spaesamenti .:. sguardi critici in movimento
 
 

Il virus Pomigliano

Per non perdere l’associato per eccellenza, leggi Fiat, Federmeccanica ha deciso di disdettare il contratto dei metalmeccanici, l’ultimo firmato unitariamente da tutte le sigle sindacali.
L’ultimo avamposto dei diritti dei lavori è, in pratica, caduto.
Dietro alla mossa, di fatto presa di imperio, degli industriali non c’è solo il contratto delle tute blu, ma l’intero statuto dei lavoratori. Pause, ferie, e mensa sono ovviamente garantite, ma fruite alla maniera dei padroni. Orari più estesi, straordinari coatti, malati certificati scambiati per assenteisti fannulloni. Mentre, manco a dirlo, il diritto di dissentire e, dunque di scioperare, regala un posto nel girone infernale più malsano: il licenziamento.

Pomigliano e Melfi insegnano: il virus si sta diffondendo a macchia d’olio e in tutti i settori lavorativi. E non c’è terapia che funzioni. Perché quando la regola d’oro è “se non mangi quella minestra, salti dalla finestra” anche la dicotomia sano-malato si ribalta. È sano chi si piega, malato chi prova a difendere i suoi diritti. Ergo: meglio recapitargli una lettera che lo diffidi dall’avvicinarsi alla catena di montaggio, piuttosto che rischiare che la “salute” sia contagiosa.

Del resto, il fine giustifica i mezzi e, come direbbe il nuovo Machiavelli, al secolo Sergio Marchionne, se si vuole rendere competitivo il paese non si può certo restare ancorati ai vecchi diktat della lotta di classe. Basta con la vecchia nomenklatura (ovviamente scritta con la “k”), basta con la dicotomia padroni-operai, meglio sostituire i secondi con la sempre cara servitù della gleba. Anche perché, in tempi di vacche magre, per mantenere il posto non c’è diritto violato che tenga. A onor del vero, quando la numero uno di Confindustria, Emma Marcegaglia, ricorda che il contratto condiviso da tutti manca dal 2008 dice giusto. Peccato che è da allora che gli operai non hanno più potuto esprimere, come vorrebbero le regole della democrazia, il proprio parere su ciò che li riguarda dal momento che il rinnovo successivo è stato realizzato tramite una firma separata ed escludente il sindacato, la Fiom, che da solo raccoglie più iscritti di Fim e Uilm messe insieme.

(autunno 2010)

*Post scriptum. Questa volta, probabilmente per l’ultima, da queste pagine sventoliamo bandiera bianca: perché se è vero che la dignità delle persone non è in vendita, è purtroppo sotto gli occhi di tutti che alla logica del “padrone” si affianca sempre più quella dei i nuovi “servi” che, al lavoro come nella vita, scambiano la meritocrazia con la buona riuscita di un inchino.

Lo squarcio alla stazione di Bologna patrimonio dell’Unesco

Lo squarcio alla stazione di Bologna e la sala d’attesa “Torquato Secci” sono stati dichiarati patrimonio dell’Unesco per la pace. Ad annunciarlo durante la presentazione del documentario L’estate spezzata. A trent’anni dalla strage del 2 Agosto 1980 è stato, prima dell’estate, il presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage, Paolo Bolognesi. Il riconoscimento è stato conferito durante una cerimonia che si è tenuta venerdì 24 settembre, quando vicino al memoriale è stata scoperta una targa con su scritto: «Questo luogo, testimone della strage terroristica del 2 agosto 1980, è stato inserito nel programma Unesco 2001-2010 “Patrimoni messaggeri di una cultura di pace e di non-violenza” affinché il dolore non sia immobile nel ricordo, ma viva testimonianza della volontà di costruire le difese della pace nella mente dei giovani».

I due luoghi simbolo della strage, che provoco 85 morti e 200 feriti, diventano così monumenti da tutelare e difendere a livello mondiale oltre che “intoccabili” dal punto di vista architettonico. Anche per questo - ma l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, lo aveva già garantito all’associazione dei parenti - saranno conservati e valorizzati dal progetto per la nuova stazione che la città aspetta da tempo. Magari lì non ci sarà più una sala d’aspetto, ma senz’altro l’indelebile cicatrice lasciata a Bologna resterà in un luogo ben visibile ai tanti viaggiatori che si troveranno a passare per la stazione. Perché la memoria viene prima di tutto.

Il percorso per il riconoscimento nasce circa nove mesi fa quando dall’Unesco hanno preso contatti con il presidente dell’associazione dei parenti delle vittime. Parallelamente, è partita una petizione promossa dalla stessa associazione e dal club dell’Unesco di Strada Maggiore. Il riconoscimento rientra, inoltre, nel programma “Patrimoni per una cultura di pace” pensato nel 2000 dall’Onu e in quello del Decennio internazionale di promozione di una cultura della non violenza e della pace a profitto dei bambini del mondo, decennio iniziato nel 2000 e che si concluderà quest’anno con una serie di iniziative.

(autunno 2010)

*Post scriptum. La speranza è che questo riconoscimento possa contribuire, pur nel suo piccolo, ad accelerare il percorso verso la verità.

Il pericoloso precedente di Pomigliano. Il piano presentato da Fiat per rilanciare lo stabilimento di Pomigliano d’Arco apre uno scenario a dir poco inquietante. E di fatto anticipa quel progetto di smantellamento dello Statuto dei Lavoratori che il governo italiano e la Confindustria hanno in animo da tempo benché il referendum svolto fra i lavoratori non si sia concluso con un plebiscito come sognava, fra un’intimidazione e l’altra, l’amministratore delegato Sergio Marchionne.

Anche se dopo l’accordo separato senza la Fiom la vicenda è tutt’altro che chiusa, una certezza rimane: la strada verso l’elusione dei diritti dei lavoratori conquistati dopo anni e anwni di lotte è segnata.
Spesso con il consenso degli stessi. L’estensione “coatta” degli straordinari, la malattia confusa con l’assenteismo in nome di una brunettiana lotta ai fannulloni, la riduzione delle pause e le sanzioni anti-sciopero sono solo alcune delle subdole strategie industriali per rendere ancora più ricattabili i dipendenti.
La famosa pistola puntata alla testa.

Che alla fine la Panda si produca nello stabilimento campano o in Polonia poco importa, d’ora in poi ogni imprenditore di questo paese si sentirà autorizzato a mettere in pratica, anche alla luce del sole, la strategia del “o mangi questa minestra o salti dalla finestra” derogando non solo ai contratti nazionali di lavoro ma anche alla Costituzione con la scusa della “clausola di responsabilità” e della samaritana offerta di un impiego.
In tempi di crisi come questo, del resto, per un posto di lavoro c’è chi è disposto a fare di tutto, anche “sgobbare”  per otto ore al costo di una brioche e un cappuccino.
Eppure il risultato del referendum di Pomigliano finito con il “no” di un lavoratore su tre dovrebbe insegnare qualcosa agli industriali-padroni: la dignità delle persone non è in vendita.
Nemmeno nel disgraziato Sud.

(luglio-agosto 2010)

*Post scriptum. Si consiglia vivamente la visione dello spot, disponibile anche su YouTube, di Fabbrica Italia. Una favola al posto della verità. E la lettura di Traccia numero 2 , pubblicato su l’Unità nei giorni in cui erano in svolgimento gli esami di maturità.

 

Maiali d’Europa

L’acronimo è Pigs e sta per Portogallo, Irlanda e/o Italia, Grecia e Spagna. La Grecia è già affondata, Spagna e Portogallo sono lì lì. L’Irlanda e l’Italia non se la passano certo meglio. Del resto il rischio contagio, reale che sia, sta “contagiando” - e ci scusino le ripetizioni - esperti e profani. Ad ampliare i timori è, tra l’altro, un recente report di Moody’s, la società di rating con sede a New York che è considerata una bibbia dell’economia quando conviene, in caso contrario un alimentatore di panico. Moody’s ha, infatti, allineato le banche del nostro paese a quelle spagnole, portoghesi, irlandesi e della Gran Bretagna: tutte considerate a rischio “tragedia greca”.
Oscillazioni delle Borse a parte, appare evidente che se mezza Europa ci considera nazioni di serie B un motivo ci sarà.

Chi scrive non ha elementi a sufficienza per puntare il dito contro Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda, ma senz’altro ha le prove sulla veridicità della metafora suina per quanto attiene l’Italia, sempre meno bel paese e sempre più regno delle impunità o che dir si voglia, per edulcorare un po’ il linguaggio, delle immunità.

Non serve nemmeno andare troppo indietro nel tempo per scovare esempi in grado di supportare la tesi che per noi l’appellativo pigs è più che calzante. Soprattutto se è attribuito a quei personaggi che, tanto per citare George Orwell, si sentono più “maiali” degli altri. Da quel ministro che ha fatto, inconsapevolmente?, un affare per comprarsi una casa, pardòn un mezzanino, con vista sul Colosseo fino ad arrivare a quel vicepresidente di Regione, di tutt’altro colore, che si era fatto le vacanze con fidanzata a seguito a spese dei contribuenti. Che dire poi della protezione civile assoldata per “emergenze” come i mondiali di nuoto o di quegli imprenditori “beccati” a sfregarsi le mani nel bel mezzo di un terremoto?

Pigs siamo e pigs restiamo, dunque, non solo nella gestione della crisi economica, sempre più alibi per le aziende che vogliono usare l’accetta sui lavoratori, ma proprio e decisamente a livello culturale.
Andiamo in televisione a raccontare i nostri guai, ci nutriamo di quelli degli altri per essere protagonisti anche noi, vuoi con i pupazzetti messi sul luogo del delitto, vuoi con telefonate ai talk show per avere un inutile momento di gloria e, ancora, andiamo su tutte le furie se ci ledono la privacy, ma poi stiamo come sanguisughe a leggere le intercettazioni sugli affari di letto (mica sui reati) dei potenti.

Sorge spontanea una domanda: ma non è che siamo governati da pigs, perché un po’ pigslo siamo anche noi?

 (maggio-giugno 2010)

*Post scriptum. Viene in mente una scena del film di Marco Tullio Giordana, La meglio gioventù, quando uno dei protagonisti sogna banche e palazzi del potere trasparenti. Nicola alias Luigi Lo Cascio pone all’amico allora una questione tutt’altro che retorica: «Ma siamo sicuri che agli italiani la trasparenza piaccia?»

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A.A.A. teatri cercansi per difendere l’acqua pubblica

acqua pubblicaLo spettacolo, con citazioni di Riccardo Petrella, padre Alex Zanotelli, Emilio Molinari, Francesco Gesualdi, Marco Bersani, Vandana Shiva e molti altri ancora è, insomma, in cerca di padri adottivi che condividano lo stesso scopo: sensibilizzare più persone possibili sul ruolo delle multinazionali, sulle cosiddette guerre dell’acqua e sugli sprechi idrici che, un più diffuso uso dell’acqua del sindaco al posto della minerale forse, almeno in certe quantità, potrebbero essere evitati.

Organizzare una replica di questo spettacolo, il cui testo è redatto a quattro mani dallo storico Ercole Ongaro e dall’attore/autore Fabrizio De Giovanni che ne è anche interprete insieme a Lorella de Luca per la regia di Emiliano Viscardi e le scenografie di Maria Chiara Di Marco, è molto semplice. La compagnia dispone di ogni materiale necessario per la rappresentazione, compreso quello promozionale, e assicura che non ci sono problemi di spazio: anche cortili o piazze possono prestarsi perfettamente per l’occasione.

Per contrattare la compagnia Itineraria basta mandare una mail a itineraria@tin.it, itinerariateatro@gmail.com, h2oro@itineraria.it o visitare il sito www.itinearia.it.

(maggio-giugno 2010)

*Post scriptum. Se decidessero di privatizzare l’aria che respirate sareste contenti? Occhio, che potrebbe essere il prossimo passo di certe società, molte delle quali con istituzioni pubbliche per soci.

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Licenziamenti più facili, ci si prepara alla morte dei diritti

I tre milioni di italiani al Circo Massimo sono lontani, lontanissimi. Anni luce. Praticamente su Marte.
Eppure grazie a loro - e al carisma di Sergio Cofferati, amatissimo segretario della Cgil che fu - l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è ancora lì.
Si potrebbe fare un bis, riorganizzare una grande mobilitazione nazionale. Ma mancano i due ingredienti necessari: guide credibili e rappresentative e, soprattutto, indignazione popolare. Quella che smuove le masse, non solo i più consapevoli. Quel “el pueblo unido jamas sera vencido”, che dal pentagramma cileno di Sergio Ortega divenne simbolo delle lotte per la democrazia in tutto il mondo e che oggi è roba da illusi anacronistici, residuati bellici rivoluzionari.
D’altronde nell’Italia di oggi, in cui il telegiornale più seguito “confonde” assoluzione e prescrizione nell’indifferenza dei più, perché mai dovrebbe nascere un sentimento di rabbia tale da rispedire al mittente tutto quanto ci stanno propinando come fosse zucchero filato se c’è già Facebook per sfogare le nostre frustrazioni?

Cosa è cambiato dal 2002 ad oggi? Molto, moltissimo. In particolare, l’arte del compromesso è diventata regola. Ovunque, figuriamoci sul lavoro dove, con una legge, si sta per introdurre, a priori, la figura dell’arbitro per dirimere, al posto del giudice, le future controversie fra datore di lavoro e dipendente. Opzione che, in odor di assunzione, il lavoratore, non ancora contrattualizzato ma di fatto già ricattato, si sentirà di prediligere.
Se prima i sindacati confederali erano uni e trini, ora con l’accordo separato sulla contrattazione collettiva il fronte della controparte di Governo e Confindustria si è spaccato. E a Cisl e Uil, per i “rossi” quasi ascari dei poteri forti, si è aggiunta l’Ugl, realtà che dal 1995 raccoglie sempre più seguaci. Succede così che con la maggioranza delle parti sociali dalla parte - e si scusi il gioco di parole - dei “padroni”, chi non è d’accordo resta inevitabilmente senza voce. I diritti dei lavoratori, i veri afoni di questa vicenda, sono allora in pericolo. E lo sono senza che i diretti interessati se ne rendano conto, dal momento che la strategia usata per smantellarli è subdola, fatta di parole che bypassano, confondono, strisciano. Perché quello che si fa, vedi il Collegato lavoro alla Finanziaria, è dare altri nomi a ciò che si distrugge: lo Statuto dei lavoratori.
Purtroppo anche i lavoratori, vittime ma pure complici delle armi di distrazione di massa che sta usando il governo, hanno le loro responsabilità. La principale ragione è che, smesse le vesti dei guerrieri e indossate quelle dell’ “ognun per sé”, stanno contribuendo alla morte del proprio status di corpo. Quel corpo, inteso come soggetto collettivo, a cui dovrebbe corrispondere la cosiddetta coscienza di classe e che potrebbe spingerli all’unità nel contrastare l’aggressione a cui sono continuamente sottoposti. La conseguenza è inevitabile: la contrattazione individuale si sta piano piano sostituendo a quella collettiva e il posto fisso, senza più nessuno che lo difenda (i sindacati in crisi) o pretenda (i giovani rassegnati alla precarietà), si trasforma in miraggio.
In una situazione del genere, al “padrone”, parola di nuovo in voga, finisce per essere tutto concesso.
Per questo, e per fermare la tendenza alla rassegnazione, più che scendere in piazza per dire di “no”, si dovrebbe iniziare, per dirla con Flannery o’ Connor, a fare di “no”.
Invece no, si continua a dire e non a fare, a lamentarsi senza agire, lasciando senza scampo il domani.
Domani, in fondo, è un altro giorno, direbbe Scarlett O’Hara.
Meglio continuare a fingere, pur riconoscendo il contrario, che va bene così.

(maggio-giugno 2010)

*Post scriptum. Giorgio Napolitano non ha firmato la legge. Questo è successo il 31 marzo scorso. Dall’esame, in terza lettura, di Camera e Senato dovrebbe uscire il nuovo documento a cui sono già stati apportati dei correttivi. La speranza è che il no del presidente della Repubblica, uno dei pochi di questa legislatura, sia servito davvero e non si tramuti nell’ennesima finzione del “cambi tutto perché non cambi niente".

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Andare o restare. Nei giorni in cui persino la protezione civile è al centro degli scandali e sul palco del festival di Sanremo si piazza al secondo posto la canzone Italia amore mio cantata, fra gli altri, dal “principe” Emanuele Filiberto (i titoli nobiliari non erano stati aboliti?), torna alla mente quell’accorato appello a lasciare il paese che lo scorso novembre Pier Luigi Celli, direttore della Libera Università internazionale degli studi sociali Luiss Guido Carli, aveva rivolto dalle pagine de La Repubblica al figlio laureando.

Non serviva certo una lettera del genere per far affiorare pubblicamente gli stati d’animo che provano tanti italiani, che non riconoscendosi nel sistema dominante, vivono intimamente schiacciati da un grande interrogativo esistenziale: parto o rimango?
Il dubbio è innescato dalla constatazione che tutti gli sforzi compiuti da un singolo, nei diversi ambiti d’azione, vengono continuamente vanificati dalla legge del più furbo. Princìpi cardine come serietà, merito e onestà (nel senso letterale del rispetto delle leggi e delle regole di un gruppo) sono ormai diventati valori deboli dinnanzi al costume diffuso secondo cui alla corruzione corrisponde una impunità uguale e contraria. Valori perdenti non tanto in quanto tali, ma rispetto al raggiungimento di quei risultati che, in una società ben governata, sarebbero conseguenti all’impegno profuso.

Se lucri poco ottieni poco, se lucri tanto ottieni tanto
; ecco il grande dogma.

Per chi non si riconosce nell’assioma, la scelta fra due moti diametralmente opposti, vado o resto, non riguarda allora solo il luogo geografico in cui si risiede, ma anche e soprattutto i micro-mondi ai quali si appartiene, dal lavoro alle realtà associative di riferimento.
Chi rimane di solito prova a lottare per cambiare le cose, chi se ne va o si è arreso o probabilmente ha raggiunto la consapevolezza che oramai è troppo tardi per farlo e che comunque non servirebbe.

Nonostante l’amarezza (un sentimento che sta fra la nausea, la vergogna e l’imbarazzo), però, nella maggior parte dei casi quella decisione non arriva mai.
Succede allora che l’unica difesa diventa chiudersi fra le quattro mura della propria abitazione nel tentativo di  creare almeno lì un piccolo grande mondo immune dall’esterno e in cui poter applicare tutte quelle regole che altrove sono saltate.
Un piccolo grande compromesso che può essere così riassunto: andarsene dal pubblico per restare nel privato.

(marzo 2010)



*Post scriptum. Mentre migliaia di giovani laureati lasciano il paese, registriamo la volontà di alzare la voce del “popolo viola” che dopo la grande manifestazione del 5 dicembre scorso continua a proporre iniziative “contro”. La sua voce resta però, almeno per il momento, lettera morta.

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La costruzione della verità.

L’anno che si è appena chiuso è stato un’incredibile insalatiera di costruzioni. È come se con i mattoncini Lego avessero tirato su un mondo plastico in cui muoverci non tanto con i paraocchi ma ad immagine e somiglianza dei bisogni e dei desideri che i grandi burattinai della terra hanno pensato per noi.

Partiamo dalla fine: l’aggressione del premier in piazza Duomo a Milano, lo scorso 13 dicembre.
Il colpaccio è arrivato esattamente il giorno dopo l’annuncio di Pier Ferdinando Casini di voler creare un’alleanza con Francesco Rutelli (e pure con il presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini) per mandare a casa, coi numeri, Silvio Berlusconi. Il primo risultato del dopo “attentato”, guarda un po’, prima ancora della nascita del partito dell’amore (!), è stato il repentino scioglimento di quella specie di Kadima, appena delineata, all’italiana. Il secondo, l’impennata della percentuale di gradimento del presidente del consiglio.
Un altro avvenimento che ha tenuto alta l’attenzione del paese è il terremoto in Abruzzo. A dispetto delle tante vittime, dello scandalo della casa dello studente e delle terribili condizioni di vita degli sfollati, il governo ha pensato bene di farsi bello con la ricostruzione. E di vantarsi, mesi dopo quel tragico 6 aprile, dell’ottima riuscita dei lavori, in alcuni casi poi smentita dalle testimonianze dei diretti interessati.
Una strategia che ricorda l’incredibile risoluzione, gridata ai quattro venti, del problema dell’immondizia in Campania: peccato che la spazzatura sia ancora accumulata sulle strade.
Che dire poi del continuo tentativo di sfuggire alla legge del premier? O meglio del continuo fuggire della legge dal premier? Uno solo, e sempre lo stesso, il grande alibi: lo hanno votato gli italiani, ha il diritto/dovere di governare. Bella panzana: il premier non è stato votato dalla maggioranza degli italiani, ma solo da un terzo degli aventi diritto. Legge elettorale docet.

Parallelamente, allargando l’orizzonte al resto del mondo, e sempre ripartendo dalla fine, è rispuntata, casualmente proprio dopo l’approvazione della riforma sanitaria di Barack Obama negli Stati Uniti, anche Al Qaeda. La terribile organizzazione terroristica che dalle grotte del Medioriente “tremare il mondo fa” ha gettato le sue basi persino nel poverissimo Yemen. Chissà se il giovane attentatore nigeriano responsabile del tentato dirottamento sul volo diretto a Detroit il giorno di Natale è stato anch’esso addestrato dai cugini americani, come avvenne per il temutissimo Osama Bin Laden. Chissà, cosa ne pensa il nuovo Premio Nobel per la pace e se prediligerà la pace per rispondere all’ennesimo “affronto” all’America.
E ancora: la crisi, lo spettro che ha accompagnato tutto il 2009 e che continua a mietere vittime.
La crisi è vera, verissima se vissuta attraverso le vite e i portafogli dei poveri diavoli senza santi in paradiso.
Ma da dove nasce, chi l’ha creata? E, soprattutto, a chi fa comodo? Agli stessi, forse, che ora vanno dicendo, in tutto il mondo, che è iniziata la ripresa.

Chi scrive è per carattere malpensante e ha da poco visto il potente film di Peter Joseph Zeitgeist, ma alcune coincidenze, è innegabile, sono inquietanti.
Nessun preconcetto, nessuna verità, solo un invito a ricominciare - anno nuovo, vita nuova - a ragionar (e a scegliere) solo con la propria testa.

(febbraio 2010)



*Post scriptum. L’elenco delle balle spaziali raccontate ai cittadini del mondo è ancora molto lungo, al lettore l’invito a scovarne altre.

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Cronache da una città cosiddetta civile.

Mirela e Violeta sono belle. Mirela e Violeta sono povere.
Mirela e Violeta sono romene. Per questo si meritano gli sputi in faccia della città, gli sguardi pesanti dei passanti, le parole sgarbate dei poliziotti di quartiere. Non di tutti, ovviamente.
Ma essere straniere non aiuta a riceverne di tono diverso.

Questa la scena: Mirela, accucciata nel solito angolo dove suona la fisarmonica, piange a dirotto. La borsa del suo strumento è stata presa a calci da una agente.
Sì, perché chissà come mai fra chi porta la divisa le più dure sono spesso le donne.
Ti guarda con i suoi occhioni grandi e ti domanda: «Ma è vero che non si può più chiedere l’elemosina?».
Le dici che non ti ricordi, che ti sembra che il Comune abbia un regolamento che vieta l’accattonaggio. No, l’elemosina no. Ti viene però il dubbio: che differenza c’è fra elemosina e accattonaggio? Forse è la stessa cosa, sì ti sa di sì, ma la parola accattonaggio è indubbiamente più forte, implica il disturbo ai passanti.
E, soprattutto, quell’ordinanza dove si trova?
Fatalità, mentre cerchi di recuperare in qualche angolo dell’ippocampo la risposta giusta a quella domanda, ripassa la coppia di vigili che a Mirela aveva intimato di andarsene. Bene, puoi chiedere a loro.
L’uomo non parla, lascia fare alla collega. Lei ti spiega che l’elemosina è vietata e che ci sarebbe anche da comminare una multa a chi la chiede.
Sì, certo perché i questuanti hanno i soldi per pagarla.
Forse - pensi - la differenza fra un accattone e Mirela è che il primo è molesto, sempre che l’insistenza di qualcuno che chiede aiuto possa essere considerata una molestia; e che la seconda si limita a suonare o a restare seduta su uno scalino.
Se vuoi darle un euro lo metti nel vasetto, altrimenti lei si limita a dirti “ciao”.
Per te la ragazza non fa nulla di male e simuli sicurezza quando sottolinei che Mirela è discreta, suona e non dà fastidio a nessuno. La risposta della vigilessa è pronta: «Non possiamo fare differenze, se è vietato è vietato». Inutile cercare di far notare la sfumatura. Non la vede, altrimenti si accanirebbe in quel modo anche contro quei tali, italiani, che sfrecciano in bicicletta sotto al portico.
Poi la sorpresa. La butta sulla tua giovane età, sul tuo credere, secondo lei, ancora alle favole, alla possibilità di un mondo migliore: «Anche io prima la pensavo come te, ma poi da quando faccio questo mestiere, e ne vedo di tutti i colori, non posso far finta di niente. A molti di loro i negozianti hanno offerto un lavoro, non l’hanno voluto. Preferiscono elemosinare, loro». Eh già, LORO.
Muori dalla voglia di dirle: «Sì vabbè, ma che c’entra il calcio alla borsa?». Ma ti trattieni, non hai le prove, è un’azione riportata, non l’hai vista di persona. Ti limiti a dire che non si può generalizzare. Ti fai spiegare l’ordinanza, dici che non te la ricordi esattamente, anche se in redazione se ne era parlato.
Giornalista, la parola chiave.
«Ah sei una giornalista, allora lo sai come sono». No, non lo sai. Se sono come intende lei, non lo vuoi sapere. Ripeti: «Non si può generalizzare». Il tuo mestiere però ha fatto breccia. Poco importa dove scrivi, se quell’episodio può diventare una notizia. Tu lo sai che non lo diventerà mai, ma nella sua testa una giornalista può sempre portare grane. Cambia tono, diventa gentile: «Mirela noi la conosciamo, è regolare. Ti aiutiamo sempre, vero?». Mirela non nega, ma lo deve dire, quello che ha dentro. E lo dice: «Ci sono tanti delinquenti, ma non siamo tutti uguali, io voglio lavorare. Faccio qualche ora da una signora anziana, la aiuto. Ma quello che mi dà non basta».
Ha due bimbi in Romania, Mirela. Manda tutto a loro. Erano qua, ma li ha riportati a casa quando lo scorso anno fu approvato il pacchetto “sicurezza”. E perché poi coi bambini non si mendica, indipendentemente da una norma che lo considera come aggravante.
A casa, nonostante tutto, i figli di Mirela stanno bene. Vanno a scuola, hanno una nonna.
A casa propria si sta sempre meglio, soprattutto se altrove trovi dei muri.
Gli agenti ricevono una chiamata, salutano. Si allontanano.
Resti un po’ con lei, ti assicura che cambierà più spesso posto.
Le fai notare che non si può vivere scappando e che la legge va rispettata anche se ci sembra ingiusta.
Quando Mirela pronuncia la frase che aspettavi, quella che avresti voluto dire tu agli agenti, ti senti allora una emerita idiota.
«Io suono la fisarmonica, non chiedo l’elemosina».
Un’altra sfumatura.

Torni a casa, ti attacchi a Internet per scovare quella maledetta regola, ma in fondo serve a poco: il ministro dell’interno Roberto Maroni ha dato pieni poteri ai sindaci in fatto di sicurezza. Mancano ancora i decreti attuativi, ma poi potranno fare quello che vogliono.
Alla fine la trovi.
Nel testo completo del regolamento di polizia urbana si parla di pubblico decoro.
Fanculo il decoro.
Ma la vigilessa aveva ragione.
Ti vengono in mente un elenco sconfinato di azioni che esulano dal pubblico decoro e che invece sono socialmente accettate, ma anche in questo caso importa poco.

Nel frattempo, Mirela è sparita. Sparita da giorni. Succede spesso.
Non fai in tempo ad illuderti che abbia trovato un destino migliore che lei è dì nuovo lì.
A ricordarti che, anche se suona solo la fisarmonica, la musica a volte basta averla dentro.

(dicembre 2009-gennaio 2010)



*Post scriptum. Santi che pagano il mio pranzo non ce n’ è... (Piazza Grande, Lucio Dalla, Sanremo 1972)

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L’equivoco della laicità.
 

Gabriele ha messo un Buddha sulla sua scrivania. Non è buddista, ma non volendo offendere il sentimento di nessuno, qualora un fedele di quella religione entrasse nel suo ufficio, l’ha provocatoriamente acquistato da un robivecchi. Il suo compagno di tavolo ha appeso sulla parete un crocefisso, mentre chi siede di fronte a loro, ateo dichiarato, a mo’ di sfottò ha attaccato una bella fotografia di Che Guevara sotto lo schermo del computer.
Le tre icone convivono pacificamente sotto lo stesso tetto. Di quei tre “intrusi” Gabriele e gli altri parlano spesso e, scherzando, si illudono che durante la notte si mettano ad intavolare discussioni filosofiche.

Secondo il dizionario della lingua italiana, essere laici significa, nell’accezione più moderna, credere nell’indipendenza del pensiero e dell’azione politica dei cittadini dall’autorità ecclesiastica. Dunque, può avere un atteggiamento laico anche un cattolico. Addirittura un prete può approcciarsi in maniera laica ad un credente di un’altra religione o verso un tema di interesse pubblico.
Per estensione, essere laici non vuol dire affatto essere atei o agnostici come spesso erroneamente si crede. Significa, semplicemente, non avere i paraocchi. Non credersi in possesso di una verità assoluta e riconoscere pari dignità alle convinzioni e idee degli altri.

Recentemente, la Corte europea di Strasburgo ha dichiarato illegittima la presenza dei crocefissi nelle scuole. Il principio è sacrosanto: nei luoghi pubblici non si può imporre un simbolo religioso, soprattutto perché l’Italia, con la Costituzione, si è dichiarata uno stato laico sin dal lontano 1948.
Impuntarsi però su un simbolo che non si riconosce è incomprensibile. Se non si crede in Cristo, Maometto o nella stregoneria i simboli che li rappresentano dovrebbero avere la stessa importanza di una pietra, di un oggetto inanimato. O quantomeno, come capita a tutte le persone aperte al nuovo e al diverso, suscitare curiosità. Andare a Roma e non entrare in San Pietro è da ottusi, così come lo sarebbe non varcare la soglia di un tempio in India. Il sacro non è tanto la presenza di un qualsiasi dio in un qualsiasi luogo, ma la forza che sta dietro ad una qualsiasi fede verso ciò che è ritenuto più grande di noi.
Per qualcuno è il caso, per altri il destino, per altri ancora un santo o una divinità.

Che fare allora con i crocefissi nelle nostre scuole? Il buon senso vorrebbe che laddove ci sono andrebbero lasciati. Fosse solo perché testimoni di una storia che una brava insegnante potrebbe anche aver voglia di raccontare. Mentre per le nuove costruzioni, a meno che non si vogliano appendere alle pareti di ogni classe i simboli di tutte le confessioni religiose rappresentate e non nel corpo studentesco, forse sarebbe meglio lasciar perdere.
La paura dei simboli deve però far riflettere.
La soluzione è a portata di mano. La gestione del quotidiano esula spesso dalle regole imposte.
Chissà, il primo giorno di scuola invece della lista del materiale didattico necessario le insegnanti di buona volontà potrebbero chiedere ad ogni bambino di portare qualcosa da appendere alle pareti della classe. Qualcuno porterà le Winx, qualcun altro un poster di qualche pseudo mito di Maria De Filippi.
Se alla fine, fra cimeli e cantanti rock, ad un chiodo finirà appeso anche un crocifisso sarà solo una questione di democrazia.

(dicembre 2009-gennaio 2010)



*Post scriptum. Per sdrammatizzare, una battuta di Corrado Guzzanti che qualche anno fa faceva sorridere anche i più ortodossi: «Con quanti nomi puoi chiamare Dio? Puoi chiamarlo in mille maniere: Dio, Visnù, Budo, Ernsto, Carisma, Giove, Allah. Non importa, tanto lui non ti risponde»...

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Fatti privati e fatti pubblici.

I gusti sessuali di un cittadino appartengono alla sua sfera privata. Sono classificati, infatti, tra i dati sensibili difesi e tutelati dalla cosiddetta legge sulla privacy. Che sia un politico, un uomo pubblico o un pinco pallo qualsiasi la questione resta immutata. Se ama le donne, gli uomini o i trans sono, semplicemente, affari suoi.
Il caso dell’ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo, probabilmente costruito ad arte alla vigilia delle primarie del Partito democratico per screditare una parte politica, è uno scandalo non per motivazioni che attengono al sesso o alla morale, ma lo è per alcune imputazioni di reato. L’estorsione (e il relativo ricatto a cui l’uomo politico ha ceduto), il peculato (l’utilizzo dell’auto blu per attività non riguardanti il ruolo di servizio), la droga per uso non esclusivamente personale.

Aver fatto passare agli occhi dell’opinione pubblica la motivazione sessuale come quella scatenante, quasi a voler creare un ponte fra le vicende del giornalista e quelle del premier (le escort), è ancora una volta un imbroglio mediatico. Una rete in cui i vertici del Pd sono regolarmente caduti, obbligando il proprio esponente prima ad una ridicola autosospensione poi alle dimissioni, e in cui sono rimasti ingarbugliati pure molti italiani. Perché a vincere non sono mai i fatti, ma i falsi moralismi di un paese che fa il libertino e poi si riscopre, sempre e irrimediabilmente, bigotto.

Marrazzo dovrebbe vergognarsi per esser risultato ricattabile (le telefonate di Berlusconi sono, a non voler esser malpensanti, quanto meno singolari) e per aver utilizzato le risorse dei contribuenti, non per le sue frequentazioni in via Gradoli. E invece l’uomo, e soprattutto il marito, si vergogna di qualcosa di cui dovrebbe rispondere solo alla moglie. Non all’Italia intera.
Come fai a vergognarti di qualcosa che hai fatto regolarmente? Che forse la vergogna è tale quando la condotta a cui è riferita diventa pubblica? E prima?

Il lieto fine, in questa Italia dove tutto si riduce ai vizi del basso ventre, non esiste.
Perché fra escort e trans - e i sexygate di Berlusconi e Marrazzo non sono nemmeno lontanamente paragonabili - sfuggono sempre i problemi del paese reale. Quelli di cui veramente si dovrebbe occupare la politica.
Volendo sognare un mondo diverso, e soprattutto meno bacchettone, l’immagine più dorata è quella di un luogo dove ad essere perseguiti sono i valori, non la rispettabilità; ad essere amate le persone, non i generi; ad essere cercata la verità, non quanto ci viene mostrato.
Ancora una volta, tutto si riduce ad una questione di libertà. Di essere e pensare.
Senza ipocrisie e condizionamenti sociali.

(novembre 2009)



*Post scriptum. Siamo davvero sicuri che il paese sia migliore della sua rappresentazione?

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Malati di ignavia. 

Assuefazione, mancanza di passione e coraggio, indifferenza. 
Eccoli qua gli ingredienti più nocivi della sempreverde prassi del “turiamoci il naso”, epidemia dilagante nel paese che se ne frega, perché tanto l’importante, si sa, è vivere tranquilli.
Mai una scelta convinta, figuriamoci la capacità di mettersi in gioco e di affrontare le transizioni in prima persona. Per dirla coi vizi capitali, signore e signori, ecco a voi la rivincita dell’accidia.
Che l’ignavia sia il peggior nemico con cui si trova a lottare chi la sua anima al diavolo proprio non la vuole vendere, lo ricorda anche il sommo poeta. Non a caso, nella Divina Commedia Dante aveva relegato gli ignavi nel vestibolo dell’inferno, in quella zona ibrida destinata cioè a chi non ha nemmeno la coerenza di essere stronzo con la “s” maiuscola.

Nel terzo Canto gli ignavi sono descritti, infatti, come quei peccatori - probabilmente i peggiori - che non agiscono né nel bene né nel male, che vivono senza mai prendere una posizione, sposando l’equidistanza allo scopo di compiacere o, ancor peggio, non infastidire i potenti.
Gente del genere, e ne troviamo ovunque senza dover scomodare l’Alighieri, nell’amato/odiato poema non meritava né le gioie del paradiso né le fiamme degli inferi.

Oggi chi non esprime mai un’opinione o che, se ce l’ha, la tiene per sé dispensando sorrisetti a destra come a manca, ricopre ruoli che in teoria dovrebbero essere riservati ai più meritevoli. Ai liberi, agli incorruttibili perché è ad essi che gli altri, quelli che non hanno cariche decisionali, dovrebbero affidarsi. È la mediocrità, invece, ad essere premiata con posizioni che, a guardarci bene, altro non sono che “finte” poltrone.
Se una giustizia esiste, allora, questi moderni ignavi - nascosti anche nei settori in cui le opinioni e il coraggio dovrebbero avere un peso - devono davvero finire a vagare nudi per l’eternità, torturati a sangue da vespe e mosconi come voleva Dante.
Invece, ogni mattina si guardano allo specchio fieri di essere quel che sono. Nemmeno servi ma, alla stregua di putrefatti morti viventi, servi dei servi.


(ottobre 2009)

*Post scriptum. I riferimenti sono tutt’altro che casuali. W i farabutti! E w quelli che lo sono tutto l’anno, non una volta sola per sentirsi “contro”.

 

L’ora di religione.

Siamo alle solite. In Italia tutto si riduce all’ideologia del dualismo. Destra contro sinistra, atei contro cattolici, innocentisti contro colpevolisti. Senza arrivare mai al nocciolo della questione che, magari, come dicevano gli antichi saggi, sta nel mezzo. In medio stat virtus. Che non significa mediazione o compromesso, ma intelligenza, buon senso.

In pieno agosto è scoppiata la polemica sull’ora di religione perché il Tar del Lazio ha deciso di escludere i docenti titolari di quell’insegnamento dall’avere un ruolo determinante durante gli scrutini dopo un ricorso presentato da alcune componenti studentesche e associazioni religiose non cattoliche in nome della laicità dello Stato italiano.
Assodato che i professori di religione dovrebbero avere, in quanto previsti dall’ordinamento scolastico, lo stesso valore e peso di quelli di lettere, matematica o inglese; restano certe due anomalie: il loro reclutamento e il loro programma di insegnamento. Un professore di religione non effettua lo stesso percorso degli altri docenti: per lui non è previsto nessun concorso ma per l’ottenimento della cattedra “basta” l'imprimatur della Curia. A questo proposito un dubbio sorge spontaneo, dal momento che gli organi ecclesiastici possono censurare l’insegnante colpevole di comportamenti contrari alla morale: è prevista la confessione in sede di colloquio e viene ripetuta alla fine di ogni quadrimestre?
C’è poi la questione sostanziale: ciò che i prof di religione insegnano ai ragazzini. Praticamente una lezione di catechismo soggetta a voti e giudizi. Se invece di dedicarsi esclusivamente all’approfondimento della religione cattolica (come fa la maggioranza) approfondissero la storia delle religioni, cercando di passare al setaccio la maggior parte delle confessioni monoteiste e politeiste professate nel mondo, forse non solo la polemica risulterebbe sterile ma addirittura non ci sarebbe bisogno di rendere facoltativa la partecipazione degli studenti a quella disciplina. Sarebbe inserita nel piano di studi al pari di qualsiasi altra, risultando dunque obbligatoria e determinante al fine della valutazione.
Se così fosse, non solo si supererebbe il problema della discriminazione  per chi non si riconosce nel cattolicesimo in una società strutturalmente multietnica, ma soprattutto si offrirebbe vera cultura a studenti sempre meno preparati ad affacciarsi con un bagaglio minimo di sopravvivenza alla vita.

Se l’ora di religione si trasformasse in storia delle religioni si fornirebbe anche agli atei, agli agnostici o semplicemente a chi ancora non ha deciso da che parte stare (cosa più che normale in età da scuola dell’obbligo) uno strumento di conoscenza utile a rafforzare o, perché no, mettere in discussione le proprie convinzioni. Evidentemente, non solo di tipo religioso.

(settembre 2009)


*Post scriptum. A proposito di stato laico, di ricorsi al Tar e contro-ricorsi al Consiglio di Stato, ecco cosa recita la Costituzione italiana all’articolo 20: «Il carattere ecclesiastico e il fine di religione e di culto di una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività». Anche se i cosiddetti illuministi vorrebbero uno stato laico letteralmente aconfessionale, la giusta laicità dovrebbe più semplicemente qualificarsi come equidistanza dalle diverse religioni professate dai suoi membri, la cui osservanza è fra l’altro tutelata dalla stessa Costituzione (agli articoli 8 e 19).

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Paradossi su due ruote.

Piste ciclabili che finiscono nel vuoto, auto parcheggiate sui percorsi riservati alle biciclette e rastrelliere da cercare con il lanternino. Eppure sui ciclisti, ai quali si dà il minimo indispensabile per farli muovere in sicurezza, si è appena abbattuta un’altra tegola.

Si tratta di una nuova norma inserita nel pacchetto sicurezza approvato dal Parlamento: chi va in bicicletta è equiparato a tutti gli effetti con chi conduce automobili e motociclette e se commette un’infrazione, dunque, oltre a pagare la multa perde punti sulla patente di guida.

Meno sei punti se si passa col rosso, meno cinque se non si dà la precedenza, meno otto se si fa inversione di marcia in prossimità di una curva, ben dieci punti tolti se si procede contromano e in stato di ebbrezza e via discorrendo.

Senza dubbio la circolazione delle biciclette andava regolamentata: gli amanti del pedale sono tra gli attori più indisciplinati della strada e il codice deve valere anche per loro. Ma che succede se il ciclista non è patentato? I punti glieli si toglie dal bancomat o dalla tessera del supermercato?
La norma è a dir poco discriminatoria. Chi ha la patente paga due volte, con la sanzione pecuniaria e con la decurtazione dei punti, mentre il minorenne o il non motorizzato per metà la passa liscia.

Per non creare ulteriori disparità, a questo punto, dovrebbe ricevere lo stesso trattamento anche il pedone, beninteso patentato, che non attraversa sulle strisce.
Ops, senza volerlo, abbiamo suggerito un nuovo provvedimento al nostro ministro degli interni.

(luglio 2009)



Post scriptum*.  Sul pacchetto sicurezza ce ne sarebbe da dire. Si è preferito qui sottolineare come il provvedimento faccia acqua anche nelle sue parti più semplici...

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La Cina della repressione è la stessa con cui l'Italia fa affari.  

Mentre gli industriali italiani stringono patti di cooperazione industriale con Pechino, il regime cinese continua con la sua strategia del terrore.

Dopo aver scientemente dimenticato l’anniversario di piazza Tiananmen, ancora una volta si è scaraventato con violenza contro i manifestanti. Lo scorso 5 luglio a Urumqi, capitale della provincia dello Xinjiang, si è svolta un’iniziativa di protesta per l’assassinio di due uiguri avvenuto il precedente 26 giugno. Gli uiguri sono la minoranza musulmana del paese e da sempre chiedono l’indipendenza della regione in cui vivono, terra di conquista della Cina e dal 1955 regione autonoma della Repubblica popolare.

Gli uiguri non sono cinesi. Fisiognomicamente, assomigliano più ai turchi e rappresentano quasi il 50% della popolazione di quella zona, che però per il 40% è abitata dall'etnia cinese han, maggioritaria in tutta la nazione.

La rivolta si è così trasformata in uno scontro etnico fra uiguri e cinesi, che si è poi trascinato per giorni anche in altre parti della Cina.
Il bilancio degli scontri del 5 luglio è stato di almeno 156 morti, oltre mille feriti e centinaia di arresti. Secondo i giornalisti stranieri presenti sul posto, a sparare sulla folla sarebbe stata la polizia, chiaramente dalla parte degli han. Han che nei giorni successivi, non contenti del lavoro svolto dalle forze dell’ordine da giorni in assetto anti-sommosa, sono scesi armati contro i vicini turcofoni.
Il loro leader Hu Jintao, in Italia per partecipare al G8, è dovuto così rientrare nella terra di Confucio anticipatamente, dove le autorità hanno annunciato la pena di morte per coloro che hanno compiuto reati di sangue o fomentato gli scontri.

Visto che lo Xinjiang di fatto è un altro Tibet, non sarebbe male se gli altri grandi del mondo invece di puntare i cosiddetti accordi bilaterali sull’economia iniziassero, come non è successo per le Olimpiadi, a smettere di fare affari con certi governi dalla repressione facile.

(luglio 2009)

Post scriptum*. Se il rispetto dei diritti, da quelli umani in senso stretto a quelli di espressione, fosse alla base della linea di condotta dei potenti, probabilmente sarebbero in molti a scegliere di boicottare anche l’Italia...

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Intercettazioni, i giornalisti vicini allo sciopero.

Che i giornalisti si mobilitino è purtroppo una notizia, visto che lo fanno molto poco, ma che lo facciano insieme agli editori è senz’altro una novità. Al centro del comune malcontento c’è il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni, su cui la Camera dei Deputati ha appena posto la fiducia. In attesa che anche il Senato si pronunci e che, soprattutto, a farlo sia il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Fnsi (il sindacato dei giornalisti) e la Fieg (la federazione degli editori) lanciano un appello al Parlamento.
Lo pubblichiamo di seguito, nella speranza che la categoria si ricordi che, intercettazioni a parte, è arrivato il momento di tenere, ad ogni livello e longitudine, la schiena un po’ più dritta.

Dovere di informare - Diritto di sapere

Alla ripresa dei lavori parlamentari relativi al disegno di legge sulle intercettazioni (“ddl Alfano”), la Fieg e la Fnsi si uniscono per rinnovare al Parlamento e a tutte le forze politiche l’appello ad evitare l’introduzione nel nostro ordinamento di limitazioni ingiustificate al diritto di cronaca e di sanzioni sproporzionate a carico di giornalisti ed editori. Tali previsioni violerebbero il fondamentale diritto della libertà d’informazione, garantito dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Gli editori e i giornalisti concordano sulla necessità che sia tutelata la riservatezza delle persone, soprattutto se estranee alle indagini, ma non possono accettare interventi che nulla hanno a che vedere con tale esigenza e che porterebbero ad un risultato abnorme e sproporzionato: limitare, e in taluni casi impedire del tutto, la cronaca di eventi rilevanti per la pubblica opinione, quali le indagini investigative.

Allo stesso effetto di limitazione della libertà di informazione portano le previsioni del disegno di legge che introducono anche sanzioni detentive nei confronti dei giornalisti e la responsabilità oggettiva a carico degli editori, che verrebbe ad aggiungersi in modo confuso a quella del direttore di giornale.

È necessario salvaguardare il diritto di cronaca e di libera informazione, tutelare la funzione della stampa e del giornalista, assicurare il diritto dei cittadini a sapere.

Gli editori e i giornalisti italiani si appellano al Parlamento, alle forze politiche e sociali e all’opinione pubblica affinché vengano introdotte nel ddl Alfano, su questi limitati ma decisivi aspetti, le correzioni necessarie alla tutela di valori essenziali per la democrazia.

Federazione italiana editori giornali e Federazione nazionale della stampa italiana

(giugno 2009)

*Post scriptum.Perché non si pensi che sia un tema che riguardi solo una parte della società - i giornalisti, i magistrati e le forze dell’ordine - è bene sapere che se una legge del genere diventasse realtà di molti dei reati più gravi degli ultimi anni, dallo scandalo Parmalat fino al più recente stupro della Caffarella, non sarebbero stati individuati i responsabili.

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Piazza Tiananmen, vent’anni dopo.

Un ragazzo che ferma i carri armati. Questa immagine della Primavera di Pechino ha fatto il giro del mondo. Ad essa era legata la speranza che una nuova epoca fosse iniziata, l’illusione che quel grande movimento studentesco e intellettuale che chiedeva libertà politiche e civili, oltre che il rinnovamento del paese, avrebbe finalmente introdotto la democrazia anche in Cina.

A vent’anni di distanza, nonostante la Cina sia fra le maggiori potenze economiche del mondo e stia conoscendo un periodo di enorme fioritura culturale, poco è cambiato. Il potere è sempre in mano al regime e ancora è possibile essere imprigionati per reati quali incitamento alla sovversione dello Stato o minaccia dell’ordine sociale. Molti dei ragazzi del 1989 vivono in libertà vigilata o sono considerati come “socialmente pericolosi” e, per questo, fermati periodicamente. Lo stesso avviene alle madri di Tiananmen, che da sempre cercano la verità sulla morte dei propri figli. Benché molti dei dissidenti e intellettuali di allora siano stati fagocitati dal sistema, dove occupano posti di rilievo creati appositamente per loro, la Cina è terrorizzata dalla possibilità che l’ordine costituito possa essere messo in discussione.

La repressione non è però l’unica arma che il potere ha per mantenere il consenso. Davanti al grande sviluppo economico, il regime sembra quasi aver perso l’ideologia forte tanto che, nell’occuparsi del dissenso, alterna a fasi violente (bastino su tutti i recenti scontri contro i “ribelli” del Tibet) altre di maggior cautela, forte di un consenso dato dal miglioramento delle condizioni materiali di vita.
Schiacciato fra marxismo-leninismo, la vecchia etica confuciana, che annovera sempre maggiori estimatori, e il crescente nazionalismo che sta attecchendo soprattutto sui giovani che vedono l’entrata della Cina nell’Olimpo delle super potenze come una rivincita morale nei confronti del Giappone e dell’intero Occidente, il regime annaspa. Il mandato del cielo, per dirla con le metafore della tradizione cinese, non l’ha ancora perso. Questo consenso a governare teme, però, complice la crisi economica mondiale, di perderlo.

Forse proprio per questo, in vista dell’avvicinarsi, il 4 giugno, della fatidica data del ventesimo anniversario del movimento della Primavera di Pechino, il governo si prepara a tagliare le gambe ad ogni forma di celebrazione di un massacro, quello di piazza Tiananmen, che ancora non riconosce come tale e di cui insiste nel negare le migliaia di vittime.

(maggio 2009)

*Post scriptum. A metà maggio è stato arrestato per truffa Zhou Yongjun, leader degli studenti di allora. Risiedeva, in quanto esule, da anni negli Stati Uniti. Nel settembre del 2008 aveva cercato di rientrare in Cina di nascosto, motivo per il quale, giunto ad Hong Kong, era stato subito fermato. Nel 1989, Zhou, studente alla facoltà di giurisprudenza, era stato tra i promotori delle proteste di massa (agenzia Asca). Come volevasi dimostrare…

La chiamano etica di impresa.

Sbandierano bilanci sociali e iniziative di solidarietà andando in aiuto di questo o quel paese del terzo mondo. A volte si schierano contro la criminalità organizzata, altre stanziano fondi per i bambini in difficoltà, per le categorie più deboli o per fronteggiare le emergenze nazionali. La loro immagine guadagna punti sul mercato e il cliente si illude di finanziare, con la propria scelta, solo marchi buoni e giusti.

Le imprese politically correct ci sono e aumentano esponenzialmente. La principale ragione di cotanta virtù è spesso puramente fiscale: la possibilità di dedurre quanto investito in opere di carità, le cosiddette erogazioni liberali, dalla dichiarazione dei redditi o il ripulire danari incassati in nero. A caval donato non si guarda in bocca, penserà il più puro dei lettori.
La sorpresa è però spesso dietro l’angolo. Chi spende e spande in solidarietà è poi lo stesso che non esita un momento ad intraprendere avventure industriali tutt’altro che trasparenti, che nasconde sotto un candido volto investimenti ben ovattati nella comunicazione dei propri bilanci o attua una politica del lavoro tutta incentrata sul risparmio a dispetto dei diritti sindacali (sempre più flessibili o di “genere”) e del rispetto dell’ambiente.

C’è, ovviamente, anche chi fa tutto alla luce del sole. Il bene e il male. Spudoratamente.
La bandiera della pace al cancello e la mano nel cinturone per l’appalto da non perdere. Magari con una forma giuridica di facciata squisitamente non profit.
Gli esempi nel nostro paese non si sprecano, ma non è questa la sede per giudicare o puntare il dito contro questo o quell’illuminato mecenate. Le pagine dei giornali forniscono ogni giorno spunti a chi non ha la testa fra le nuvole. Qui ci si limita a buttare un amo, a fornire qualche elementare definizione da vocabolario. L’uso scanzonato di certi termini finisce troppo spesso per confondere anche le menti più limpide.

BENEFICENZA: abituale opera d’aiuto agli indigenti. Opera buona, generosità, carità, filantropia.
(Lo Zingarelli 2000)

BILANCIO SOCIALE: è lo strumento più indicato per dare visibilità alle domande ed alla necessità di informazione e trasparenza del proprio pubblico di riferimento. È cioè: «l’utilizzo di un modello di rendicontazione sulle quantità e sulle qualità di relazione tra l’impresa ed i gruppi di riferimento rappresentativi dell’intera collettività, mirante a delineare un quadro omogeneo, puntuale, completo e trasparente della complessa interdipendenza tra i fattori economici e quelli socio-politici connaturati e conseguenti alle scelte fatte». È cioè uno strumento potenzialmente straordinario, rappresenta infatti la certificazione di un profilo etico, l’elemento che legittima il ruolo di un soggetto, non solo in termini strutturali ma soprattutto morali, agli occhi della comunità di riferimento, un momento per enfatizzare il proprio legame con il territorio, un’occasione per affermare il concetto di impresa come “buon cittadino”, cioè un soggetto economico che perseguendo il proprio interesse prevalente contribuisce a migliorare la qualità della vita dei membri della società in cui è inserito. Il bilancio sociale sta a quello tradizionale come gli indicatori di qualità della vita stanno al prodotto interno lordo di un paese.
(www.bilanciosociale.it)

ETICA D’IMPRESA: la responsabilità sociale d’Impresa è definita nel “Libro Verde” della Commissione Europea come «l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate. Essere socialmente responsabili significa non solo soddisfare pienamente gli obblighi giuridici, ma anche andare al di là, investendo di più nel capitale umano, nell’ambiente e nei rapporti con le altre parti interessate». Essere socialmente responsabile, dunque, significa per l’impresa assumere la responsabilità dell’impatto prodotto dalla propria attività sull’ambiente circostante, inteso nel senso più ampio del termine, e considerare nella definizione della propria strategia, nella declinazione delle politiche e nei comportamenti di gestione quotidiani gli interessi di tutti i suoi stakeholder (i clienti, i fornitori, i finanziatori, i collaboratori, ma anche gruppi di interesse esterni, come i residenti di aree limitrofe all'azienda o gruppi di interesse locali) e gli impatti che il suo operato può avere non solo a livello economico, ma anche sociale ed ambientale. Uno strumento importante di attuazione della responsabilità sociale nel contesto di un’organizzazione imprenditoriale è il codice etico. Esso si presenta come un documento in cui sono enunciati, in maniera più o meno dettagliata, i diritti riconosciuti ai soggetti interni ed esterni all’organizzazione imprenditoriale ed i correlati doveri che l’impresa assume nei confronti degli stessi. Sotto questo profilo si può affermare che il codice regola i rapporti tra tutti i soggetti che interagiscono con l’impresa, fissando le responsabilità, con le specificazioni relative alla loro natura.
(www.impresesociali.org)

DIRITTI DEI LAVORATORI: articolo 1, i lavoratori, senza distinzione di opinioni politiche, sindacali e di fede religiosa, hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e delle norme della presente legge. Articolo 9, i lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica. Articolo 14, il diritto di costituire associazioni sindacali, di aderirvi della libertà sindacale, è garantito a tutti i lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro.
(Statuto dei diritti dei lavoratori - Legge 20 maggio 1970, n.300)

POLITICALLY CORRECT: l’espressione “politicamente corretto” designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone. Qualsiasi idea o condotta in deroga più o meno aperta a tale indirizzo appare quindi, per contro, politicamente scorretta (politically incorrect): cioè, alla stregua di questa visione, inaccettabile e sbagliata. L’opinione, comunque espressa, che voglia aspirare alla correttezza politica dovrà perciò apparire chiaramente scevra, nella forma e nella sostanza, da ogni tipo di pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere, di età, do orientamento sessuale o relativo a disabilità fisiche o psichiche della persona. L’uso dell’espressione nell’accezione corrente può ricondursi negli anni Trenta agli ambienti di intellettuali statunitensi di sinistra d’ispirazione comunista dove il politicamente corretto era segno di distinzione e di appartenenza all'ortodossia ideologica del partito.
(Wikipedia)

SOLIDARIETÀ: condizione di chi è solidale con altri. Appoggio, sostegno. Sentimento di fratellanza, di vicendevole aiuto, materiale e morale, esistente fra i membri di una società, una collettività.
(Dizionario Zanichelli)

(aprile 2009)

*Post scriptum. Ne siamo consapevoli: nemmeno nel migliore dei mondi possibili, un’azienda potrebbe vantare tante virtù. Resta però un dubbio: che bisogno c’è di tanto clamore, di gridare ai quattro venti ogni azione solidaristica messa in campo a suon di spot e pubblicità? Non basterebbe farla e basta?

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Il dissenso diventa virtuale.

«I lavoratori non chiedono assistenza, ma dignità e rispetto. Ascoltate il grido di queste persone che non vogliono oro e argento, ma solo lavoro e futuro per i loro giovani e le loro famiglie». Lo ha detto lo scorso 27 gennaio il vescovo di Nola, in provincia di Napoli, sceso in piazza insieme agli operai che a Pomigliano d’Arco manifestavano per difendere il lavoro nello stabilimento Fiat a rischio chiusura.

I lavoratori chiedono dignità e rispetto. Questa frase dovremmo tenerla a mente tutti, in un momento in cui si cavalca la crisi per dare il via a riorganizzazioni aziendali non strettamente necessarie o per approvare nuove regole che umiliano ulteriormente chi è già vessato dalla precarietà, dalla cassa integrazione o dalla perdita del posto di lavoro.
Il disegno legge delega appena approvato dal Consiglio dei ministri, pur necessario in alcuni suoi punti, manda in malora alcuni diritti fondamentali non solo di chi lavora, ma di chiunque desideri manifestare la propria opinione.

Lo sciopero virtuale, che in alcune categorie già si fa ma volontariamente, per decisione dei diretti interessati (si pensi allo sciopero della firma sui giornali) è una vera e propria lesione della libertà dei lavoratori. Per ora si applicherebbe solo ai servizi essenziali nel settore dei trasporti, ma non è detto che venga allargato ad altri. L’assurdità della scelta di governo (e Confindustria) sta fondamentalmente in due elementi. Primo, nel fatto che lo sciopero consiste proprio nel creare un disagio per ottenere il rispetto di un diritto dimenticato e che quindi la sua virtualità lo rende inutile, così come invisibile all'esterno. Secondo, la decisione di devolvere il salario di quella giornata in beneficenza. A chi poi? La beneficenza è, e dovrebbe essere, una scelta personale, singola, non imposta dall'alto.

Se la protesta di Alitalia è sfuggita di mano, così come è successo per gli scioperi selvaggi dei tranvieri o per il blocco totale del traffico a causa dei cortei studenteschi o dei tir lumaca, evidentemente le colpe sono anche di chi non è in grado di gestire le contingenze. E soprattutto di chi, non rispettando accordi o diritti, porta all’esasperazione intere categorie di cittadini.

Il problema non sono i piloti e le hostess di Alitalia che hanno mandato in tilt un intero paese, il problema è un paese che fonda il suo potere sul calpestamento quotidiano di diritti conquistati faticosamente e con anni di lotte e di storia.

(marzo 2009)



*Post scriptum.
Ci vogliono muti e distratti da fiction e Grande Fratello, questa è la strategia. Ci stanno provando con la magistratura, con la stampa e con i lavoratori tutti. Cosa aspettiamo a reagire?

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Matricole, la crisi si supera rinnegando se stessi.

Cari ragazzi, c’è crisi. Non iscrivetevi a Lettere e Filosofia, a Scienze della Comunicazione o al Dams, scegliete quelle facoltà universitarie che vi assicurano un mestiere. Inclinazioni? Talento? Macché. Dovete imparare quello che richiedono le imprese. Dovete contribuire alla crescita del sistema-paese.

Eccola qua, nero su bianco, la ricetta anti-recessione dei nostri industriali. Eccolo qua il segreto per l'infelicità. L’utilitarismo, la legge del “mi conviene”, il rinunciare ai propri sogni, le proprie aspirazioni. Così, con freddo realismo, alcuni partner di “Alma Orienta” - aziende eccellenti del territorio emiliano presenti alla due giorni d’orientamento promossa dall'Università di Bologna a inizio febbraio per aiutare gli studenti dell'ultimo anno delle superiori a decidere come proseguire gli studi - hanno pensato bene di anticipare in conferenza stampa i consigli che avrebbero dispensato in sede di colloquio conoscitivo alle future matricole. Rinnegate voi stessi, inseguite il profitto. Solo così otterrete qualcosa nella vita.

Guardate a voi, hanno poi apostrofato i giornalisti presenti, i signori imprenditori. Vi rendete conto che ci sono più giornali che lettori in questa città? Sacrosanta verità. Li chiudiamo?, ha chiesto qualcuno. Sì, o per lo meno, accorpiamoli, hanno risposto dal tavolo dei relatori. Eh già, chiudiamoli. Così magari - avranno pensato - la smettono di scrivere che licenziamo, che facciamo firmare lettere di dimissioni in bianco a ragazze appena assunte nel caso in futuro restino incinte o applichiamo timer alle macchinette del caffè per stroncare sul nascere gli operai fannulloni.

Peccato che oggi gli editori puri non esistano più e che i proprietari dei giornali siano proprio loro, gli industriali. Siedono nei consigli d’amministrazione e fissano gli stipendi, guarda caso sempre a livelli inferiori rispetto a quelli previsti dai contratti nazionali, perché il lavoro intellettuale, non essendo immediatamente monetizzabile, va giustamente sottovalutato. Ed ecco allora i 3 euro a pezzo presi dal collaboratore esterno o gli straordinari non pagati a chi ha la fortuna di avere un contratto a tempo indeterminato. È anche per questo motivo che la qualità dell'informazione è precipitata in fondo a un pozzo, perché con gli stipendi si tagliano entusiasmo e considerazione delle professionalità.
Se i lettori sono in caduta libera, forse è l'ora di fare un bell’esame di coscienza sulle motivazioni.
Sulla qualità del prodotto offerto.

Come sempre, il cane si morde la coda. Andarlo a dire a chi però, in uscita dalla scuola, non sa nulla di tutto ciò non solo è pericoloso, ma anche tremendamente scorretto. Vero, le industrie meccaniche non stipulano contratti atipici, ma cosa è, se non atipico, immolarsi alla produzione se la propria indole ci spinge all’arte?

(marzo 2009)



*Post scriptum.
La cultura è la chiave di volta per uscire dall'impasse economico. Una cultura d'impresa, soprattutto. Che metta al centro le persone e le loro capacità, non sempre e solo il risparmio. Chi più spende, meno spende, dicevano un tempo le nonne. Ce la possiamo fare?

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Il paradiso di Eluana.

Chi crede in Dio e nell’aldilà a questo dovrebbe pensare. Eluana Englaro è in paradiso. E forse è lì già da molto tempo.

Ha smesso di respirare il 9 febbraio 2009 a quattro giorni dalla sospensione dell’alimentazione forzata, come richiesto dalla famiglia nel tentativo di rispettarne la volontà, e dopo aver “vissuto” per 17 anni in stato vegetativo.

Nel momento più bello della sua esistenza, quando la giovane età ancora le faceva credere che ogni sogno avrebbe potuto realizzarsi, Eluana è rimasta vittima di un terribile incidente stradale. Qualche tempo prima, commentando un caso simile a quello che il destino ha voluto diventasse il suo, aveva semplicemente detto - ed era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali - che così avrebbe preferito non vivere. Perché quella - ne era convinta - non è vita.

Suo padre Beppino, uomo onesto e dignitoso, quella frase non se l’è dimenticata. Con tutto il dolore che ciò può comportare, ha tentato di rispettare l’ultimo desiderio della sua bambina. E ha scelto di farlo seguendo le regole e chiedendo a chi di dovere come comportarsi per porre fine ad uno strazio che da un letto di ospedale è rimbalzato sulla stampa di tutto il mondo e sulla bocca di ogni italiano. Un fatto privato, privatissimo, è diventato di tutti. Provocando gli anatemi della Chiesa, gli scontri fra i politici di maggioranza e opposizione, ma anche all’interno di un medesimo partito, e la rabbia di laici e cattolici che sono arrivati a manifestare fin davanti agli ospedali. “Salvate Eluana” o “Assassini!” da una parte, “Lasciatela andar via” dall’altra.
L’apice del disastro si è raggiunto quando il Governo ha deciso di mettersi al di sopra della legge. Tutti i gradi della giustizia italiana hanno detto sì alla decisione di sospendere l’alimentazione forzata ad Eluana e la Corte di Cassazione ha ritenuto legittima questa scelta. Prima si è messo di traverso il ministro della salute Maurizio Sacconi, poi il premier Silvio Berlusconi che ha preferito, ancora una volta, la via del decreto. È arrivato così allo scontro istituzionale con il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e alla minaccia di modificare quella Costituzione «filosovietica» che ci ritroviamo.

Eluana è morta proprio mentre in Parlamento si correva la maratona per approvare il decreto legge che avrebbe dovuto bloccare l’iter ritenuto legittimo dalla magistratura. Eluana, però, ha corso più veloce, beffando chiunque aveva deciso di scegliere per lei. E lasciando alla natura - la causa del decesso è arresto cardiaco - il compito di dire l’ultima parola su cosa fosse giusto o meno.

Mentre le polemiche e le indagini proseguono, resta un’amara certezza. Il caso Englaro ci ha insegnato che in Italia è meglio fare le cose sotto banco, senza andare a scomodare la legge. Beppino Englaro dovrebbe essere preso ad esempio. E invece, fra una scomunica e un picchetto anti-eutanasia, si è lasciato passare un chiaro messaggio: non ditelo. Se avete un figlio o un familiare in coma, e sapete che lui così non ci vorrebbe stare, staccate la spina in silenzio. Fatelo di nascosto.

(febbraio 2009)



*Post scriptum. Il vuoto normativo su questo argomento va colmato il prima possibile. È indispensabile una legge sul testamento biologico. Sperando che una volta approvata, sia rispettata senza se e senza ma.

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La Costituzione dimenticata.

Fino a prova contraria, l’Italia è uno Stato di diritto: riconosce cioè la supremazia della legge sugli altri poteri. Tutti gli atti e le decisioni del Governo, così come quelli della magistratura, devono trovare il proprio fondamento in una norma, rispettando i limiti che essa pone.

La Costituzione italiana, entrata in vigore il primo gennaio del 1948 e considerata una delle migliori del mondo, ha da poco compiuto 61 anni ma è giovane e attuale come non mai. Ogni risposta è lì contenuta, fra le sue righe ogni dubbio può essere sciolto, pur in mancanza di regole su specifici argomenti.
Anche per questo la modifica, anche minima di un suo articolo, deve sottostare ad un preciso procedimento di revisione, così come stabilito dall’articolo 138 dello stesso testo.

In un momento in cui anche le certezze vengono stravolte, è bene ricordare quali sono alcuni dei più importanti diritti fondamentali, ed i corrispondenti e inderogabili doveri, che la Carta fondamentale assegna ad individui e istituzioni.
Si badi: ogni riferimento o link a cose, fatti e persone che scaturirà dalla lettura non è puramente casuale.

Art 1 L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (…)
Art. 7 Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordinamento, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modifiche dei Patti, accettati dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
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Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 11 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (…)

Art. 13 La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge (...)

Art. 19 Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Art. 21
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure (…)

Art. 27 La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva (…)

Art. 32 La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Art. 37 La donna lavoratrice ha gli stessi diritti, e a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore (…)

Art. 54 Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

Art. 76 L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti.
Art. 77 Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando, in casi straordinari di necessità e d'urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia sin dall'inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti. Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l’urgenza.
Art. 87 Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica.
Art. 93 Il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica.
Art. 101 La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.
Art. 104 La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.

Art. 138
Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

(febbraio 2009)



*Post scriptum. Tutti gli articoli della Costituzione sono consultabili qui. Per ripassarli, una lettura semplice e piacevole può essere l'antologia edita da Meridiano Zero, La legge dei figli.

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La favola anti-crisi di Monsieur Le Livre.

Monsieur Le Livre  ce l’ha sempre messa tutta. Non ha mai chiesto niente, tutto quello che ha se l’è guadagnato da solo, con le sue mani, con la sua arte. Per questo non deve dire grazie o fare inchini a nessuno.

Monsieur Le Livre  è un uomo libero. Ha ormai quasi duemila anni e un profilo che gli economisti definirebbero poco monetizzabile, ma che proprio ora che la crisi incombe potrebbe far vivere più serenamente i tanti che faticano a trovare un’autonomia economica e, quindi, stabilità.

Con una coccola, un sorriso, con morbide fette di pane non masticabili. Ricordando a tutti che, prima di ogni cosa, per vivere serve avere un’anima. Un’anima che, se non nutrita, proprio come accade ad un gatto o ad un fiore, muore. Si imbruttisce.

Monsieur Le Livre  è uno dei tanti non più giovani che ha sperato che si potesse vivere di parole, immagini e poesia. È nato libero e per questo è stato spesso lasciato solo, messo da parte.
Se è vero che in questo momento, nonostante la crisi, è aumentata la spesa in libri e prodotti culturali, Monsieur Le Livre  potrebbe diventare la risorsa che manca a chi manda avanti questo paese. Il governo, gli enti locali, le imprese.
Gli antichi romani ritenevano fosse necessario dare al popolo panem et circenses. La locuzione latina però Monsieur Le Livre  non la intende alla maniera di Giovenale. Non pensa che i giochi del circo debbano servire a creare il consenso. Monsieur Le Livre  ne ha abbastanza di quel che arriva dal tubo catodico e dell’imperante mentalità improntata al consumismo indotto da un indottrinamento inconsapevole.
Il testardo vecchio signore spera semplicemente che si riscopra la bellezza. Che è anche speranza e coraggio di seguire i propri sogni.

Monsieur Le Livre  non è una tizio che lavora gratis, pensa però che il suo talento debba poter essere fruito da più persone possibili. Uno spettacolo di piazza in più, un corso di teatro all’interno delle aziende o un libro letto ad alta voce, ogni giorno, dentro ad un supermercato. Il cinema a prezzi accessibili e una televisione che non sia solo, per dirla con Karl Popper, cattiva maestra.

La qualità - dice l’arzillo vecchino - non va ricercata solo a livello industriale (la famosa qualità del prodotto, come la chiamano i manager). La qualità va riconquistata dappertutto, anche nel settore del cosiddetto superfluo, che però tanto superfluo non è se aiuta a migliorare la qualità della vita.

Monsieur Le Livre giura che saprebbe creare tanti nuovi posti di lavoro. E che, lontano da “inciuci” e dall’imperante filosofia dell’ «ho un amico che fa proprio al caso tuo», andrebbe a scovare i veri talenti.
Quella di Monsieur Le Livre  è solo una favola, ma chissà che un giorno anche un canuto ma ben vegeto signore non possa essere adottato…

(gennaio 2009)



*Post scriptum. Monsieur Le Livre  non si è ancora abituato ai social network, ma uno di questi gli è particolarmente simpatico. Si chiama Bookerang e per le feste natalizie ha lanciato la campagna “Contro la crisi investi in cultura!” (http://www.bookerang.it/investiincultura.html).
Un Natale così dovrebbe durare tutto l’anno.

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Tutti pazzi per Obama.

Mercoledì, 5 novembre 2008. Obama, racial barrier falls in decisive victory. Titola così The New York Times il giorno dopo l’elezione di Barack Obama, primo presidente nero degli Stati Uniti e primo a far cadere le barriere del razzismo nell’ascesa al potere.
That’s the day after. Il giorno dopo la vecchia America.

Da tutti i quotidiani del mondo l’elezione di Barack Obama viene salutata come una rivoluzione. Si va dall’Oh-bama! strillato da The Orange County Register all’Obama makes history dell’Anchorage Daily News. Dall’Obama, l’America scelto da La Stampa all’Hanno scoperto l’America de Il Giornale. Fino al fantastico, quando in Italia ancora non era arrivato il verdetto definitivo, Indovina chi viene a cena de il manifesto.

Obama rappresenta la svolta. Il cambio di passo. La dimostrazione che nel paese delle opportunità, niente è impossibile. Anche un nero può diventare leader, anche un outsider, qualcuno che fino a ieri si era meritato dieci righe, al massimo due colonne in taglio basso sulla stampa locale. La domanda che però non è stata posta è la seguente: perché adesso? Perché Obama, se fino a poche settimane prima del voto nessuno avrebbe scommesso su di lui? Che cosa è cambiato?
I dietrologi subito hanno pensato ad un voto costruito su richiesta per distrarre le masse: regaliamo il sogno ai “derelitti” della società e facciamo dimenticare loro la crisi. Facciamo ripartire l’ottimismo, i consumi. Diamo ad un figlio dell’Africa (neanche tutto intero) il potere, che a quel che verrà ci penseremo poi.
Alla guerra in Iraq, per esempio.
Le truppe verranno davvero ritirate dal bello e pacifista Obama (che di secondo nome fa Hussein) o qualche messaggio di Osama bin Laden sarà sufficiente a convincere che se tutto cambia, qualcosa può pure rimanere uguale? Gli americani restano e resteranno un popolo di guerrafondai? Finora il loro impero è stato fondato sul principio di belligeranza, soprattutto in territori altri. Difficile credere che non continuerà ad essere così. In fondo anche l’indimenticabile John Fitzgerald Kennedy ebbe la sua trincea, in Vietnam, no? E allora perché mai non potrebbe averla anche il nuovo Roosevelt creato da Internet?

Il sogno realizzato di Martin Luther King, sottolinea l’inglese The Guardian. L’America ha scelto l’uomo giusto, sentenzia il francese Le Monde. Ma forse è quanto scrive il più scettico Vendredi, settimanale stampato sempre oltralpe, che meriterebbe più attenzione.
«L’elezione di Obama è una splendida notizia per il mondo - scrive lo storico, sociologo e antropologo Emmanuel Todd, tradotto per noi dal settimanale Internazionale -. Ma stento a credere che sia una sconfitta definitiva del razzismo negli Stati Uniti. Il colore continua ad esistere come categoria fondamentale dello spirito americano. Mi chiedo se l’elezione di Barack Obama non includa un forte elemento irrazionale ed accidentale. Prima che si scatenasse il panico finanziario, McCain rimontava nei sondaggi e molti commentatori sostenevano che l’America non poteva eleggere un presidente nero». «Per me la sua elezione è un evento interessante più che affascinante, anche se non si può essere insensibili all’arrivo di un nero alla Casa Bianca - prosegue Todd -. Ma dobbiamo ammettere che solo una novità come un presidente nero poteva distogliere la nostra attenzione dall’allucinante crisi finanziaria che stiamo vivendo e permettere agli adoratori dell’America di continuare a veleggiare fuori dalla realtà». Todd parla di “obama-maniaci” - ne abbiamo uno anche noi a capo dell’opposizione -, caduti nella trappola del più bel gioco di prestigio della storia dell’umanità che, guarda caso, arriva proprio dopo il grande imbroglio delle Borse.

Buongiorno America, scrive il 6 dicembre Massimo Gramellini ancora sul quotidiano di Torino. Buongiorno a voi.
Bisogna però restare svegli. Distinguere fra gli slogan e la realtà.
Se davvero Obama sarà in grado di far ripartire il pianeta, con scelte coraggiose (come puntare su un’industria “verde” riconvertendo quella bellica o rivoluzionare il sistema sanitario dei diritti), allora sì che sarà davvero l’inizio di una nuova era.

(dicembre 2008)



*Post scriptum.
«Qui niente è impossibile», ha detto e ridetto Obama. Dopo una campagna elettorale gestita a suon di «yes, we can», un «Qui tutto è possibile» sarebbe stato meglio. L’ottimismo non va mai declinato al negativo.

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La lettera.

L’ho amato subito, sin dall’inizio dell’avventura Tiscali, Renato Soru. Ero poco più di una ragazzina e il magico mondo di Internet mi faceva credere che potesse esistere una democrazia dell’informazione.
A distanza di quasi dieci anni, metabolizzato lo stra-potere della Rete, il governatore (forse ex) della Sardegna mi ha fatto recuperare un po’ di speranza, rafforzando quel bisogno di sognare che sia ancora possibile non arrendersi alla bruttezza. Contro ogni luogo comune, ho pensato: «Ma allora gli imprenditori di sinistra esistono davvero!». Quasi.
Sono almeno tre le ragioni per cui, oggi, sono grata a Soru. Tre scelte che valgono come doni, in un momento in cui ad andar fortissimo son soprattutto i furti.

Primo dono: la legge salva-coste. Non ho mai capito come si possa amare una terra e, contemporaneamente, deturparla col cemento per ostentare ricchezza.

Secondo dono, a tutti quei vecchietti (e nipoti) che ne sarebbero stati orfani: l’Unità. Ammetto di non essermi ancora abituata al nuovo formato, ma mi aggrappo con la forza alla mitica striscia rossa. Quando sfoglio l’Unità, se dimentico il presente e mi isolo dal governo “ombra”, riesco a sentire ancora l’odore della storia.

Terzo dono:
le dimissioni per il mancato appoggio della sua maggioranza in consiglio regionale. Un gesto del genere non si vedeva da anni, costringendoci allo stupore. Messo da parte il cinismo, mi sento addirittura di credere ciecamente che non sia solo una scenetta di trenta giorni. Per la prima volta, dopo tanto tempo, ho provato stima per un uomo politico italiano.

(dicembre 2008)



*Post scriptum.
Licenza poetica: questa lettera è fittizia, la Testa fra le nuvole non l’ha mai ricevuta, ma la ritiene - presunti conflitti di interesse a parte - degna di nota.

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Grande depressione bis: e se a spazzarla via fosse l’Oriente?

Un battito d’ali di una farfalla negli Stati Uniti, può scatenare un uragano in tutto il globo. È solo una teoria, una personale lettura forse un po’ ingenua, ma la crisi delle banche americane potrebbe essere il primo grande sintomo della fine dell’impero occidentale.

E se il crac del 1929 fosse niente a confronto? Quella recessione fu superata attraverso una guerra (i lati “positivi” dell’industria bellica!); questa potrebbe cambiare gli equilibri del potere a suon di investitori e risparmiatori sfiduciati. Che il crollo delle Torri Gemelle, secondo alcuni nemmeno provocato dall’esterno, fosse solo un disperato presagio?

Nel caso le super potenze di sempre non riuscissero ad alzare la testa, a dominare la scena potrebbero essere i cosiddetti paesi emergenti. O più semplicemente la Bisanzio che fu.
L’asse del potere economico potrebbe, insomma, spostarsi ad Oriente. E a salvare le magnifiche cinque del credito americano arriverebbe una grande banca araba o cinese. Fantapolitica? Forse. La storia però è ciclica e la ruota a favore di chi ha dominato lo scacchiere finora potrebbe girare, salvo inventarsi in zona Cesarini un nuovo conflitto mondiale. D’altra parte che globalizzazione è, se a dettare le regole è ancora e solo l’America?
Probabilmente, il mondo non è pronto per adeguarsi ad una egemonia plurale, cioè con più centri forti di influenza. Ma questa nuova disposizione delle bandierine esiste già sulla carta geografica,  purtroppo non nella forma mentis dei potenti. L’uscita dall’impasse di una crisi finanziaria della portata di quella americana, con tutte le ricadute che sta avendo in Europa, sarebbe magari intravedibile se le redini del mondo le prendessero, trainando ad effetto-domino la ripresa di tutti gli altri, quei paesi da essa meno colpiti o con più capacità di ripresa.

Cina e India da qualche anno si stanno preparando ad essere i nuovi leoni nell’arena internazionale, per esempio. Non solo attraverso una formazione universitaria e professionale  sempre più all’avanguardia che crea adulti preparati e consapevoli, ma anche tramite la pacifica “colonizzazione” dei paesi occidentali, vecchi feudi di dominio e ricchezza. Le attività economiche di questi giovani emigrati dall’Est sono ormai ovunque e la discreta cordialità che li contraddistingue li ha resi ospiti graditi e silenziosi.
Anche il mondo arabo sta tornando agli antichi fasti. All’enorme ricchezza economica si accompagna una capacità di penetrazione sempre maggiore nel sistema dell’informazione (si pensi al ruolo che svolge al-Jazeera), influenzando non solo costumi e opinioni, ma anche le macro politiche occidentali.
Da non sottovalutare nemmeno la ex Unione Sovietica, in particolare la Russia. L’invasione della Georgia può e deve essere interpretata come la collocazione di una pedina importante su un territorio, quello del Caucaso, dove si gioca una partita da “Guerra Fredda” e in cui il vecchio sconfitto potrebbe, contro ogni previsione, trasformarsi nel nuovo vincitore.

Se la roulette è davvero impazzita, allora meglio avvisare il banco che il vento del rien ne va plus non soffia più in poppa.

(ottobre 2008)


*Post scriptum. Il sogno? Una torta spartita, finalmente, fra più commensali. I tempi non sono però maturi e il pensiero dominante resta quello del risiko. Eppure a spiare dal buco della serratura dell’uscio di una delle tante classi multietniche della scuola moderna, non sarebbe poi tanto difficile immaginare un futuro diverso o, perlomeno, più democratico.

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Alitalia, l’inizio della fine.

Prima l’hanno svalorizzata, poi l’hanno scorporata, infine l’hanno (s)venduta. La compagnia di bandiera italiana, nei bei tempi andati fiore all’occhiello del nostro paese, è salva. Dopo un’esposizione mediatica a tambur battente, l’affaire Alitalia procede ora sottotraccia. In attesa di ricevere il via libera dell’Unione Europea al piano di ristrutturazione, il governo sta ordendo la tela per il possibile ingresso - la ripescata Air France e/o la teutonica Lufthansa? -  di un partner straniero.

Nel frattempo, anche all’adolescente che negli anni Novanta sognava un futuro da hostess (altro che velina…) appare evidente che il salvataggio di Alitalia sia una vittoria di Pirro. Il circo delle trattative unitarie, separate, la flagellazione sulla pubblica piazza della Cgil e il ritorno al tavolo per la firma di un accordo tirato per i capelli hanno distolto l’attenzione dell’opinione pubblica dal problema reale: i lavoratori. Che poi sono anche i responsabili di un servizio che esige qualità e, dunque, sicurezza.

Dei 20 mila dipendenti, 3.250 se ne staranno a casa, ma per non far sentire la loro mancanza chi indosserà la linda divisa si ammazzerà di lavoro per stipendi più bassi. Privilegiatissimi piloti compresi.
Gli aerei con la banda verde continueranno a decollare, ma i viaggiatori si imbarcheranno ancora se comandanti e assistenti di volo saranno più stanchi e stressati? La loro fiducia di domani dipende, in gran parte, dalla trasparenza con cui l’operazione Alitalia è stata condotta oggi.
Tre gli aspetti che non convincono.

-Uno
, la svalorizzazione. Senza andarci ad interrogare su cosa ne capiscano i Benetton o la famiglia Ligresti (immobiliaristi e nel cda della casa editrice del Corriere della Sera) di traffico aereo, è indubbio che la cordata di imprenditori italiani pescata in fretta e furia nel gotha dei paperoni dello Stivale acquisisca un’Alitalia in liquidazione, complice la campagna denigratoria in atto da anni sulla sua gestione pubblica. La ricetta? Basta con la macchina lenta e costosa del vettore di Stato, via con la Cai. Oggi, compagnia aerea italiana, ieri - come ricorda l’attento quotidiano spagnolo El País - compagnia di abbigliamento italiano.
-Due, lo scorporo. Fischiettando Fratelli d’Italia, gli imprenditori Cai si occuperanno del cuore sano della società, la cosiddetta good company: aerei, autorizzazioni al volo, personale non in esubero e hangar. La parte “cattiva” e, dunque i debiti accumulati finora, sarà invece accantonata per permettere il profitto alla cordata. È dietro la bad company che si nasconde però il misfatto: sarà lo Stato ad addossarsi il peso della negatività lasciata in eredità dalla vecchia avventura e, come accade per ogni crisi industriale (privata) che si rispetti, degli ammortizzatori sociali a favore dei lavoratori. Tradotto: chi sbaglia non paga e chi arriva, seppur avendo acquistando con un prezzo di favore, si prende gli onori e non gli oneri. A coprire il buco, tanto, ci sono i dipendenti della compagnia che, con le trattenute mensili, si sono già pagati la cassa integrazione e gli italiani tutti che si troveranno un nuovo obolo fiscale sul groppone.
-Tre, la (s)vendita. Alitalia non sarà più un vettore internazionale, le tratte di lungo raggio saranno ridotte all’osso. La sua competenza sarà, se va bene, nazionale, se va male regionale. In più, quando i paladini dell’italianità si saranno stancati del “giochino”, potranno vendere le proprie azioni al miglior offerente o magari, qualora si profilasse un affare migliore, optare per un più conveniente fallimento con annesso nuovo cambio di ragione sociale.

La crisi poteva essere gestita meglio? C’è chi dice di sì. Sarebbe stato sufficiente attenersi alla prassi: bandire una regolare procedura d’asta per la parte in salute della compagnia. Invece, è stato molto più facile far passare il messaggio che a quel “ferro vecchio” di Alitalia non era interessato proprio nessuno.

(ottobre 2008)


*Post scriptum. Il caso Alitalia è purtroppo solo la punta dell’iceberg. La nazione è piena di piccole compagnie di bandiera (alias aziende) svendute al miglior, guarda caso sempre unico, acquirente.

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I sindaci, il governo li preferisce sceriffi.

Il primo a meritarsi questo appellativo, messe in funzione le ruspe per inaugurare la stagione degli sgomberi, fu il sindaco di Bologna Sergio Cofferati. Ancora a Cofferati si deve la richiesta, oltre un anno fa, di maggiori poteri in capo ai Comuni in fatto di sicurezza e gestione del degrado. Ad accontentare il Cinese ci hanno pensato la conferenza Stato-città e il titolare del dicastero dell’interno Roberto Maroni. In piena estate è arrivato infatti il via libera al decreto attuativo che trasforma i primi cittadini in ufficiali di governo, conferendo loro piena autorità in materia di incolumità pubblica e sicurezza urbana. Tradotto: Chiamparino, Iervolino, Moratti e gli altri potranno, in collaborazione coi prefetti e le forze dell’ordine (e protetti dal clima di militarizzazione delle città), intervenire per contrastare lo spaccio di stupefacenti, l’abuso di alcol, lo sfruttamento della prostituzione, l’occupazione abusiva di immobili e l’accattonaggio. Casi come quello di Cortina d’Ampezzo dove la questua è vietata con il beneplacito di residenti e villeggianti non saranno più un’eccezione. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno sta valutando, fra annunci e dietrofront, come vietare la pratica di chi rovista nei cassonetti e c’è da scommetterci che non sarà l’unico ad imboccare strade simili.

Al diavolo la vita sotto le stelle del poetico clochard e al diavolo pure Lucio Dalla e la sua Piazza Grande.

Al bando ovviamente il degrado, primo lamento dei cittadini, che si combatterà a colpi di arredo urbano. Sono in arrivo 100 milioni di euro per permettere ai sindaci di espletare al meglio i propri poteri, ma paradossalmente la carenza di risorse e i tagli previsti dalla manovra economica rischiano di non far centrare l’obiettivo. Con poliziotti e carabinieri, i primi a garantire la sicurezza peraltro propagandata dal governo in campagna elettorale, senza nemmeno in cassa i soldi per le divise e il carburante per utilizzare i mezzi di servizio. E i primi cittadini che rischiano di passare per incapaci, assolvendo di fatto da ogni colpa lo Stato.

E se nei diversi Comuni la destra invita metaforicamente i sindaci a mettere mano alla fondina, facendo leva sui disturbi di pancia dei cittadini e sulla diffusa percezione di insicurezza, sono in tanti a scuotere il capo. Innanzitutto le forze dell’ordine, che vedono assottigliarsi gli stipendi ma non i rischi. Poi le associazioni di volontariato, preoccupate per il destino dei senza tetto. Alla finestra, invece, i sindacati che plaudono alla maggiore attenzione data dal governo ai temi della sicurezza, ma rivendicano risorse e diritti per i lavoratori coinvolti. Al primo posto - dicono in particolare dalla Cgil - non ci può essere la repressione: le priorità, se proprio si vuol essere creativi come chiedono da Roma, devono essere il buon senso, la prevenzione e la solidarietà.

Tra i tanti nonsense della politica del governo, lo strano caso della sicurezza sul lavoro. Le statistiche dicono che, sulle strade, le vittime di furti, rapine e omicidi sono in calo e che la vera strage si consuma nei cantieri.  Anche in questo caso si sceglie di riportare l’ordine scomodando esercito e carabinieri. Nessun ultimatum invece ai datori di lavoro, primi responsabili delle irregolarità all’interno delle proprie imprese edili. Quello che nessuno sa - svela la Cgil che grida all’operazione di facciata - è che su questi temi esiste già un’azione dei carabinieri. Così come esistono delle regole. Ciò che manca, piuttosto, sono delle pene adeguate per chi non le rispetta.

(settembre 2008)


*Post scriptum. Ammontano a 3,2 miliardi di euro i tagli della Finanziaria alle forze dell’ordine. Il totale degli stipendi dei parlamentari non più in attività, invece, sfiora i 300 milioni di euro. Ogni anno la Camera spende oltre 127 milioni di euro per pagare gli assegni dei 2.005 ex deputati. Mentre al Senato i 1.297 pensionati d’oro costano quasi 60 milioni di euro all’anno. Poliziotti e carabinieri guadagnano in media 1.200 euro al mese.  Paradossi di Stato?

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L’Australia prova a farsi perdonare dagli aborigeni. 

È la loro terra. Le sue leggi morali risalgono a quello che chiamano il Dreamtime, l’era dei sogni, una sorta di paradiso terrestre da cui discendono tradizioni e leggende. Lo testimoniano i graffiti di una cultura millenaria, segno di uno spirito sacro ancora presente soprattutto nell’arte contemporanea e di cui gli aborigeni del terzo millennio sono necessariamente i figli. Figli maltrattati e da anni ghettizzati dall’uomo “bianco”, ospite di un paese non suo. Abbandonati all’alcool, all’accattonaggio, alla strada sono la dimostrazione vivente che il Commonwealth non è poi così common, tantomeno wealth. Come ovunque, anche in Australia, l’assistenzialismo senza integrazione ha creato più danni che soluzioni.

Quando, alla fine del diciottesimo secolo, arrivarono gli europei, i nativi erano quasi un milione. Oggi, complici i massacri, le malattie e i trasferimenti forzati, sono poco di più di 400 mila, il 2% della popolazione. Fin dalla seconda metà degli anni Trenta Il “problema” aborigeno fu approcciato con una politica di “civilizzazione” dei meticci e tramite la creazione di riserve o missioni. Resta non totalmente risolta, forse perché disciplinata da regole molto rigide, anche la questione delle terre ancestrali di cui gli indigeni rivendicano la proprietà. È solo dal 1967, grazie ad un referendum, che gli aborigeni godono degli stessi diritti degli australiani che discendono dai colonizzatori inglesi: diritto di voto, assistenza sanitaria e libera circolazione sul territorio. Prima e dopo quella data sono stati numerosi i tentativi di sostenere la popolazione indigena, tramite sussidi e programmi sociali, ma ancora stride il trattamento di quella che i documenti chiamano la Stolen Generation, la generazione rubata: tra la fine dell’Ottocento e l’inizio degli anni Sessanta oltre 100 mila bambini aborigeni, soprattutto meticci, vennero sottratti con la forza alle loro famiglie e cresciuti sotto la custodia dello Stato, affidati a genitori adottivi o a missioni cattoliche al fine dell’inserimento nella società. Una sorta di “protezione morale”  che però non risparmiò ai piccoli nativi sfruttamento, lavoro minorile, violenze e stupri.

Da un paio d’anni nella Aussiland, così la chiamano gli australiani, qualcosa sta cambiando. Qualche uomo politico ha chiesto scusa pubblicamente agli aborigeni per il trattamento subìto, qualcun altro ha messo in campo vere azioni di integrazione. Di qualche mese fa è la notizia di una proposta più concreta. L’uomo più ricco del paese, il magnate minerario Andrew Forrest, ha lanciato un piano con il sostegno del governo laburista di Canberra, per creare 50 mila nuovi posti di lavoro per gli aborigeni nei prossimi due anni. Secondo il piano, battezzato “Patto australiano per l’occupazione”, i datori di lavoro che aderiscono si impegnano ad assumente un certo numero di nativi mentre il governo federale contribuirà con decine di milioni di euro ad avviare corsi di formazione per preparare i lavoratori. Per dare l’annuncio Forrest ha convocato a Coolum, nella regione del Queensland, una conferenza stampa ad hoc. Al suo fianco c’erano il premier Kevin Rudd e due leader aborigeni, Noel Pearson e Warren Mundine che da tempo si battono per l’emancipazione degli indigeni nella società. In quell’occasione, il premier Rudd ha riconosciuto che «spesso i programmi formulati dal solo governo sono destinati a fallire». Ecco perché «abbiamo bisogno - ha sottolineato - di una partnership forte fra i leader aborigeni e le nostre maggiori compagnie, oltre al sostegno del governo». Il leader aborigeno Pearson ha ribadito inoltre la necessità di liberare i giovani nativi dalla dipendenza dal welfare, affermando che instradarli verso un posto di lavoro è la chiave per eliminare il divario fra l’Australia indigena e il resto della comunità. Fino ad ora, infatti, gli aborigeni hanno vissuto con un sussidio del governo che forniva loro una casa e uno stipendio. Un aiuto sì, ma soprattutto una dipendenza che negli anni ha annullato la loro capacità di farcela da soli, la loro indipendenza. «Se avremo 50 mila madri e padri aborigeni impiegati in posti di lavoro, avremo conseguito il guadagno più decisivo, nel chiudere il divario», ha auspicato infatti Pearson.

Probabilmente il nuovo patto australiano per l’occupazione non sarà la panacea, ma fornisce una speranza che sa di futuro, oltre che un modello da emulare per un popolo che rappresenta la vera anima di uno dei paesi più belli del mondo e che rischiava di lasciarsi morire.

(settembre  2008)


*Post scriptum. All’ingresso del museo nazionale aborigeno del West Australia campeggia questa frase : «Go with a clear, open and accepting spirit and the country will not treat you badly». Per saperne di più sulla storia dei nativi australiani in dvd è disponibile il film Rabbit Proof Fence, la generazione rubata di Phillip Noyce, tratto dal romanzo Follow the Rabbit-Proof Fence di Doris Pilkington Garimara.

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Giù le mani dalle olimpiadi.

Giù le mani da quel po’ di bellezza rimasta nel mondo, da chi passa una vita ad allenarsi, a sacrificarsi per il raggiungimento di un obiettivo. A lavorare sodo e ad esser considerato un atleta di serie B semplicemente perché come disciplina ha scelto il lancio del piattello o l’hockey sul prato e non il blasonato calcio.

È vero, non ci si può non schierare dalla parte del Tibet contro una Cina che ha tutte le carte in regola per diventare un nuovo Stato canaglia, ma certe cause o si sposano sempre o non si sposano mai. Ricordarsi di Lhasa solo quando si accendono i riflettori sull’Asia è scorretto, fuorviante, strumentale. Ipocrita.
Il boicottaggio, in verità mai realmente preso in considerazione dai capi di stato (anche Nicolas Sarkozy ci ha rinunciato), di una delle manifestazioni più degne della storia del mondo civile avrebbe forse creato l’effetto contrario a quello desiderato, inasprendo un clima surriscaldato da anni. I giochi olimpici sono uno degli ultimi baluardi rimasti non solo dello sport, inteso nel senso puro di fatica e sacrificio, ma anche del mondo che vorremmo. Quello in cui è ancora il merito, il valore del sudore, a fare la differenza. E non mettiamoci a parlare di doping, per favore, non è quello lo spirito delle olimpiadi da difendere!

Basta azionare all’indietro la macchina del tempo, catapultandosi nell’antica Grecia, per riscoprire e recuperare quella concezione sana di competizione che da tempo si è dissolta a colpi di sponsor e diritti televisivi. Picconate che uccidono lo sport, iniezioni che gonfiano il portafogli dei soliti noti.
Confondendo la politica con lo sport, che è anche uno dei pochi mezzi in grado di unire, creare incontri insperati e scongelare guerre fredde, si finisce per cadere nel tranello degli errori del passato. O scivolare nelle tragedie. Prima fra tutte quella del 1972 quando nel villaggio olimpico di Monaco di Baviera il blitz di un commando palestinese scatenò la repressione della polizia provocando la morte di sedici persone, di cui dodici atleti e due agenti. Mischiare il conflitto israelo-palestinese coi cento metri e il lancio del giavellotto fu una strumentalizzazione allora; lo stesso rischia di accadere oggi con la questione tibetana.
E mentre su questi giochi si abbatte anche il rischio inquinamento per la tempesta di sabbia che soffia dalla Mongolia con il maratoneta etiope Haile Gebrselassie che ha già annunciato che non correrà, a cercare di spazzare via ogni polemica ci pensa il record del mondo appena battuto dal velocista giamaicano Usain Bolt sui 100 metri, la gara simbolo dei cinque cerchi. 

La competizione delle Olimpiadi di Pechino si aprirà l’8 agosto. Concentriamoci su questo numero: l’8, che la tradizione cinese considera un numero fortunato. Visualizziamo, recuperando l’originario spirito di Olimpia, quel che unisce. Mettiamo da parte ogni ostilità, come accadeva allora e, spogliandoci di ogni pregiudizio e nazionalismo esasperato, abbandoniamoci al solo tifo. Quello fatto semplicemente di sciarpe, cappellini e bandiere disegnate sulle guance. E di abbracci col vicino di gradinata. Uno sconosciuto che diventa compagno di ventura.

(luglio 2008)


*Post scriptum. Tifo, Typhos in greco, sta per febbre. Una lieve influenza, non certo un cancro.
Consiglio in dvd: Febbre a 90° di David Evans, tratto dall’omonimo romanzo di Nick Hornby.

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Il cliente non ha più ragione.

Altro che tre per due, il tanto osannato consumatore non è più sovrano. Deve comprare, comprare e ancora comprare, ma mai contestare. Tra le novità portate avanti da questo governo arriva lo stop e, dunque il rinvio, dell’iter con cui, con tanta fatica, si stava provando ad introdurre anche in Italia la class action. Niente cause collettive di risarcimento, insomma. Niente spese condivise. O almeno per ora. La legge doveva entrare in vigore lo scorso 29 giugno, invece resta al palo per poi andare al vaglio del Parlamento forse a settembre e diventare operativa a gennaio.

Sindacalisti e avvocati che si stavano preparando a presentare i loro ricorsi precipitano nel limbo, mentre i consumatori si rassegnano a subire inerti altri casi Cirio, Parmalat, le tante voci di spesa non richieste o incomprensibili sulla bolletta del telefono e quegli aumenti ingiustificati sulla Rca auto.  A chiedere tempo sulla class action è, ahinoi, una donna, la prima presidente della Confindustria, l’erede voluta da Luca Cordero di Montezemolo: Emma Marcegaglia. E così al richiamo di industriali, il governo temporeggia ma  assicura che è solo per il tempo di fare i dovuti aggiustamenti.

Fra i tanti insegnamenti presi dai cugini americani, proprio su uno dei migliori dovevamo arretrare! Meglio ispirarci alle loro campagne elettorali, al loro stile di vita, abbuffarci al Mc Donald’s e fare nostri i loro format televisivi. È chiaro, purtroppo ogni volta che cambia un esecutivo tutto viene rivisto, ma non è un caso che sia proprio questo governo a rallentare un processo che potrebbe di fatto creare difficoltà ai suoi grandi elettori, gli industriali.

Nel momento in cui sarà possibile organizzarsi parte lesa in maniera collettiva (sperando che lo slittamento non duri in eterno), l’azione potrà essere intrapresa, per danni subiti da società pubbliche o private, da un comitato legalmente costituito e dotato di particolari caratteristiche o attraverso un’associazione di consumatori. Non come avviene negli Stati Uniti, dunque, dove possono mettersi insieme anche singole persone senza la mediazione di un soggetto terzo.
L’avvio della class action necessita comunque di tempo. Perché, prima che venga  presa in considerazione, a pronunciarsi, e a ritenerla ammissibile, deve essere un giudice. La sua applicazione consentirebbe finalmente di poter unificare la risoluzione di quella miriade di ingiustizie che sono comuni a tanti cittadini: nel rapporto con le banche, le assicurazioni, le compagnie telefoniche ma anche contro enti pubblici in caso di concorsi truccati, per esempio.
Oggi, seppur condividono lo stesso problema, i cittadini non possono agire insieme, ma devono farlo individualmente mettendo in conto il rischio di una causa e di un iter giudiziario spesso lunghissimi. Anche per questo, dovendo affrontare in solitudine tutti i disagi di un contenzioso legale, sono in tanti che rinunciano a  far valere i propri diritti. La storia recente conferma questa inevitabile“pigrizia”: qualche anno fa un signore di Bologna ha vinto una causa contro la Telecom contestando il pagamento delle spese di spedizione della fattura non previste (circa un euro al mese) e invece inserite in bolletta. Quel signore di Bologna è stato però l’unico, su 20 milioni di clienti, ad aver avviato una contestazione per questa ragione. Probabilmente non vale la pena di intraprendere una causa legale per meno di un euro al mese, ma certo è che così il colosso telefonico continua ad arricchirsi alle spalle dell’utente.

(luglio 2008)


*Post scriptum. Per saperne di più sulla class action e farsi anche due risate: http://www.class-action-italia.it/che-cosa-e-la-class-action

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Sedici colpi alla camorra.

Spartaco fu un gladiatore tracio che ebbe il coraggio di ribellarsi e di sfidare l’impero romano, organizzando la rivolta degli schiavi. Spartacus è anche il nome del maxiprocesso per camorra che il 19 giugno scorso ha confermato sedici ergastoli per altrettanti componenti del clan dei Casalesi, la cosca di cui ha narrato le gesta Roberto Saviano nel suo
libro-denuncia Gomorra e che fa riferimento al boss Francesco Schiavone, detto “Sandokan” per la sua somiglianza a Kabir Bedi.

Ad attendere questa vittoria della giustizia italiana, nell’aula bunker di Poggioreale a Napoli, c’era anche lo scrittore sotto scorta. «È una vittoria della procura antimafia e anche di tanti cronisti che hanno lavorato nell’ombra - si è limitato a dire Saviano - Ma resta ancora molto da fare».
In primo grado, il processo Spartacus durò sette anni e, nel 1995, si concluse con 21 ergastoli e 95 condanne complessive. La stampa non ne parlò affatto, nonostante oltre 3 mila pagine di documenti, 508 testimoni e centinaia di giornate di dibattimento. Tutti gli imputati furono allora scarcerati. All’udienza di giugno, l’ultima del processo d’appello, invece c’era un esercito di giornalisti e cameramen che così folto forse si era visto solo in occasione del processo a Enzo Tortora. A regalare finalmente audience a questa vicenda giudiziaria - oltre ai 16 condannati all’ergastolo, cinque hanno ottenuto 30 anni di reclusione grazie al patteggiamento -  il precipitare degli eventi e il moltiplicarsi degli agguati, ma soprattutto le minacce di morte ricevute da Saviano, dalla giornalista de Il Mattino Rosaria Capacchione e dal pubblico ministero Raffaele Cantone oltre che, naturalmente, il successo planetario del best-seller che ha conferito una connotazione cinematografica, e quindi televisiva, persino ai delinquenti.

La Corte d’Appello d’Assise ha condannato al carcere a vita Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti (detto “Cicciotto ‘e mezzanotte”), Antonio Iovine, Michele Zagaria, Giuseppe Caterino, Cipriano D'Alessandro, Giuseppe Diana, Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Russo, Walter Schiavone, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria, Alfredo Zara, Mario Caterino e Raffaele Diana. Di questi, ben quattro risultano ancora latitanti.

Certo, sono solo persone. Ma la loro condanna è un inizio, non per fermare dei singoli criminali bensì per scardinare un sistema che fattura annualmente cifre umanamente inimmaginabili e che si intreccia con la cosiddetta industria normale, fra appalti truccati e il business dei rifiuti, e che rappresenta un vero e proprio impero: quello della cocaina.
I nomi da ricordare sono invece quelli di Raimondo Romeres, presidente della Corte d’Appello di Napoli, e del pm dell’accusa Francesco Iacone.
Il dato è tratto: ci sono voluti dieci anni. Il virus letale della camorra si può debellare.
Forse.

(luglio 2008)



*Post scriptum. Fra il serio e il faceto: «Quando Giovanni mi sfotte vorrei fare il boia. Io sono sicuro che se farei il boia riuscirei bene». Frase tratta da Io speriamo che me la cavo, la raccolta di temi curata dal maestro elementare napoletano Marcello D’Orta (Mondadori, 1990).

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Dalla parte dei romeni

Mirela ha meno di trent’anni e da almeno tre chiede l’elemosina. È sempre sorridente, anche quando fa troppo freddo o troppo caldo. A volte, si dà il cambio con sua sorella, anche lei sguardo gentile, occhi belli di chi vorrebbe lavorare. E che si sente dire «no, per te non c’è posto».
Quasi tutta la strada le ha adottate. In quell’angolo in cui trovano riparo, non sono mai sole. C’è sempre qualcuno che, oltre a lasciare uno o due euro, fa loro compagnia. Scambia due chiacchiere.
C’è chi offre la colazione, chi un panino per pranzo, chi divide una sigaretta. Ma c’è anche chi storce il naso, gira alla larga. A Natale un anziano ha portato dei regali e un panettone, lo stesso che a Pasqua qualcuno ha visto arrivare con due uova di cioccolato.

Quando passi, Mirela e Violeta ti dicono «ciao, amica» e, senza accorgersene, ti fanno sentire inutile perché quel poco che puoi fare non serve a migliorare la loro vita. A cambiare il vuoto sociale e istituzionale che hanno intorno, a far dimenticare che se chiedi dove abitano preferiscono glissare. Non sanno leggere, ma non hanno avuto certo bisogno di sfogliare i giornali per capire che il clima in Italia è cambiato, si è inasprito. I bambini li hanno riportati in Romania, dove stanno con la nonna e possono andare a scuola. Hanno un permesso per stare qui oltre i tre mesi “liberi” previsti dal trattato di Schengen, ma non trovano un’occupazione fissa, vera. Gli stessi che le aiutano fanno fatica a mettersele in casa, ad affidare anziani e bambini. Questo è il lavoro che sognano e che, c’è da scommetterci, farebbero a meraviglia. Si vede da come trattano i figli. Non è vero che tutti li spingono a rubare, all’accattonaggio, ai vetri da lavare ai semafori. Si vede da quanto si tolgono del niente che hanno per mandare più soldi possibili a casa.

Mirela e Violeta son due nomi di fantasia, ma le loro giornate in fuga sono tutte vere. Spesso devono spostarsi perché qualcuno telefona alla polizia municipale per farle allontanare.
Commercianti preoccupati per l’immagine delle loro attività. O passanti con niente di meglio da fare e da cui forse preferirebbero ricevere indifferenza.
Nei loro sguardi puliti leggi ancora quella speranza tipica dell’età. Eppure Mirela e Violeta fanno parte di quel popolo che se non se ne dovrà andare per legge, forse lo farà per scelta. Perché qui ormai è come essere lapidati nella pubblica piazza e la pietra più grossa si chiama reato di immigrazione clandestina anche se clandestini non si è.

«L’immagine del nemico romeno è il capro espiatorio di una società che non sa più riconoscersi. Da sempre l’uomo ha bisogno di costruirsi un nemico per trovare la propria identità». Così il semiologo Umberto Eco legge il crescendo di episodi di razzismo e intolleranza che si stanno verificando un po’ in tutto il paese. Un paese dove parallelamente aumentano i blitz contro i clandestini condotti dalle forze dell’ordine in applicazione della legge Bossi-Fini che, di fatto, attutisce la libera circolazione prevista dal primo gennaio 2007 anche per i cittadini della Romania, ultima entrata nell’Unione Europea insieme alla Bulgaria. E dove la gente, confondendo insicurezza percepita e realtà, si sente autorizzata a bruciare campi rom, linciare madri di famiglia, mettere in scena il proprio piccolo far west.

Chi delinque non rappresenta Mirela e Violeta. Come Provenzano non rappresenta la Sicilia.
Questa non distinzione però Mirela e Violeta, che sono additate come ladre, se la sentono addosso. Hanno paura e ci provano, con le parole semplici del loro italiano insicuro, a fartelo capire. «Amica, mettiti nei miei panni - ti dicono con occhi pieni di lacrime - esiste ancora chi deve battersi per dimostrarsi innocente». Magari scappando, figli a seguito, da quella caccia all’uomo fomentata da chi ha saputo far leva su quell’ “ognuno a casa propria” dettato dall’ignoranza, dalla difesa del proprio fortino e da qualche episodio di cronaca ingigantito a regola d’arte.

(giugno 2008)


*Post scriptum. Il pacchetto sicurezza è stato approvato. Da qualche giorno di Mirela e Violeta non c’è più traccia.

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Quando a governare è la televisione.

L’Italia che verrà è cominciata da tempo. Silvio Berlusconi è al timone da più di quattordici anni e ora continuerà a farlo con una legittimazione in più: il placet degli elettori. Lo ha fatto anche quando non era a Palazzo Chigi. Il berlusconismo è da tempo la forma mentis di un intero paese.

Gli italiani sono così invischiati nella società che Berlusconi ha iniziato a creare nel 1990, quando la legge Mammì gli permise di diffondere a livello nazionale i programmi delle sue reti private, che nemmeno se ne accorgono. Il bombardamento mediatico a cui li ha sottoposti, non solo con la televisione, ma anche con le case editrici e la filosofia prima del sabato pomeriggio al centro commerciale, poi della multisala che ha segnato il de profundis per il cinema tradizionale, è entrato così nelle viscere che la normalità è muoversi a sua immagine e somiglianza. Credendo, al contrario, di esserne immuni.

Il suo è stato un lento e penetrante lavaggio del cervello che ha attecchito subito sulle classi sociali meno istruite e che poi, lentamente, ha inebriato anche il ceto medio. Con i suoi format televisivi ha creato un modello. Con le sue idee fatto scuola. È stato lui ad inventare il televoto, ad invitare ad incidere col proprio telefonino/telecomando su quel mezzo di distrazione di massa che è il piccolo schermo. E così, stregato dai reality, chiunque può far cadere la testa al concorrente più urticante. Facevano la stessa cosa gli antichi romani al Colosseo; pollice verso e per il gladiatore non c’era più scampo.

Anche questa è partecipazione popolare.
Una partecipazione di terza generazione, naturale evoluzione di quei pullman caricati nelle periferie per riempire di “pubblico parlante” gli studi televisivi. Coi protagonisti dei vari reality show a rappresentare, senza nemmeno troppo caricaturizzarla, la società.
Chi inorridisce davanti all’impunità garantita per i peggiori reati è lo stesso che poi passa col rosso, ignora l’abbonamento Rai, è indefinitamente in ritardo con i pagamenti, inveisce contro i vigili o aggredisce l’insegnante del proprio figlio per una più che meritata nota di biasimo. Infrazioni che altro non sono che piccole leggi ad personam auto-applicate. Il vecchio dura lex, sed lex è quasi una bestemmia. Che si faccia i furbi o si scelga la via della protesta, poco importa: il rispetto delle regole è sempre più opinabile quando invece il codice socialmente accettato dovrebbe essere il punto di partenza comune per la civile convivenza.

Anche il conflitto di interesse è stato introiettato: c’è chi siede sulle poltrone di più consigli d’amministrazione, chi scrive per giornali concorrenti sotto falso nome e chi sistema figli e mogli nelle società in cui, risalendo le scatole cinesi, è dirigente. E, ancora, chi si fa piazzare dall’amico dell’amico di turno. Un sorriso alla persona giusta non scandalizza più nessuno. Può rendere la vita meno dura, ma allo stesso tempo rubarla a chi viene scavalcato nella graduatoria del merito.

Berlusconi è l’uomo che si è fatto da solo, che è partito da zero e che è arrivato ad un traguardo anche se convinto che i figli della lupa si chiamino Romolo e Remolo. Parla semplice, il suo messaggio arriva dritto al destinatario. Ci pensano le sue televisioni, con tecniche che fanno breccia anche a livello subliminale, senza necessariamente metterci la faccia. Coi suoi processi sospesi, caduti in prescrizione o risoltisi in assoluzione, il signor B. fa sentire tutti meno sporchi. Vince la convinzione che si è colpevoli solo se qualcuno se ne accorge. Altrimenti, puff!, la coscienza resta candida come la neve.

La sua è una religione
, un oppio dei popoli. E se alle sue promesse ci crede una buona parte degli italiani qualche merito, quantomeno comunicativo, glielo si dovrà riconoscere. La profezia che si auto-avvera è la tecnica di chi gli scrive i discorsi. Un oracolo che produce, dichiarandosi, se stesso.
I puristi si rifiutano di fare zapping sui canali Mediaset, eppure la Rai scimmiotta da anni le proposte di quelle reti. E, invece di prediligere produzioni proprie, interne, la defunta qualità, si rivolge alla stessa Endemol importata proprio da chi si vuole battere nella scala Auditel. L’omologazione vince attraverso l’imbambolamento delle coscienze, quasi una pozione somministrata a colpi di messaggi più o meno chiari che fanno da babysitter ai nostri bambini fin dal primo cartone animato. 

Se fra i programmi elettorali dei maggiori partiti candidati alla guida del Bel Paese c’era qualche differenza, ce n’è senz’altro poca fra chi li ha votati. Stesso abbigliamento, stessi programmi televisivi, stessa musica, stesse vacanze alla ricerca dell’ “io c’ero”, stessa auto parcheggiata indisciplinatamente. Stesso fastidio davanti agli stranieri, i diversi.                                                       
Walter Veltroni ha inseguito Berlusconi per tutta la campagna elettorale. Le inascoltate cassandre predicono che lo raggiungerà, finalmente, quando con i “suoi” voterà a favore della prima grande opera da realizzare. In ballo, crescita e sviluppo.

(elezioni politiche 2008)

*Post scriptum. «Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Anche in una società più decente di questa, mi sa che mi troverò a mio agio e d’accordo sempre con una minoranza». Da Caro Diario, di Nanni Moretti. Era il 1993.
Se si tolgono nove anni, ecco il titolo del profetico romanzo di George Orwell: 1984. Basta rovesciare le due ultime cifre, era il 1948.

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Questa è la terra mia.

È una frase che si scolpisce nella mente, la vera spina dorsale di Biùtiful cauntri, il documentario di Esmerarda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero sull’emergenza rifiuti in Campania.
Molto più di un grido di dolore, un monito. Quasi come se a pronunciarlo non fosse il protagonista attivista di uno dei tanti comitati di cittadini di quei territori svenduti e rinnegati, ma il grillo parlante della nostra coscienza collettiva. La vocina che ci ricorda che il luogo in cui viviamo va tutelato e custodito. È la nostra casa, la storia, il futuro. La cornice delle nostre vite. Dove si rincorrono fatica e speranze, delusioni e vittorie. La conseguenza dei “sì” e dei “no” pronunciati. Il silenzio e i visi voltati dall’altra parte.  

Sono però le voci con accento nordico captate dalle intercettazioni telefoniche a vibrare insistentemente. Quelle parole in milanese rubate a chi con l’eco-camorra ci fa gli affari e che sbattono fra i colpevoli anche quelli del «no, noi non c’entriamo». E che, trincerandosi dietro a cori da stadio qualunquisti e offensivi per mantenere le distanze, rivelano che non c’è un nord delle regole e un sud disgraziato. Per ogni meridionale che s’arrangia e pensa a come dribblare fra i sacchetti della spazzatura, c’è un settentrionale che scarica abusivamente profittando dell’alibi offerto dallo stereotipo del meridionale sporco e ladro. O che, semplicemente, la sua carta la butta con nonchalance fuori dal finestrino dell’auto.
Quando da Napoli dissero che fra le montagne di rifiuti, soprattutto quelli più pericolosi, gli scarichi industriali  tossici, c’era lo zampino del Nord nessuno volle crederci. Il solito campanilismo, il solito odio verso il civile e operoso lombardo veneto. Quello che, vallo a capire, preferisce la rapida doccia al lento bagno tanto per parafrasare il Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo.

Il coinvolgimento del Nord è invece documentato attraverso supporti sonori reali. E la voce è quella degli eco-camorristi di cui già aveva detto Roberto Saviano nel suo Gomorra, con le tante denunce che niente più di una scorta, una vita violata e qualche proposta di entrare in politica gli hanno portato. Nessuna giustificazione, nessuno scaricabarile. Come sempre, le colpe non stanno da una parte sola. E certo non è una questione geografica. O della vecchia e andata, mai vista laddove serviva, cassa del mezzogiorno.  
La faccenda è tutta politica, con amministratori e istituzioni che da decenni non si prendono le responsabilità e i collusi che pur di non far ammenda contrabbandano le loro poltrone coi peggio compromessi. Compromessi che vedono a braccetto nord e sud. Potere e popolo. Miseria e nobiltà. Da una parte chi vende e scarica, dall’altra chi compra e accoglie. In mezzo chi se ne frega. O chi giudica, senza sapere.
Fra i disastri campani, l’allarme diossina e le soglie tollerate che si alzano man mano che la pericolosità dei siti inquinati cresce. Il rovescio della medaglia del lassismo e della sete di denaro. Mai, come in questo caso, più sporco. Perché, a dispetto di Vespasiano, pecunia olet . Quasi sempre.
 Con le autorità che rilasciano il “bollino”, il via libera del “sano” o “malato” di questo o quell’altro prodotto evidentemente implicate. E il balletto dell’Europa, «mozzarelle di bufala no, mozzarelle di bufala sì» a dare il senso dell’anima del mercato. Mentre aumentano i tumori, le malattie, i bambini nati con malformazioni o disturbi prima sconosciuti, ma negati per non perdere l’export.

I colpevoli sono tanti e di innocenti ce ne sono certamente pochi. I colpevoli siamo tutti noi. Perché anche rinunciare ad indignarsi e limitarsi a puntare il dito, pur mantenendo livelli di spreco e produzione dei rifiuti non differenziati oltremisura, è dolo.
Forse l’indignazione da sola non cambierà le cose, ma se tutti il loro sacchetto della spazzatura lo scaricassero ogni mattina davanti casa di questo o quel sindaco forse qualcosa si muoverebbe. O anche davanti alla Nato, dove gli americani osano imitare l’ironia partenopea stampando magliette con su scritto survivors, sopravvissuti. Alla monnezza, naturalmente. Come se con le loro armi, la loro base, la meravigliosa costa del Tirreno non avessero contribuito a devastarla. Come se a casa loro fosse tutto perfetto, come se le loro mogli non fossero italiane. Ah già, nel ’45 ci hanno liberati. Chissà per quanti anni ancora dovremo continuare a ringraziarli.

Grazie anche ad Antonio Bassolino che, per amor di campagna elettorale, ha annunciato che nel 2009 si dimetterà dalla presidenza della Regione Campania. A sentire lui, con un anno di anticipo. Peccato che la sua lealtà nei confronti di Walter Veltroni sia servita a poco: al governo c’è Silvio Berlusconi.
Questa è la terra mia è riferito a Giugliano, Villaricca, Quagliano, Acerra e alla Campania tutta. Ma per estensione quella “terra mia” è l’Italia. La Campania, commissariata da quattordici anni, ne è lo specchio, la discarica, il tappetino dove nascondere la polvere più resistente. E il destino delle sue pecore, cadute una ad una sotto l’ascia della diossina, è anche il nostro. La fine che faremo se continueremo a tenere la testa sotto la sabbia.  
Biùtiful cauntri, biùtiful sailens. Dalla nazione degli struzzi, passo e chiudo.

(maggio 2008)

*Post scriptum. Mentre scatta il conto alla rovescia per un’estate che si annuncia ad alto rischio rifiuti, il primo consiglio dei ministri si farà all’ombra del Vesuvio. Solo il tempo sarà buon giudice. Nel frattempo, ci tocca rilevare che i pochi veri ambientalisti rimasti non hanno trovato voce in Parlamento.

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35 - Il virus Pomigliano
34 - Lo squarcio alla stazione di Bologna patrimonio dell’Unesco
33 - Il pericoloso precedente di Pomigliano
32 - Maiali d’Europa
31. A.A.A. teatri cercansi per difendere l’acqua pubblica
30. Licenziamenti più facili, ci si prepara alla morte dei diritti
29. Andare o restare
28. La costruzione della verità
27. Cronache da una città cosiddetta civile
26. L’equivoco della laicità
25. Fatti privati e fatti pubblici
24. Malati di ignavia
23. L’ora di religione
22. Paradossi su due ruote
21. La Cina della repressione è la stessa con cui l’Italia fa affari
20. Intercettazioni, i giornalisti vicino allo sciopero
19. Piazza Tiananmen, vent’anni dopo
18. La chiamano etica di impresa
17. Il dissenso diventa virtuale
16. Matricole, la crisi si supera rinnegando se stessi
15. Il paradiso di Eluana
14. La Costituzione dimenticata
13. La favola anti-crisi di Monsieur Le Livre
12. Tutti pazzi per Obama
11. Lettera a Renato Soru 
10. Grande depressione bis: e se a spazzarla via fosse l’Oriente?
9. Alitalia, l’inizio della fine
8. I sindaci, il governo li preferisce sceriffi
7. L’Australia prova a farsi perdonare dagli aborigeni
6. Olimpiadi, che sia solo sport
5. Ciao class action e il consumatore è fregato
4. Guerra alla camorra, la piccola vittoria del processo Spartacus
3. Mirela e Violeta, romene di casa nostra
2. Quando a governare è la televisione
1. Biùtiful cauntri, il grido della brava gente

 

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