione.
Elisa Schiavina (novembre 2009)
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Il grande incubo
Se non lo andrete a vedere, Il grande sogno di Michele Placido, probabilmente non vi sarete persi niente. Uno, perché chi c’era il ’68 se lo ricorderà un po’ diverso anche se lo sorprenderete commosso a canticchiare le canzoni o gli slogan di allora. Due, perché chi per motivi anagrafici non ha vissuto quegli anni se ne farà un’idea incompleta. Tre, perché il film, nonostante gli ideali che vuole rappresentare, risulta un po’ borghese, esattamente come è diventata la maggioranza dei rivoluzionari di allora. O come, probabilmente, era già senza saperlo.
Essere borghesi non è una colpa, ma lo è farsi passare per rivoluzionari a tutti i costi. Soprattutto quando non lo si è più. Il fastidio, forse, dipende non tanto dal film, che in fondo ha il merito di fotografare il fil rouge esistente fra le contestazioni e la repressione di ieri e le contestazioni e la repressione di oggi, ma per l’inevitabile depressione provocata dalla sua visione. Quell’alzare le mani e constatare: «Vabbè, volevano cambiare il mondo e, invece, hanno fondato il Pd». Sarà una forzatura, perché la vita è anche cambiare pelle, ma vuole essere soprattutto una provocazione perché tornando a casa il pensiero insistente era uno solo: se devo, prima o poi, allinearmi allo status quo, al pensiero dominante, allora ditemelo subito che smetto di fare la guerra. Ora.
La storia nella storia, invece, quella squisitamente autobiografica perché riguardante la vita di Placido è degna di essere raccontata. E dà un senso anche alle scelte che l’attore-regista ha fatto nella sua lunga carriera, da La Piovra a Un eroe borghese passando per Romanzo criminale.
Alessandra Testa (ottobre 2009)
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Waiting for Japan
Preparando il mio prossimo viaggio nel paese del Sol Levante mi sono ricordata del consiglio dato in questa stessa rubrica al termine della scorsa estate dalla socia arancione e mi sono dedicata alle opere “giapponesi” di Amélie Nothomb: Stupore e tremori e Né di Eva né di Adamo.
Entrambi ricchi di humour, i due libri sono incentrati sul senso di non appartenenza ad una cultura predefinita.
Stupore e tremori mette in luce i rapporti di gerarchia negli ambienti di lavoro. Gli stupori sono quelli dell’entrare in contatto con una società che a noi appare schizofrenica, dove il sudore è un peccato capitale e il suicidio l’atto più onorevole che si possa scegliere:
«Non c'è niente di più vergognoso del sudore. Se mangi a quattro palmenti un bel piatto di fettuccine, se ti abbandoni alla rabbia del sesso, se passi l'inverno a dormicchiare vicino al camino, suderai. E nessuno avrà più dubbi sulla tua volgarità. Tra il suicidio e la traspirazione non esitare. Versare il proprio sangue è ammirevole quanto e immondo versare il proprio sudore. Se ti darai la morte, non suderai mai più e la tua angoscia sarà finita per sempre».
I tremori sono quelli provocati dalla descrizione del ruolo della donna in tale società:
«No, se bisogna ammirare la Giapponese (e bisogna farlo) è perché non si suicida. La cospirazione contro il suo ideale comincia in tenerissima età. Le ingessano il cervello: "Se a venticinque anni non sei ancora sposata, hai di che vergognarti", "se ridi, non sei fine", "se il tuo viso esprime un sentimento, sei volgare", "se menzioni l'esistenza di un pelo sul tuo corpo, sei immonda", "se un ragazzo ti bacia sulla guancia in pubblico, sei una puttana", "se mangi con piacere, sei una scrofa", "se provi piacere a dormire, sei una vacca". Precetti del genere sarebbero ridicoli se non ti si conficcassero dentro».
Né di Eva né di Adamo è più poetico, incentrato su una storia d’amore - quella per il giovane Rinri, ma soprattutto quella per il suo paese - e sulla scoperta graduale dell’altro, scoperta a cui si accompagna l’esplorazione di un mondo di odori, di sapori, di gusti, di gesti, di abitudini, di tradizioni da imparare e da decifrare. Un mondo che io stessa non vedo l’ora di esplorare.
Eva Lorenzoni (settembre 2009)
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Fortapàsc
«Questo non è un paese per giornalisti-giornalisti, questo è un paese per giornalisti-impiegati», sentenzia senza troppa amarezza il caporedattore Sasà, nella vita Ernesto Mahieux.
Giancarlo Siani, ucciso sotto casa per aver troppo osato con i suoi articoli, era un precario de Il Mattino di Napoli di appena 26 anni. Un abusivo, come si dice nell’ambiente delle redazioni.
Il praticantato se lo era meritato dopo cinque anni di gavetta, ma quando morì doveva ancora cominciarlo.
Fortapàsc, la pellicola di Marco Risi passata rapidissimamente sul grande schermo e oggi già prodotto di cassetta, non è un film sulla camorra. Né un capolavoro della settima arte. È un film che riflette su una professione che, se non fosse in caduta libera, sarebbe indispensabile per il suo alto valore civile. Essere giornalisti-giornalisti, però, non è la stessa cosa dappertutto. In certe città consumare le scarpette non fa rischiare la vita; al massimo regala antipatie, porte sbattute sul muso, smorfie di dissenso. Fa ritardare il momento dell’assunzione, subire un po’ di mobbing o meritare frasi di benvenuto del tipo: «Ecco, è arrivato il rompicoglioni», ma la morte, beh quella, proprio no.
Anche per questo, in quelle città, non provarci nemmeno ad essere giornalisti-giornalisti è quantomeno compromissorio.
Consigliato solo ai masochisti del mestiere. Chi non è solito ad esami di coscienza, scelga un altro titolo.
Alessandra Testa (settembre 2009)
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Le inchieste di Petra e Fermín
- Benvenuti nel mondo dei vip! Hai dei vestiti da sera, Petra?
La sera mi metto in pigiama
Ogni estate sotto l’ombrellone il bisogno di relax e di svuotare la mente mi spinge a dedicarmi alla letteratura gialla e noir. Dopo essere stata contagiata dalla passione per la trilogia di Stieg Larsson, temevo di non riuscire a trovare una lettura altrettanto coinvolgente, ma un’amica mi ha consigliato le storie di Petra Delicado, ispettrice della polizia spagnola, protagonista insieme al suo vice Fermín Garzón dei racconti di Alicia Giménez Bartlett (tutti editi da Sellerio).
Petra è una donna sarcastica e scontrosa, ma allo stesso tempo idealista e combattiva. Femminista, progressista e anticonformista, si è lasciata alla spalle due divorzi e una brillante carriera da avvocato.
Il viceispettore Fermín Garzón, panciuto, sentimentale e tradizionalista, sembra quasi la sua antitesi. L’umorismo e l’ironia dei loro dialoghi sono il motore di tutte le storie e trasformano in commedia il poliziesco. Le riflessioni filosofiche di Petra sulla vita, le relazioni amorose, la solitudine e l’amicizia contribuiscono a dipingere dei quadri vivissimi di vita quotidiana.
Deliziata da Tre indagini di Petra Delicado, che racchiude i primi tre romanzi della serie, sono corsa in biblioteca a cercare Morti di carta e Serpenti nel Paradiso. Mi riservo i successivi per l’autunno, con la certezza di non andare incontro a delusioni.
Eva Lorenzoni (settembre 2009)
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E-state sui libri
Spaesamenti torna a settembre (come Rock Hudson nell’omonimo film), ma non si dimentica di voi. E così in attesa di nuovi spunti spaesati, vi dà qualche consiglio di lettura e visione (in dvd).
I romanzi per chi divora pagine e pagine:
American Psycho
Bret Easton Ellis, Einaudi
Anthem (Antifona)
Any Rand, Liberilibri
Ci salveranno gli ingenui
Massimo Gramellini, Longanesi
Fahrenheit 451
Ray Bradbury, Mondadori
(e l’omonimo film di François Truffaut)
Il catechista
Cristiano Governa, Aliberti Editore
Io c'ero
Enzo Biagi, Rizzoli
Italiani, per esempio
L’Italia vista dai bambini immigrati
Giuseppe Caliceti, Feltrinelli
La paga dei padroni
Gianni Dragoni e Gianni Meletti, Chiarelettere
La strada
Cormac MacCarthy, Einaudi
Millennium (trilogia)
Stieg Larsson, Marsilio
1) Uomini che odiano le donne
2) La ragazza che giocava con il fuoco
3) La regina dei castelli di carta
Let it be
Paolo Grugni, Alacran Edizioni
l’autore è appena uscito con Aiutami, Barbera Editore
Lo spazio bianco
Valeria Parrella, Einaudi
Tolleranza zero
Irvine Welsh
Furore
John Steinbeck
Antologie, per chi preferisce i racconti brevi:
Giovani cosmetici
Autori vari, Sartorio
La legge dei figli
Autori vari, Meridiano Zero
Poesie:
Giovinezza... Addio
Diario di fine '900 in versi
Claudio Sottocornola, Claude Productions
Pacchetto all inclusive, libro e dvd:
La pecora nera
Ascanio Celestini, Einaudi
Cinque allegri ragazzi morti
(volume 1, 2, 3 in arrivo)
Davide Toffolo, Coconino Press
Dvd:
Appuntamento a Belleville (animazione)
Sylvain Chomet
Il labirinto del fauno (fantasy)
Guillermo Del Toro
Mi fido di te (commedia)

L’amore nascosto
Una mamma in disparte, mentre il resto della famiglia festeggia il nuovo nato. Se ne vedono in continuazione scene del genere nelle cliniche o nei reparti maternità degli ospedali.
Eppure normalità vuole che l’amore di una madre per il proprio bambino sia insuperabile, la punta massima di quello che sia possibile provare. Non sempre è così, o meglio non sempre quell’amore è in grado di manifestarsi. Succede a volte che resti celato, sotto pelle.
Ne L’amore nascosto di Alessandro Capone, nelle sale in questi giorni con una magnifica Isabelle Huppert, si cerca di raccontare senza buonismo cosa capita nella testa di una donna quando ciò accade. Tratto dal romanzo Madre e Ossa di Danielle Girard, la vicenda si svolge all’interno di una clinica psichiatrica, ma potrebbe tranquillamente svolgersi, senza le estremizzazioni del caso, in una casa qualunque.
Nel suo rapporto con la piccola Sophie (Mélanie Laurent), Danielle è scostante, indifferente. Ma non cattiva. Ricorda in qualche modo la egoista Faye Dunaway in Mammina cara di Frank Perry, ma la sua non è una nevrosi alla Joan Crawford, da diva.
A seguirla, nei panni dell’analista, c’è Greta Scacchi, ma nessuno può aiutare - se non un finale conciliatorio - chi scarica sugli altri il proprio odio per se stesso.
Alessandra Testa (giugno 2009)
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Vestivamo alla marinara
La recente morte di Susanna Agnelli ha riportato immediatamente alla mente un piccolo capolavoro della letteratura italiana che tutte le ragazze, almeno loro, dovrebbero leggere.
Vestivamo alla marinara, pubblicato nel 1975, è il ritratto di un’epoca. O meglio, di una parte d’Italia che durante il fascismo visse, a dispetto della maggioranza, in condizioni agiate. «Vestivamo sempre alla marinara - ricorda l'autrice, mentre fuori montava il disastro - blu d’inverno, bianco e blu a mezza stagione e bianco d’estate»...
Romanzo autobiografico e di formazione, ripercorre, con stile semplice e misurato, l’educazione di una famiglia - quella degli Agnelli - che fino a qualche anno fa conservava un che di monarchico.
Redatta su commissione di un editore inglese, la narrazione di questa saga familiare rivela molti dei segreti, e il fascino, insiti nella vita di una certa borghesia, educata alla maniera dei britannici e costretta a vivere in un mondo sì ovattato, ma anche crudele soprattutto se vissuto con gli occhi di un bambino.
«Don’t forget you are an Agnelli», sussurrava la governante inglese. Non dimenticare che sei un Agnelli. Come a dire: c'è un modo di essere, uno stile solo nostro, per cui gli altri bambini è bene guardarli giocare dalla finestra o, quel vestito, meglio non sporcarlo. La scuola? Niente da fare, l’istitutore può venire benissimo a casa.
Il racconto della numerosa famiglia dell’Avvocato, che di Susanna era il fratello, negli anni che vanno dal 1922 al 1945, è anche un susseguirsi di disgrazie. Una caratteristica che la tradizione vuole abbiano in comune tutte le grandi “dinastie”. Sullo sfondo: la nascita della Fiat, la più grande industria italiana ora schiacciata fra crisi economica mondiale e Stati Uniti.
Un po’ Jacqueline Kennedy e un po’ Lady Diana, Susanna Agnelli che, da bambina, sfiorò le vite di Curzio Malaparte e Galeazzo Ciano, scrive in prima persona, invitando il lettore a spiare la vita della propria famiglia come dal buco di una serratura.
La lettura non è né per snob né per gente “bene”, Vestivamo alla marinara è la testimonianza di un passato di cui è rimasto ben poco e di cui rotocalchi e paparazzi, ora che lo stile di famiglia è decisamente cambiato, non colgono certo la realtà.
A Susanna, per tutti Suni, che un po’ ricordava le nonne di un tempo e che della ricchezza conservò il sorriso, non la superba tristezza.
Alessandra Testa (maggio 2009)
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Riunione di famiglia
Il regista, il danese Thomas Vinterberg, è stato uno dei fondatori, assieme a Lars von Trier, del movimento Dogma 95 (il cui manifesto prescrive una messa in scena essenziale e priva di qualsiasi artificio); nel 1998 ha conquistato uno straordinario successo in tutto il mondo con Festen.
Abbandonati i toni durissimi del primo (e a mio parere geniale) film, in Riunione di famiglia Vinterberg si diverte a girare una storia dai risvolti a volte surreali, che si rivela piacevole e divertente, ma allo stesso tempo malinconica e agrodolce, piena del senso dell’ironia e della malizia tipicamente scandinavi.
Consigliato. E intanto ferve l’attesa per il prossimo film in arrivo dalla Svezia.
Eva Lorenzoni (maggio 2009)
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Non avevo capito niente
Diego de Silva
(Einaudi)
Sono stata sedotta da Vincenzo Malinconico, avvocato napoletano che vive in una casa-Ikea dal frigorifero perennemente vuoto, finge di lavorare per riempire le sue giornate e non pensare troppo alla sua situazione sentimentale disastrata e in pausa pranzo si incontra segretamente all’aeroporto con la figlia adolescente per mangiare hamburger e patatine.
Amarezza e ironia si mescolano continuamente. La voce di Malinconico - disincantata, eccentrica e stralunata, capace di acute riflessioni filosofiche a partire dai più banali episodi di vita quotidiana - riesce a farci sorridere anche quando ci parla di camorra.
Non un capolavoro, ma un romanzo ben scritto, piacevole, scorrevole, mai banale.
Eva Lorenzoni (aprile 2009)
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Gli amici del Bar Margherita
Uno. Al Bar Margherita non si portano mogli, madri, sorelle, figli, nipoti.
Due. Se vuoi essere considerato al Bar Margherita ci devi arrivare la sera tardi. Comunque sempre prima che chiuda.
Tre. Se ti metti con una che non ti fa più venire al Bar Margherita, si avvia l’organizzazione per fartela mollare.
Quattro. La squadra del Bar Margherita è il Bologna Football Club e tutti ci tengono a sentire le partite alla radio, quando vince e quando perde. La bandiera del Bologna è appesa ogni domenica a una colonna del portico.
Cinque. Quelli del Bar Margherita ci credono alla messa e al rosario, ma non ci vanno o se ci vanno non si fanno vedere.
Sei. Anche se piove forte nessuno va al Bar Margherita con l’ombrello.
Sette. Nella classifica degli imbarcatori di donne quarti sono i finocchi, terzi i democristiani, secondi i comunisti, primi quelli che invece di parlare tanto cercano una che gliela dà.
Otto. Le donne che la danno a quelli del Bar Margherita sono tutte donne segrete, spesso sposate, che quelli del bar hanno conosciuto nelle balere e hanno solo il nome del quartiere dove abitano, quella di Casaralta, quella della Bolognina, quella della Dozza... Forse esistono, forse no.
Nove. A quelli del Bar Margherita è proibito andare in gita ai santuari sui pullman con il mangiare nelle sporte e la bottiglia dell’acqua e limone.
Dieci. Quelli del Bar Margherita quando stanno seduti ai tavolini e passa una donna la debbono guardare con desiderio e fare qualche «tirino». Sempre. Anche se è un gran cesso le debbono sussurrare: «Che fisico!» oppure «Sai cosa ti farei!».
È una regola di quelli del Bar Margherita.
Undici. L’uovo di Pasqua gigante lo si vince con un torneo di goriziana a squadre che si fa a novembre. Lo regala il commendator Maiorana. Essendo quello che non ha venduto e che è rimasto in vetrina per tutta l’estate fa schifo. Chi lo vince lo regala sempre agli alluvionati del Polesine che si sono rotti i maroni di riceverlo.
Dodici. La santa protettrice del Bar Margherita è la Madonna di San Luca che viene giù dal suo santuario una volta all’anno e che anche gli atei del Bar Margherita la ammirano molto.
È la fotografia di una Bologna che non c’è più, si sente pure il «cheeeeese», quella scattata dall’ultimo film di Pupi Avati Gli amici del Bar Margherita. E queste dodici regole, da recitare con la “s” ben pronunciata, ne sono l’esempio. È il 1954 e il bar di via Saragozza - anche se le riprese sono state per lo più girate in quel di Cuneo - è il luogo in cui nascono e si fortificano le amicizie di una vita fra brutti scherzi, pettegolezzi e solidarietà maschile. Avati, che con questo lavoro autobiografico celebra quarant’anni di carriera ricreando le atmosfere di Amici miei e I vitelloni, entra nei panni di Taddeo (Pierpaolo Zizzi) e racconta una storia di cui è stato, più che protagonista, osservatore. Il suo racconto, poetico quanto scanzonato, prende forma attraverso molti dei suoi attori prediletti: Gianni Cavina, Diego Abatantuono e Neri Marcorè. Tra i nuovi acquisti un Luigi Lo Cascio finalmente comico e un Fabio De Luigi alle prese col sogno del Festival di Sanremo. In attesa di scoprire se il regista più prolifico d’Italia sarà premiato ai David di Donatello con Il papà di Giovanna (quattro nomination), regalatevi una sana risata.
Alessandra Testa (aprile 2009)
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Milk
Non voglio semplicemente tessere le lodi dell’ultimo lavoro di Gus Van Sant (a mio parere gli Oscar avrebbero dovuto essere assegnati anche al film e al regista, non solo a Sean Penn), ma vorrei soprattutto confutare una critica che alcuni hanno mosso a questa pellicola, definendola fredda e poco emotiva.
Io mi sono emozionata moltissimo nel corso della visione e ho versato più di una lacrima: non tanto per la storia personale del suo protagonista, che peraltro mi era già nota, ma soprattutto perché questo film rende ancora più evidente l’involuzione della sfera civile a cui assistiamo oggi giorno.
Milk non è un film sull’omosessualità, come l’hanno dipinto in molti, ma è prima di tutto un film sulla politica come passione civile. Non è semplicemente la storia di un uomo, ma è la storia di una di quelle grandi battaglie per la conquista di diritti civili che trenta/quarant’anni fecero illudere le generazioni a noi precedenti che ci stessimo avviando sulla strada della democrazia e della libertà.
Oggi, più di trent’anni dopo, cosa resta di quelle battaglie e degli ideali che le muovevano? Gli uomini come Milk sono sempre meno numerosi, al contrario crescono i fautori delle ronde fai da te, delle cacce agli immigrati, dei pestaggi agli omosessuali. Provate a iscrivervi a Facebook e osservate i gruppi a cui aderiscono anche alcuni dei vostri conoscenti, come quello che ha come titolo “accendi anche tu un fiammifero per dare fuoco a un campo rom”. E poi andate a vedere questo film: il confronto con il presente è desolante. Diritti civili? Quasi una parolaccia, ormai.
Eva Lorenzoni (marzo 2009) torna su

The Millionaire, il lieto fine che fa tanto Oscar.
La gioia dei colori di Bollywood e una chiave di lettura tutta anglo-americana. Ecco il segreto delle otto statuette, fra cui l’Oscar per il miglior film e la miglior regia, assegnate dall’Academy a The Millionaire.
Capace di far rimanere lo spettatore di ghiaccio, ma anche di regalargli risate a crepapelle - la scena del piccolo Jamal che si immerge in una latrina dalla testa ai piedi per ottenere l'autografo del suo cantante preferito è a dir poco esilarante -, il film di Danny Boyle parte da qualcosa che tutti conoscono, il quiz a premi “Chi vuol esser milionario”, per sviscerare la difficile vita nelle baraccopoli di Mumbai, rivelando un'India completamente vergine davanti alle telecamere.
Giocando sul cliché secondo cui tutto è pilotato e costruendo una storia ricca di colpi di scena, il regista crea un nuovo Trainspotting attraverso un intreccio fatto di flashback con cui dimostra che è molto più semplice ricordare una nozione se ad essa è collegato un ricordo. Più doloroso sarà quel ricordo, tanto più la memoria sarà viva. Ed è proprio così che capita al giovane Jamal (Dev Patel) nel percorso che lo porterà ad aggiudicarsi ben 20 milioni di rupie: rivivrà passo dopo passo la sua infanzia e l’amore, che ovviamente vince ogni ostacolo e distanza, per l'incantevole Latika (Freida Pinto). Davanti a lui, nello studio televisivo, non c’è però il sorriso rassicurante di Gerry Scotti, ma quello malevolo di Prem Kumar (Anil Kapoor), sporco simbolo di una televisione avida di protagonismo e schiava degli ascolti.
Alla fine, nonostante un grossolano errore di traduzione che fa confondere la popolazione di religione musulmana con quella integralista indù, a trionfare è il lieto fine e quell'onestà del self-made man che tanto piace agli americani.
In un momento in cui l’offerta cinematografica è davvero d'alto livello - e non succedeva da tempo - The Millionaire poteva anche lasciare un riconoscimento a qualche altra pellicola in gara, risparmiando magari gli schiaffoni del padre al piccolo Azharuddin Mohammed Ismail (!).
L’ormai stucchevole “happy end” è diventato poco credibile anche sul grande schermo.
Alessandra Testa (marzo 2009)
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Piccoli adolescenti crescono
Il Club dei padri estinti, dell’inglese Matt Haig, è la storia dell’undicenne Philip, una sorta di Amleto moderno, che si trova di fronte al fantasma del padre deceduto da pochi giorni, il quale gli rivela che ad ucciderlo è stato suo fratello, zio del bambino, e gli chiede di vendicarlo.
Al di là della trama, di voluta ispirazione shakespeariana, si tratta di un romanzo che narra in uno stile piacevole e scorrevole i dubbi, le fragilità e le debolezze di un ragazzino che si trova improvvisamente ad affrontare un lutto inspiegabile.
Anche se molto diverso, il protagonista di questo libro ricorda la protagonista del film Stella, della regista francese Sylvie Verheyde, sarà forse perché in entrambi i casi abbiamo a che fare con dei ragazzini che trascorrono la maggior parte della loro vita all’interno di un pub, gestito dai rispettivi genitori, i cui avventori costituiscono una sorta di famiglia allargata.
Al di là delle diversità (e sebbene il finale del libro lasci un po’ interdetti e non convinca del tutto), si tratta di due piacevoli e riusciti racconti di formazione che delineano in modo sensibile e delicato, ma a tratti anche ironico, le sfide e le difficoltà del crescere e del confrontarsi con un mondo che appare spesso indecifrabile.
Eva Lorenzoni (febbraio 2009)
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Il giardino di limoni e Hiam Abbass
«Il lieto fine c’è solo nei film americani».
Il tema affrontato ricorda quel gioiellino del cinema italiano che fu, qualche anno fa, Private di Saverio Costanzo. Il giardino di limoni di Eran Riklis fotografa con grande rispetto cosa capita nelle vite normali mentre fuori non si placa l’eterno conflitto israelo-palestinese.
Il regista è israeliano, lo sguardo filopalestinese. Un ossimoro che sa di autocritica e che vale per i fatti storici, non per il desiderio e la speranza che prima o poi vinca il buon senso. Mentre sulla striscia di Gaza va in scena l’ennesimo bagno di sangue innocente, sul grande schermo la non convivenza fra i due popoli, gli occupanti e gli occupati, è raccontata attraverso il muro, qui rappresentato da un giardino di limoni, posto fra la tenuta di Salma, una vedova palestinese, e la villa del ministro della difesa israeliano a pochi metri dalla linea verde che divide la Cisgiordania dagli insediamenti ebraici in “Terra promessa”.
Fra le frasche dell’agrumeto potrebbero però nascondersi i terroristi - temono i servizi segreti israeliani - e dunque quegli alberi vanno abbattuti. Scoppia così la guerra dei limoni, simile alle tante nate per opporsi all’esproprio delle terre occupate. La guerra dei limoni è però anche una metafora. Gli alberi potati sono persone come lo erano i troppi che in questi anni hanno trovato la morte. E sono alberi, come gli ulivi sradicati dall’autorità israeliana nel prendersi terreni non suoi. C’è, infine, un rimando a quanto accadde fra Davide e Golia nella Bibbia.
A vincere, laddove una vittoria è impensabile, è lo sguardo poetico amaro e dolce di Riklis, capace di cogliere con lente inquadrature l’umanità che si cela dietro la tragedia di ruoli che la storia vuole contrapposti. Il sogno che una mediazione sia possibile ce lo dà un finale tutto al femminile: lo scambio di sguardi fra Salma e la moglie del ministro, la sofferta decisione di quest’ultima e una sentenza pacificatoria, ma non abbastanza, pronunciata da un giudice donna.
Merita qualche parola a parte, Hiam Abbass. Questa attrice israeliana nelle vesti di una palestinese è una vera rivelazione, oltre ad avere la fortuna di recitare in due dei film più gradevoli della stagione cinematografica in corso: è infatti protagonista anche del delicato L’ospite inatteso di Thomas McCarthy. Al suo fianco, i bravissimi Richard Jenkins (Burn after reading dei fratelli Coen) e Haaz Sleiman, consacrati dalla musica di un tamburo e da un’amicizia che va ben oltre la paura post 11 settembre. Ancora una volta, si tratta di un film critico nei confronti del paese di cui è figlio: un docente universitario americano si rivelerà molto più che indulgente nei confronti di una coppia di immigrati illegali che scopre all’interno del suo appartamento.
La recitazione di Abbass è così intensa da far passare in secondo piano la sua bellezza, semplice e discreta. Già interprete ne La sposa siriana, sempre di Riklis, e in Munich di Steven Spielberg, è in grado di far la differenza.
Alessandra Testa (gennaio 2009)
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La menzogna - Compagnia Pippo Delbono
Il nuovo spettacolo di Pippo Delbono è, come sempre, un vero e proprio pugno nello stomaco: duro, intenso, doloroso, emozionante. Senza retorica, senza falsi pudori.
Il punto di partenza è la tragedia della ThyssenKrupp di Torino. La scenografia ci catapulta direttamente all’interno di una fabbrica surreale: armadietti rotti, griglie e scale di ferro, buio claustrofobico. Un luogo di immenso squallore.
Sebbene sia dedicato agli operai morti nello stabilimento torinese la notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007, non si tratta tuttavia di un lavoro sulla Thyssen. Si tratta piuttosto di un viaggio onirico e visionario, nello stile tipico dell’autore, attraverso la menzogna che permea tutto il nostro sistema: quello che viene messo in scena è infatti lo svelamento totale della condizione umana, di un’umanità grottesca, vuota, persa dietro alla ricerca del profitto, interessata solo a “darsi un contegno”, nascondendo la sua violenza profonda sotto uno strato di menzogne.
La scena dell’incendio è di una durezza agghiacciante: impossibile riprodurne a parole l’intensità e la forza distruttiva. Ma se esiste un inferno, lo immagino così.
E dopo il fuoco e il rumore assordante rimangono solo il silenzio e la nudità.
La menzogna è stata svelata. Non resta che un immenso dolore, una desolazione senza pietà.
Chi può, non si perda le prossime date della tournée. Sono poche, ma varrebbe davvero la pena programmare una gita fuori porta in concomitanza con esse:
dal 10 al 22 marzo 2009: Roma - Teatro Argentina
dal 26 al 29 marzo 2009: L’Aquila - Teatro Stabile
dal 15 al 26 aprile 2009: Napoli - Teatro Mercadante
PS nonostante il nodo alla gola, non potevo evitare di ridacchiare nel sentire i commenti delle tre signore sedute accanto a noi: tipiche signore-bene della provincia emiliana che probabilmente si aspettavano di assistere ad uno spettacolo classico e sono rimaste letteralmente sconvolte dalla nudità degli attori… la loro recensione sarebbe stata perfetta per il nostro “Spaesato di turno”!
Eva Lorenzoni (gennaio 2009)
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Il bambino con il pigiama a righe
«Com’è tuo padre, un brav’uomo?» «Sì». «E tu sei sempre orgoglioso di lui?» «Sì».
Un campo di concentramento diventa una fattoria, i prigionieri dei contadini, il loro “abito” un pigiama, il numero progressivo il segno che tutto questo «è solo un gioco». Bruno ha 8 anni (9 nel libro) ed è il figlio di un ufficiale tedesco (il David Thewlis della saga di Harry Potter) che è stato trasferito con la sua famiglia a vivere a poche centinaia di metri dal lager che deve dirigere. Sono i bellissimi occhi azzurri di Bruno a raccontare l’olocausto, il suo innocente punto di vista sulla “soluzione finale” a formare il plot del film Il bambino con il pigiama a righe.
La pellicola, tratta dall’omonimo best seller di John Boyne, è diretta da Mark Herman ad altezza di “ragazzino”, con una telecamera puntata più in basso, per dare allo spettatore la stessa visuale di Bruno. Uscito a richiamo di incassi proprio nel periodo natalizio, il film è spiazzante. Come del resto lo è il libro. E, anche se prodotto dalla Walt Disney, è tutto tranne che una storia per bambini.
I sentimenti suscitati dalla visione sono molteplici. Imbarazzo, incredulità, vergogna, la speranza che, alla fine, l’epilogo sia diverso. Ma anche tanti dubbi. La necessità di andarsi a rileggere quelle pagine di storia mai spiegate totalmente e il fastidio per un film e un libro che rischiano di apparire come una furba quanto inverosimile testimonianza.
La storia di Bruno e Shmuel, il bambino ebreo con cui il piccolo tedesco fa amicizia attraverso il filo spinato, non è vera. E non potrebbe esserlo. Ci regala però un assurdo riscatto, una vendetta. E, soprattutto, ci dice chiaro e tondo quanto gli uomini possano essere cattivi, inadeguati, piccoli e gretti con le loro paure, le finte verità di cui si auto-convincono, mettendoci di fronte all’inevitabilità di un bene e di un male che si confondono, senza bisogno di burle alla Vita è bella.
È facile condannare ora, a distanza di oltre 60 anni, ma cosa avremmo fatto noi se fossimo stati tedeschi in quel periodo? Molto probabilmente, saremmo stati come la madre di Bruno (Vera Farmiga), il vero personaggio su cui riflettere davanti al grande schermo.
«Però non è giusto che io devo stare sempre qui da solo e tu puoi giocare con i tuoi amici».
Così Bruno, dall’altra parte del recinto, dice a Shmuel nel punto esatto del film in cui lo spettatore capisce esattamente come andrà a finire. La verità di Bruno, quella dei bambini, spoglia di sovrastrutture e conseguente ad una lineare distinzione fra il bene e il male (che, ebbene sì, esiste), è l’unica consolazione che ci resta. È quando il bene e il male iniziano a confondersi, auto-giustificandosi a vicenda, che diventiamo purtroppo adulti.
Alessandra Testa (gennaio 2009)
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Testimoni silenziose
Sagome di metallo. Rosse.
Credevano fosse amore, invece erano sangue, percosse e lividi. Barbara, Emilia e Gelsomina sono morte fra le quattro mura di casa per mano di uomini. I loro. Gli uomini di cui erano innamorate, di cui si fidavano o a cui erano state predestinate da un legame familiare.
Le loro storie, rosse e stridenti come il metallo che le rappresenta, sono il cuore di una mostra che è stata allestita nella biblioteca Sala Borsa di Bologna in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne sancita dall’Onu e che, a gennaio, volerà a Strasburgo per essere ospitata dal Consiglio d’Europa. L’associazione Donne d’arte, ispirandosi ad una indagine della Casa delle donne per non subire violenza, ha rappresentato gli abusi mortali subiti da centosei ragazze, le cui vicende erano state riportate, nel corso del 2007, dalla stampa italiana. Centosei morti per violenza domestica in un anno sembrano tantissime; purtroppo sono meno di quelle effettivamente avvenute.
Il progetto Testimoni silenziose ci ricorda che, in tutto il mondo, la prima causa di morte femminile è la violenza domestica, in barba ai luoghi comuni che attribuiscono ai carnefici il volto dello sconosciuto, dell’aggressore, meglio se forestiero, incontrato casualmente per strada.
Sagome di metallo. Rosse.
Al posto del cuore, centosei drammi scritti nero su bianco in poche righe. Troppo spesso vissuti nel silenzio o, al contrario, diventati carne da macello nelle pagine di cronaca nera redatte a regola d’arte per il più avido e mostruosamente insaziabile dei lettori.
1) Tiziana Zacchi, 54 anni: uccisa a Bologna a colpi di fucile dal padre di 77 anni che poi si suicida. Le liti familiari erano frequentissime.
2) Iolanda Colesch, 81 anni: invalida, uccisa a Sansepolcro (Arezzo) con un coltello dal marito, che poi tenta il suicidio. L’anziano omicida non sopportava di vedere l’amata moglie invalida.
3) Anna Stanosz, 26 anni: polacca, uccisa a Trieste e gettata in una buca nella boscaglia che circonda la strada che da Opicina porta e Fernetti.
4) Chiara Poggi, 26 anni: assassinata a Garlasco nella sua villetta. Principale indagato il fidanzato. La ragazza è stata violentemente picchiata e colpita con una quindicina di colpi sferrati alla testa con un oggetto contundente.
5) Ionela Dragan, 20 anni: rumena, il suo cadavere viene ritrovato in sacchi di spazzatura nei boschi delle montagne lecchesi insieme a quello di Luminista Dan. All’origine del gesto, forse, uno “sgarro” punito ferocemente nel mondo delle prostitute.
6) Emilia Musto, 85 anni: strangolata nella sua abitazione a Bologna. Unico indagato il nipote venticinquenne che soffriva di turbe psichiche e accusava la nonna di averlo iniziato alle cure psichiatriche.
7) Barbara Bellorofonte, 18 anni: uccisa a Catanzaro a colpi di pistola dal fidanzato ventiquattrenne in seguito ad una crisi di gelosia.
8) Gelsomina Veronese, 80 anni: malata di Alzheimer, uccisa a Venezia con un coltello da caccia dal figlio quarantaduenne. Probabile movente: la patologia della donna e le difficoltà legate al suo accudimento.
9) Barbara Ciccioni, 33 anni: incinta all’ottavo mese, uccisa dal marito a Perugia. Il movente sarebbe stato la gelosia: l’uomo sospettava che la figlia nel grembo della moglie non fosse sua.
10) Meredith Kercher, 22 anni: studentessa inglese trovata morta nella sua abitazione a Perugia, il corpo seminudo, con una vistosa ferita da arma da taglio alla gola. Indagati una ragazza e due ragazzi.
11) Irma Zambarigo, 66 anni: uccisa a Marnate (Varese) a coltellate dal marito, un pensionato di 68 anni al culmine di una lite (…).
La lista è ancora lunga, quasi dieci volte tanto. Interminabile.
Sagome di metallo. Rosse.
A volte, l’arte abbandona lo stile, la poetica e si affida al mero fatto. Andando dritto allo stomaco dell’osservatore e riportandolo, violentemente, alla dura realtà. A volte, l’arte si fa semplicemente racconto e lascia che sia la verità, quella più cruda, a farsi unico messaggio. Per informare ed educare. Con la speranza che qualcosa, un giorno, anche in solo sperduto angolo di cielo, possa cambiare.
Alessandra Testa (dicembre 2008)
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Il matrimonio di Lorna
di Jean-Pierre e Luc Dardenne (2008)
“It is a fantastic commentary on the inhumanity of our times that for thousands and thousands of people a piece of paper with a stamp on it is the difference between life and death”
(Dorothy Thompson, giornalista americana.Iscrizione esposta al museo dell’immigrazione di Ellis Island, New York)
Il titolo originale - Le silence de Lorna – restituisce meglio rispetto alla traduzione italiana la sensazione di impotenza della protagonista, semplice pedina le cui mosse sulla scacchiera sono limitate.
La storia è quella dell’ordinaria disperazione che porta tanti immigrati a ricorrere ai matrimoni bianchi per ottenere quei documenti che danno accesso ai diritti e alla dignità: Lorna, ragazza albanese immigrata in Belgio, ha sposato Claudy, un ragazzo tossicodipendente, ma il suo sogno è quello di aprire un bar con il suo fidanzato, un giovane albanese che lavora in Italia. Per ottenere la somma necessaria a realizzare questo sogno, accetta - una volta ottenuta la cittadinanza - di risposarsi con un russo a sua volta bisognoso di ottenere i documenti. La sua idea è quella di arrivare a questo nuovo matrimonio dopo un rapido divorzio, ma l’ideatore del piano, Fabio, propende per una soluzione più rapida.
Ancora una volta i fratelli Dardenne delineano - senza indulgere nella compassione - personaggi fragili e vulnerabili, immersi in un universo fatto di alienazione sociale, indifferenza e solitudine. Il risultato è un racconto sommesso e posato, ma non per questo meno potente: si esce dalla sala con la sensazione che tutto sia perfettamente calibrato.
Un ottimo film per inaugurare la nuova stagione cinematografica.
Eva Lorenzoni (ottobre 2008)
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La classe - Entre les murs
La difesa del congiuntivo, che «prof nessuno lo usa davvero nella vita vera», è il primo merito del sorprendente film francese Entre les murs di Laurent Cantet. Per chi ha amato Etre et avoir - Essere e avere di Nicolas Philibert, ecco un altro contributo cinematografico che si fa baluardo della grandezza della scuola pubblica. Senza però tralasciare di rilevarne i limiti.
Nella sua quotidiana normalità, la scuola resta il luogo per eccellenza dell’uguaglianza, dell’incontro multiculturale e della crescita. E in questa pellicola, premiata all’ultimo Festival del Cinema di Cannes con la Palma d’Oro, è evidente quanto sui banchi il confronto rappresenti una possibilità anche per chi in partenza è svantaggiato.
Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di François Bégaudeau, che nel film interpreta l’insegnante di lettere e quindi se stesso, La classe si svolge all’interno, senza mai che la telecamera ne valichi il recinto, di una scuola media della periferia parigina, concentrandosi sui nove mesi di lezione di una sola classe.
Uno sguardo reale e senza trucchi, quasi si trattasse di un documentario, che restituisce alla scuola quella umanità che sempre più spesso le viene sottratta. Con professori che sbagliano e quattordicenni che, dietro ad uno slang apparentemente da de-celebrati, cercano la propria identità di singoli e di gruppo.
Delicato quanto intelligente, il film si dilunga forse un po’ troppo ma regala momenti di verità e riflessione, soffermandosi anche sull’atteggiamento, certo personale, che gli studenti vorrebbero avesse un docente. E che, sommando i diversi desiderata analizzati da Cantet che in una vera classe si è immerso, potrebbe riassumersi in semplice empatia.
Infine, la fotografia delle difficoltà e della ricchezza insite nella convivenza forzata di culture diverse fra le quattro mura di un’aula. Parigi è da sempre un caleidoscopio di appartenenze, ma oramai lo sono tutte le città moderne.
Un film non solo per insegnanti, questi ultimi però non se lo possono assolutamente perdere.
Alessandra Testa (ottobre 2008)
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Cité nationale de l’histoire de l’immigration
Palais de la Porte Dorée
293, avenue Daumesnil 75012 Paris
Info : www.histoire-immigration.fr
Inaugurato nel 2007, questo museo si propone di riconoscere il contributo che gli immigrati hanno dato allo sviluppo economico, sociale e culturale della Francia. Significativamente, esso è sorto all’interno dell’unico palazzo rimasto intatto fra quelli costruiti in occasione della grande esposizione coloniale del 1931, esposizione che aveva lo scopo di celebrare l’impero francese nel momento del suo massimo splendore. Significativo, si diceva, poiché la storia delle migrazioni in Francia non può essere letta senza tenere conto del suo passato coloniale e delle rappresentazioni ad esso connesse.
Nell’esposizione permanente si è scelto di privilegiare le storie personali, dando voce agli individui che si nascondono dietro i dati statistici.
A questo scopo sono state raccolte numerose testimonianze audio e video in cui coloro che hanno vissuto la migrazione in prima persona raccontano la propria esperienza: le ragioni che hanno spinto alla partenza, la scelta della Francia, la ricerca di un abitazione e di un lavoro, le difficoltà di inserimento.
Nello stesso tempo, è stato chiesto a questi individui di donare o prestare al museo alcuni oggetti di uso comune che si erano portati per affrontare il viaggio.
Le storie individuali sono poi ricollocate all’interno della storia collettiva: cartografie, dati statistici e documenti storici ricostruiscono i movimenti migratori verso la Francia a partire dall’inizio del XX secolo.
Una certa attenzione è riservata inoltre alla produzione di artisti contemporanei che focalizzano il proprio lavoro sulle tematiche dei confini, dello sradicamento e della ricerca di identità.
Si costituisce così un percorso multidisciplinare, che affianca le interpretazioni artistiche alla ricostruzione della dimensione storica, antropologica e sociale.
Ho avuto la fortuna di assistere indirettamente alla gestazione di questo museo attraverso i racconti di una delle sue curatrici, che mi ha anche accompagnato nella mia visita, svelandomi le numerose polemiche che questo progetto ha suscitato (polemiche che non stupiscono affatto dato che l’immigrazione è un tema sensibile anche in Francia) e segnalandomi en passant che il principale problema è al momento costituito dall’afflusso non troppo elevato: se infatti nei primi tempi dopo l’apertura gli ingressi sono stati decisamente più numerosi di quanto si aspettassero - e il dato più significativo è che la Cité è stata visitata da tantissimi immigrati e dai loro discendenti - oggi i fruitori sono decisamente calati ed essa stenta a configurarsi come una meta turistica.
Certo, non è difficile immaginare che questo museo possa apparire una destinazione secondaria in una città che offre tante occasioni di svago e in cui i luoghi di interesse sono talmente numerosi da richiedere inevitabilmente una cernita. Ma sarebbe un peccato se rimanesse esclusivamente un luogo per gli “addetti ai lavori” perché, al là delle critiche che gli si possono muovere, esso ha un grande merito: quello di riconoscere pubblicamente che la cultura francese (così come ogni altra cultura) si è costituita nello scambio e nelle interrelazioni fra i suoi abitanti arrivati da ogni parte del mondo.
E sarebbe bello se un giorno si pensasse ad istituire un organismo analogo anche in Italia. Anche se risulta assai difficile immaginare che ciò possa accadere in un paese in cui l’uso di un linguaggio degno del Ku Klux Klan da parte di una fetta sempre più ampia della popolazione non sembra destare particolare preoccupazione.
PS. Grazie ad Elena che mi ha fatto da guida
Eva Lorenzoni (ottobre 2008)
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Il lavoro “mangiavite” al cinema
Non serviva certo il cinema per ricordare che non sono la droga, l’alcol o gli incidenti stradali i veri drammi dei giovani d’oggi. A rovinare i piani, procrastinare i sogni, affievolire l’entusiasmo e a trattarti da “ragazzo” anche a quarant’anni ci pensa il lavoro. Il lavoro che non c’è. Il lavoro senza regole. Il lavoro che preferisce sfruttare periodicamente l’ultimo arrivato piuttosto che investire su chi c’è già o ha talento. Il lavoro che si ruba voracemente il nostro tempo, quello che ci impedisce di programmarlo, il lavoro che uccide.
Una macchina da presa puntata sulle imprese, sulle morti bianche o “semplicemente” sulla difficoltà di raggiungere una stabilità può però contribuire a costruire la consapevolezza della realtà in chi ancora non ce l’ha. O quantomeno ad offrire, attraverso storie verosimili, un’immagine delle conseguenze che il profitto, l’insicurezza e la precarietà hanno sulle vite di chi cerca il proprio posto nel Terzo Millennio.
In attesa di assistere alla proiezione del discusso La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti, il film documentario sull’incidente alla Thyssenkrupp di Torino presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, l’estate dei festival cinematografici ha riproposto due recenti pellicole che, seppur con leggerezza, denunciano le storture della supposta quasi piena occupazione italiana.
Il Marco Pressi seduto sul water nudo e con un pc sulle ginocchia alle tre del mattino (Giorgio Pasotti in Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio) non è una macchietta; è una delle tante facce della gioventù consumata dal lavoro. «Devo lavorare, ti stimo molto, ora non ho tempo», sono le parole d’ordine se si cerca a tutti i costi di ritagliarsi una “carriera” che possa garantire un futuro e allo stesso tempo un surrogato della vita, quella vita che nel frattempo si erode calpestando affetti e anima in preda ad orari spezzati, incarichi a progetto, collaborazioni occasionali, obiettivi da raggiungere, mestieri da reinventare.
In Tutta la vita davanti e con un linguaggio semplice e personaggi un po’ caciari, caricature nemmeno tanto lontane dalla realtà, Paolo Virzì va dritto al punto e scatta una fotografia ben a fuoco, e soprattutto veritiera, sul mondo dei call center. Qui il killer ha il volto di Sabrina Ferilli, una “caporeparto” senza scrupoli che nasconde la sua disperazione dietro ad un’immagine fashion e che incita le sue giovani telefoniste a ritmo di musica e stacchetti da velina. Sullo sfondo c’è un’Italia da studi del Grande Fratello e un sindacato, il Nidil-Cgil rappresentato da Valerio Mastandrea, che non riesce ad attecchire in un ambiente di sfruttati. Il robottino “sola” che le signorine, cuffiette alle orecchie, propinano a pappagallo è il simbolo dell’esasperazione di lavoratori che, dopo aver subìto il lavaggio del cervello, costringono all’acquisto persino i propri familiari o si fingono amici del cuore della nipote defunta di una povera anziana solo per risultare i migliori del mese e portarsi a casa il premio produzione.
Volevo solo dormirle addosso e Tutta la vita davanti rimandano ad una miriade di pensieri e ad un ventaglio di umanità che va dal disoccupato all’affogato di lavoro. Due opposti in fondo accomunati da un simile “sfinimento” da trincea.
Mentre scorrono i titoli di coda, giuri che «no, a te, di imbruttirti così, non capiterà mai». Eppure…
Alessandra Testa (settembre 2008)
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Estate noir
Ci stavo bene nel bar di Hassan. Tra i frequentatori abituali non esistevano barriere d'età, sesso, colore di pelle, ceto sociale. Eravamo tutti amici. Chi veniva lì a bersi un pastis, sicuramente non votava Fronte nazionale, e non lo aveva mai fatto. Neppure una sola volta nella vita, come altri che conoscevo. Qui in questo bar, tutti sapevano bene perché erano di Marsiglia e non di fuori, perché vivevano a Marsiglia e non altrove. L'amicizia che aleggiava qui, tra i vapori dell'anice, si comunicava con uno sguardo. Quello dell'esilio dei nostri padri. Ed era rassicurante. Non avevamo niente da perdere, avendo già perso tutto
(Jean Claude Izzo, Solea)
Per rilassarmi sotto l’ombrellone ho scelto quest’anno di dedicarmi alla letteratura noir.
Sono partita con la cosiddetta Trilogia di Marsiglia di Jean-Claude Izzo, autore francese di origine italiana scomparso nel 2000. Avevo già apprezzato il suo romanzo Il sole dei morenti e questi tre libri hanno confermato e rafforzato l’opinione positiva che avevo del loro autore.
Nella trilogia il noir è uno strumento letterario utilizzato per costruire un affresco sociale di Marsiglia. Antica capitale marittima, crocevia fra oriente e occidente, nella narrazione di Izzo Marsiglia è in primo luogo una città intrisa della storia delle migliaia di immigrati sbarcati nel suo porto nel corso degli anni, ricca di contaminazioni fra musiche, sapori, vini, colori ed individui ma nello stesso tempo simbolo di una difficile convivenza tra culture e classi sociali.
Il protagonista della storia è Fabio Montale, determinato e fragile, cinico e disilluso, irrequieto e idealista. Un uomo pieno di contraddizioni, che ci guida fra i palazzi, i vicoli e il vecchio porto restituendoci il cuore pulsante di una città altrettanto contraddittoria, scissa fra mare e terra, fra integrazione e disgregazione sociale.
Ho letto la trilogia tutta d’un fiato, tre libri in tre giorni. Sulla scia dell’entusiasmo, mi sono precipitata in libreria in cerca di nuovi noir. Ma ho commesso il solito errore: abbagliata dalle recensioni piene di lodi ho comprato Quello che ti meriti della scrittrice norvegese Anne Holt. Riassumibile in poche parole: scrittura ordinaria, intreccio forzato, personaggi mal delineati, coincidenze e rivelazioni a dir poco improbabili, finale affrettato.
Francia batte Norvegia 3 a 0.
Trilogia di Marsiglia
Jean Claude Izzo:
- Casino Totale edizioni e/o, 1999
- Chourmo. Il cuore di Marsiglia edizioni e/o, 2000 (a mio parere il più riuscito dei tre)
- Solea, edizioni e/o, 2001
Quello che ti meriti
Anne Holt
(Einaudi, 2008)
Eva Lorenzoni (settembre 2008)
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Solitudini e inchiostro
La solitudine come forma di vita. Scelta o subita, immensa quando segna le esistenze. Due autori, due diversi modi di bastare a se stessi. Fra numeri e ideogrammi ritrovati.
La solitudine dei numeri primi
Paolo Giordano
(Mondadori, 2008 - 312 pagine)
«Ormai l’aveva imparato. Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante». In fondo La solitudine dei numeri primi, romanzo d’esordio del giovane fisico Paolo Giordano, è anche un elogio della solitudine. La solitudine per antonomasia, quella che non può che riconoscere solo alcuni compagni di viaggio. E tenerli a debita distanza, quasi a volerli custodire intatti. Uguali e contrari.
In numerose recensioni si è detto che Alice e Mattia, i due meravigliosi numeri primi gemelli che si cercano e si respingono come calamite fra le pagine, sono senza speranza. E per questo infinitamente tristi.
Sì, Alice e Mattia sono tristi. Ma anche belli, profondi. E volutamente soli. Forse perché troppo sensibili, esigenti e per questo schiavi una dell’anoressia, l’altro dell’autolesionismo, due drammi psichici esperiti da chi, più degli altri, scorge la propria inadeguatezza e quella del mondo in cui è costretto a vivere. Ecco perché nel loro caso, la solitudine diventa quasi terapeutica, curativa, uno stato, che non potendo essere altrimenti, diventa culla e prigione per difenderli dal dolore. Raro come i personaggi descritti, La solitudine dei numeri primi è una lettura semplice per stile ma faticosa per i suoi risvolti emozionali. Affrontata al momento giusto, spinge all’introspezione. Fosse anche solo per questo, il Premio Strega è più che meritato.
Né di Eva né di Adamo
Amélie Nothomb
(Voland , 2007 - 153 pagine)
«Se sei Zarathustra, hai piedi divini che mangiano la montagna trasformandola in cielo e, contemporaneamente, al posto delle ginocchia hai catapulte con il resto del corpo come proiettile».
Rinri deve ricorrere ad un piccolo stratagemma, usando la forma interrogativa al negativo, per strapparle un “sì” alla sua proposta di matrimonio. Resasene conto, Amélie preferisce la fuga piuttosto che dividere la vita a fianco del “samurai” di cui è innamorata. È il monte Fuji la metafora del suo desiderio di solitudine, un’indole influenzata anche da due culture che si incontrano e scontrano in lei: la giapponese e la belga. Né di Eva né di Adamo ti obbliga a correre in libreria ad acquistare le opere precedenti. Magari cominciando proprio da quell’Igiene dell’assassino, esordio letterario a cui Nothomb rimanda nel finale. E magari a programmare, prima possibile, un viaggio in Sol Levante. Lineare e pungente, è perfetto nelle ore di asobu, l’equivalente nipponico dell’otium latino.
Alessandra Testa (settembre 2008)
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Sala Borsa torna pubblica e bella
La madre prova a tenerlo fermo, ma lui che ha capito tutto prima di lei si è già tolto le scarpe e si è tuffato sul tappeto morbido e colorato che arreda la nuovissima ala bebè. Tempo mezzora e ha imparato che se gli scappa la pipì c’è anche un bagno mignon con le porte che si muovono come in un saloon e un fasciatoio per cambiare la sorellina, che ora lo guarda dal passeggino. Dieci giovani (ma può farlo chiunque) si sono proposti come volontari: leggeranno testi di ogni tipo a bambini e adulti affamatati di storie.
La ragazzetta coi pantaloni a vita bassa si aggira per il primo ballatoio, col palmare preso in prestito infilato in una tasca e le cuffiette alle orecchie. La rete wi-fi sta passando l’ultimo di Vasco. L’anziano signore che legge il giornale la guarda incuriosito, ma ringrazia che quella opzione, ai suoi occhi supertecnologica, non arrechi alcun disturbo a chi cerca il silenzio. L’addetto alla sicurezza appoggiato sulla ringhiera del secondo ballatoio guarda quasi rassicurato la distesa di giovani che, adagiati su quelle strane poltrone che hanno uno schienale che fa pure da leggìo, non battono ciglio con la testa immersa nello schermo ultrapiatto dei loro personal computer. Tutto gratis, ancora il wi-fi.
Sala Borsa è anche questo. Un paradiso dove la lettura torna protagonista. È una continua scoperta per gli adolescenti, che possono trovare anche un po’ di privacy negli allegri salottini appartati, e per i piccolissimi che, genitori a seguito, iniziano a familiarizzare con le pagine. Per loro c’è addirittura un “castello-letto”, provare per credere. Il nirvana è poi a misura di giovani, studenti e non, che possono consultare migliaia di testi (in 45 lingue!) e godere di postazioni Internet oltre che di una zona tutta dedicata a film, documentari, video e alla loro visione in loco. In Sala Borsa ci si trova immersi in un’atmosfera quasi metatemporale, fra quel passato così ingombrante, gli scavi romani che si intravedono sotto il pavimento di cristallo della piazza coperta, e il futuro con le ultime diavolerie della tecnologia alla portata di chiunque e l’Urban Center che aiuta ad immaginare la città di domani.
Sala Borsa offre poi un meritato omaggio ad uno dei più grandi giornalisti italiani, sicuramente il più garbato e maltrattato: quell’Enzo Biagi che ha raccontato le vite dei personaggi di tutto il mondo e che preferiva esser indicato come un semplice cronista. A lui è dedicato il nuovissimo auditorium, che prende il posto della vecchia sala Collamarini grande e che con 200 posti a sedere è a disposizione di tutta la città per l’organizzazione di convegni e piccoli concerti. Aperta alle proposte esterne anche la piazza coperta, che torna ad essere il luogo ideale per mostre e attività culturali silenziose. Un unico limite, se così si può definire: sono ammesse a sostare contemporaneamente all’interno dell’edificio “solo” 1.300 persone.
Dopo quasi un anno e mezzo di attesa, Sala Borsa manda in soffitta l’era privata (ben il 75% degli spazi era occupato da bar, ristorante e libreria) e si accontenta di un piccolo caffé (che eleganza, però!) in attesa del ristorante che verrà. Si presenta come la biblioteca multimediale più grande d’Italia e d’Europa, se lo sguardo si sofferma solo sulla letteratura e i servizi per l’infanzia e l’adolescenza. Con i suoi bibliotecari sempre a disposizione (nonostante una piccola “faida” interna che vede gli ausiliari avere un contratto di serie “B” a dispetto di mansioni similari), Sala Borsa vince la prova dello “straniero”. I bolognesi finora forse l’hanno data per scontata, ma basta mettersi nei panni di chi arriva da fuori città e che, come da tour turistico di rito, viene accompagnato a visitare l’enorme spazio su piazza Nettuno, in passato luogo delle transazioni economiche e pure palazzetto del basket. Lo vedrete strabuzzare gli occhi ed esclamare: wonderful, wunderbar o, a seconda dei casi, merveilleux!
Nulla da eccepire, davvero. Un’unica richiesta: si pensi davvero ad un’apertura domenicale e serale come si prometteva in campagna elettorale. Un luogo così (www.bibliotecasalaborsa.it) non merita di essere fruito di fretta.
Alessandra Testa (luglio 2008)
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Diffidate dai casi dell’anno
Firmino
Sam Savage
(Einaudi - 179 pagine - 14 euro)
Sarò un po’ snob, ma tendo a diffidare dei grandi best-seller (Harry Potter a parte), soprattutto quelli dell’estate. Eppure, a furia di leggere recensioni eccellenti e di vedere pile altissime di questo volume in ogni libreria di Bologna, mi sono lasciata tentare dalla storia del topo che si nutre - in un primo momento letteralmente - delle pagine di libri e romanzi e, quando scopre che quelli più buoni sono anche i più belli, diventa un vorace lettore.
Avrei fatto meglio a seguire il mio istinto.
Sarò forse condizionata dalla mia personale repulsione per i roditori - e certo non aiuta il fatto che, disseminati fra le pagine, si trovino disegni e illustrazioni del protagonista -, sarà che quando ti creano troppe aspettative si finisce sempre per restare delusi, ma la storia di questo animaletto divoratore di libri non è proprio riuscita ad appassionarmi.
Nella quarta di copertina, Firmino è descritto come un romanzo sul potere di redenzione della letteratura, il cui protagonista sarebbe un simbolo del lettore moderno (metafora peraltro abbastanza scontata, l’espressione “topo da biblioteca” non l’ha certo inventata Sam Savage). Ma il tentativo di raccontare cosa accade a tutti coloro che vengono colpiti dal “virus della lettura” non è a mio parere molto riuscito. Ben altri sono i romanzi che riflettono la vera e propria bulimia che coglie l’appassionato lettore, la sua fame di nuove storie, la sua voracità nel divorare una pagina dietro l’altra. Solo per restare fra i più recenti, penso all’ultimo romanzo di Alan Bennett, La sovrana lettrice, in cui l’autore, con l’abituale ironia, immagina che la vita della regina d’Inghilterra venga totalmente sconvolta dallo svilupparsi di in una passione fulminea e divorante, quella per i libri appunto, nata per caso in seguito alla scoperta di una biblioteca ambulante che stazionava dietro Buckingham Palace.
La regina Elisabetta batte nettamente il topo Firmino, dunque.
Nota a margine
Nei confronti di Sam Savage si è levata un’accusa di plagio: Firmino sembra infatti mostrare molte analogie con La bibliotecaria di Claudio Ciccarone, pubblicato nel 2000 senza grande successo, che sarà riedito a breve. Chi avrà voglia potrà verificare.
Eva Lorenzoni (luglio 2008)
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Quando il professore si dà alla narrativa
Alma Mater
Alessandro Dal Lago
(manifestolibri – 256 pagine – 18 euro)
È universalmente noto che, tra le vere motivazioni dello scienziato - di cui egli è spesso inconsapevole nel suo lavoro - vanità e ambizione giocano lo stesso ruolo che in tutte le altre professioni.
Con questa citazione di Alexander Grothendieck Alessandro Dal Lago, sociologo e docente universitario, apre il libro che segna il suo esordio nel mondo della narrativa. Quattordici racconti di fantasia in cui il protagonista è il professor Conti di turno, nome comune con cui vengono presentate di volta in volta figure di ricercatori e professori che potremmo ritrovare all’interno di qualsiasi ateneo italiano (e non solo). Come commenta lo stesso autore fra le note finali, infatti, «nulla è realmente accaduto ma tutto potrebbe».
Grazie alla sua profonda conoscenza del mondo accademico, Dal Lago delinea un campionario molto ironico ma oltremodo amaro di esseri umani, troppo umani, spinti da arrivismo, invidia e ambizioni smodate più che dalla sete di conoscenza, impegnati a coltivare ossessioni e ad inseguire fantasmi professionali.
Il racconto a mio parere più riuscito di tutta la raccolta è Abtellatif, storia di un dottorando marocchino che, arrivato in Italia con una borsa di studio, propone al suo relatore di applicare la metodologia utilizzata dall’antropologo britannico Ernest Gellner nello studio dei conflitti tribali in Marocco per esaminare come i gruppi accademici si spartiscano le risorse materiali e simboliche a seconda della loro appartenenza a facoltà, dipartimenti e raggruppamenti scientifici e ideologici. Lascio ai lettori immaginare come il progetto che accomuna il sistema accademico europeo alle organizzazioni tribali marocchine venga accolto.
Altro racconto particolarmente verosimile è L’isola dei conigli, ambientato in una famosa meta di villeggiatura di cui non viene mai fatto il nome ma che tutti riconosceranno facilmente, un luogo in cui i turisti in costume da bagno osservano con indifferenza (quando non con una certa soddisfazione) i migranti che sbarcano da barconi fatiscenti per essere trasferiti nel vicino Cpt.
Lettura decisamente consigliata… ma coloro che stanno tentando faticosamente di costruire la propria strada professionale all’interno di un ambiente così simile a quello raccontato sono avvertiti: se ve lo portate sotto l’ombrellone, rischiate che il gelato vi vada di traverso nel riconoscere fra le pagine qualche epigono del vostro capo o dei vostri colleghi.
Eva Lorenzoni (luglio 2008)
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Tanti applausi a Gomorra (film), però…
Quella piscina sul terrazzo di cemento a Scampia fa male. Sembra quasi pop art.
Invece è la “realtà-caricatura” di un non-luogo che fa della vita una non-vita, dello Stato un anti-Stato, della mancanza di regole la regola. Gomorra (film) è un pugno allo stomaco. Ancora più di Gomorra (libro).
A far male è soprattutto il “no” di uno dei protagonisti, Roberto, che scegliendo di non diventare il guappo dell’eco-camorrista Franco, un insuperabile Toni Servillo, ci regala una speranza.
Permettendoci l’illusione che non tutto è perduto. Come se ancora ci potesse essere spazio per l’ottimismo. Con quel lieto fine, a dire il vero uno dei pochi fra le storie messe davanti alla macchina da presa, Matteo Garrone supera le pagine di Roberto Saviano, quasi spera in una redenzione. Ma una brava persona, due, tre, anche quattro non bastano a cambiare la direzione. Il verso di un sistema, o’ sistema, che ormai corre troppo veloce per essere fermato e di cui sono, più o meno inconsapevolmente, complici anche i cosiddetti onesti. Quelli che davanti predicano princìpi e valori e dietro ti fottono. Sì, ti fottono.
Sono tanti i cazzotti sferrati in pieno viso - forse i meno attenti ne avevano davvero bisogno - da questo piccolo grande film del cinema verista italiano ritrovato. Innanzitutto, quei sottotitoli che traducono il dialetto stretto di una provincia che mezzo paese considera Africa e che sottolineano la lontananza dell’italiano medio dalla cronaca di Scampia o Secondigliano. Poi, la scelta di raccontare il grande male e il suo indotto attraverso le storie dei pesci piccoli, quelli che nonostante il «qua comandiamo noi», in realtà contano meno di niente. E che, in quanto umani, sono un mix di bene e male. Come Franco, il sarto che meriterebbe i grandi atelier e che invece si “vende” ai cinesi. La sua arte, indossata dalle celebrità (la Scarlett Johansson del finale), non sarà mai riconosciuta.
Infine, quei due ragazzini “bruciati”, che si danno la carica ascoltando musica a tutto volume in auto prima di giocare ai camorristi armati, scimmiottando il Tony Montana di Brian De Palma. Come fossero coglioni. Eh no, caro Garrone, quei due ragazzini non sono coglioni. Eppure è questo l’irritante retrogusto amaro che rimane. Per descriverli meglio, probabilmente, sarebbe stata d’aiuto l’immagine del loro funerale, un addio come quello descritto nel romanzo per Emanuele e in cui, dal pulpito, il sacerdote tuona ricordando che sì, questi ragazzi non sono certo eroi, ma restano di fatto i loro quindici anni. I quindici anni che al Vomero o in qualsiasi altro quartiere dell’Italia “ovattata” avrebbero speso per andare in piscina o alla scuola di ballo. A Casal di Principe, invece, quei due ragazzini hanno scelto quello che più conviene. Lo fanno in tanti commettendo reati più o meno grandi, più o meno pericolosi e passando inosservati anche laddove tutte le condizioni sarebbero a favore. Marco e Ciro hanno provato a fregare una realtà dove le istituzioni sono assenti e l’hanno pagata cara. Trattarli come de-celebrati, bene bene lo fossero, è un affronto alle madri, ai padri, a chi ci prova tutti i giorni a imboccare la strada meno facile. Ma se è vero che c’è sempre un’altra scelta, è anche vero che a quell’età basta un niente, un nanosecondo in cui decidere se andare a destra o a sinistra, per scrivere la parola salvezza o condanna.
Gomorra (film) ti sbatte in faccia come troppo spesso il crimine sia in grado di esercitare più fascino della legge, un fascino che la vita, in alcune circostanze, non ha. Marco e Ciro, ci ha pensato il destino a punirli. Per un delirio di onnipotenza che non è nulla rispetto a quello dei veri boss, quelli che quasi sempre la fanno franca. Come i tanti uomini “perbene”, resi insospettabili da una camicia pulita, e che in realtà pur non tirando le redini del sistema, lo alimentano tutti i giorni chiudendo occhi o convincendosi, col famoso c'amma fa’, che se niente c’è da fare che almeno ci si guadagni qualcosa.
A bruciare sono le tante parole contro ma anche a favore, pronunciate prima e dopo l’uscita della pellicola nelle sale. Quei “panni sporchi” da lavare solo nell’Arno e non certo sulla Croisette e pure quella visione che tende a fare di tutta la Campania le Vele, periferia che ti sfido ad abitarci rimanendo puro. Nessuna giustificazione, per carità. Ma il gran premio della giuria conferito dal maggior festival del cinema francese a Gomorra, certo meritato, è anche l’ennesima dimostrazione del buonismo imperante. Di quanto sia facile lavarsi la coscienza applaudendo al film che fotografa la realtà, mentre tutto l’anno quella realtà la si tratta come se non fosse nostra. Una realtà che per anni è stata dimenticata e raccontata solo con la cronaca nera e che ora fa moda farsi vedere al cinema per capirla. Capirla davvero poi? In sala quasi una sfilata, guarda chi c’è, sì son qua anche io. Il politically correct di una claque che distrugge ogni giorno, inesorabilmente, l’Italia.
Nascere in una famiglia privilegiata, in un ambiente protetto, in una città sicura non è un merito. È un caso. E non basta interessarsi ad un tema, far sparire con un biglietto staccato dalla maschera la complicità finora dimostrata. Che tutto va a posto, tanto per parafrasare il film, andatelo a dire a Maria, tradita prima dall’esattore don Ciro e poi dal piccolo Totò, garzone simbolo di un lavoro minorile che non solo non dovrebbe esserci ma che da sempre ruba, per qualche spicciolo, la speranza a generazioni intere.
La denuncia di Saviano in Gomorra (film) non c’è, ma le storie estrapolate dal romanzo diventano una testimonianza alla Elio Petri, alla Francesco Rosi, crudamente reale e che se non avesse quell’aura da fiction sarebbe forse perfetta. Quella di Garrone è una dichiarazione d’amore nonostante tutto, lo aveva già fatto con L’imbalsamatore, per una terra che deve anche scontare l’incomprensione (e l’odio) di chi non l’ha nemmeno mai sfiorata.
Alessandra Testa (giugno 2008)
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Follie di Brooklyn
Paul Auster
(Einaudi - 265 pagine - 10,80 euro)
Dopo tutti quegli anni nei sobborghi trovo che la città mi sia consona, e mi sono già affezionato al mio quartiere, con il suo mutevole calderone di bianchi e mori e neri, le sue famiglie piccolo-borghesi che faticano, le coppie lesbiche, i negozi di alimentari coreani, il santone indiano barbuto in tunica bianca che si inchina ogni volta che ci incontriamo per la strada, i nani e gli storpi, i vecchi pensionati che arrancano a passettini sul marciapiede, le campane delle chiese e i diecimila cani, la popolazione sotterranea di rovistarifiuti senzacasa solitari che spingono i carrelli del supermercato lungo i viali e cercano bottiglie nella spazzatura.
Tornata entusiasta da un viaggio a New York, in cui ero ospite di una coppia di amici che abitano a Brooklyn – Park Slope per la precisione – entro decisa in libreria per acquistare questo libro, sperando di ritrovarvi l’atmosfera lieve e quasi magica della vacanza appena trascorsa. Speranza che non è stata disattesa.
Amo molto Paul Auster, la sua scrittura scorrevole ed ironica, e avevo già ammirato in Trilogia di New York la sua capacità di descrivere a pennello la vita dell’individuo metropolitano, di trasformare la città in vera e propria protagonista dei suoi romanzi. Ma, pur sapendo che abita nella Grande Mela, solo durante il mio recente soggiorno ho scoperto che casa sua è proprio in questo animato quartiere in cui io stessa ho alloggiato.
La storia, apparentemente leggera e spensierata, è quella di una felicità riconquistata lentamente: fulcro della narrazione è Nathan Glass pensionato, malato, divorziato, una figlia con cui non riesce a comunicare, gli altri rapporti familiari dispersi – che decide di tornare a vivere nel suo quartiere natio, unico progetto scrivere un Libro della follia umana in cui raccogliere episodi strani ed insoliti capitatigli nel corso della vita. Ma quella raccontata nel libro è in realtà una storia corale.
Al di là dei destini dei vari protagonisti, che si incrociano e si incastrano perfettamente come le tessere di un mosaico, facendo ritrovare a Nathan e ai suoi cari la gioia familiare e la voglia di sognare, è proprio il quartiere a diventare il protagonista della commedia, con i suoi luoghi, i suoi odori, i suoi colori, la sua gente, le sue abitudini. La descrizione della vita che scorre serena fra i brownstone (1) riflette esattamente l’impressione che io stessa ho avuto di Brooklyn: un luogo in cui, pur trovandosi nel centro pulsante del mondo (neanche mezz’ora di metro e si è in piena Manhattan), le relazioni sociali e i rapporti umani assomigliano a quelli dei vecchi quartieri, in cui camminando per strada è ancora usuale fermarsi a scambiare «chiacchiere di paese nel cuore della grande città». Con la differenza che, rispetto ai vecchi quartieri formati da popolazioni pressoché omogenee (si pensi ai quartieri operai), Brooklyn è un vero e proprio crocevia culturale ed etnico in cui c’è posto per tutti e in cui ad ogni angolo è possibile fare incontri capaci di trasformare l’esistenza da un momento all’altro.
Note
1) I brownstone sono le tipiche villette a schiera dei quartieri eleganti di New York e prendono il nome dalla pietra rosso-marrone con cui sono costruite.
Eva Lorenzoni (giugno 2008)
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40 - Azar Nafisi, Le cose che non ho detto di Eva Lorenzoni
39. Norman Rush, Accoppiamenti di Eva Lorenzoni
38. L’eleganza del riccio di Alessandra Testa
37. Riusciamo mai a conoscere le persone con cui viviamo? di Eva Lorenzoni
36. Cinzia-gate di Cristiano Zecchi
35. Water trips di Elisa Schiavina
34. Brothers di Alessandra Testa
33. Da aspettando Godot … qualcosa di diverso di Eva Lorenzoni
32. Benedetta Tobagi ri-scopre il padre Walter di Alessandra Testa
31. Il razzismo è una brutta storia di Elisa Schiavina
30. Acqueforti, Nik Comoglio di Alessandra Testa
29. Middlesex di Elisa Schiavina
28. Il grande incubo di Alessandra Testa
27. Waiting for Japan di Eva Lorenzoni
26. Fortapàsc di Alessandras Testa
25. Le inchieste di Petra e Fermín di Eva Lorenzoni
24. E-state sui libri
23. L’amore nascosto di Alessandra Testa
22. Vestivamo alla marinara di Alessandra Testa
21. Riunione di famiglia di Eva Lorenzoni
20. Non avevo capito niente di Eva Lorenzoni
19. Gli amici del Bar Margherita di Alessandra Testa
18. Milk di Eva Lorenzoni
17. The Millionaire, il lieto fine che fa tanto Oscar di Alessandra Testa
16. Piccoli adolescenti crescono di Eva Lorenzoni
15. Il giardino di limoni e Hiam Abbass di Alessandra Testa
14. La menzogna - Compagnia Pippo Delbono di Eva Lorenzoni
13. Il bambino con il pigiama a righe di Alessandra Testa
12. Testimoni silenziose di Alessandra Testa
11. Il matrimonio di Lorna di Eva Lorenzoni
10. La classe - Entre les murs di Alessandra Testa
9. Cité nationale de l’histoire de l’immigration di Eva Lorenzoni
8. Il lavoro “mangiavite” al cinema di Alessandra Testa
7. Estate noir di Eva Lorenzoni
6. Solitudini e inchiostro di Alessandra Testa
5. Sala Borsa torna pubblica e bella di Alessandra Testa
4. Diffidate dei casi dell’anno di Eva Lorenzoni
3. Quando il professore si dà alla narrativa di Eva Lorenzoni
2. Tanti applausi a Gomorra (film), però... di Alessandra Testa
1. Follie di Brooklyn di Eva Lorenzoni
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